I Raboutou, quando l'arrampicata è di famiglia

Brooke e Shawn, figli di Didier Raboutou e Robyn Erbesfield, seguono le orme dei genitori con una naturalezza e un talento che si nutre di genetica ma anche di impegno e dedizione costanti. Li abbiamo incontrati ad Arco, in occasione del Rock Master

Brooke Raboutou è una delle arrampicatrici più forti del momento, fuoriclasse nelle competizioni e prima donna al mondo capace di liberare un 9b+. Shawn Raboutou, suo fratello, si è dedicato principalmente all'arrampicata outdoor e soprattutto al bouldering, disciplina dove eccelle. Il cognome che entrambi portano riecheggia però un'epoca lontana: anni in cui il padre, Didier, primeggiava al Rock Master (era il 1989), dopo aver fatto parte di quella prima ondata di arrampicatori ignari di costruire la storia. Quarant'anni fa, quando ad Arco le competizioni si svolgevano ancora su roccia, lui c'era, insieme a Patrick Edlinger, Catherine Destivelle, Ben Moon e Lynn Hill, soltanto per citarne alcuni. Otto anni dopo, nel 1994, ci sarebbe stata sua moglie, Robyn Erbesfield, che vinse un Rock Master prima di ritirarsi dalle competizioni, restare incinta di Shawn e Brooke e cominciare nuovamente a crescere insieme a loro, guadagnandosi un 8c+ nel 2012, all'età di 49 anni.

Non solo genetica

I Raboutou, insomma, sembrano a chiunque viva l'arrampicata in maniera altrettanto totalizzante l'ideale familiare a cui aspirare. Ma, per costruirla e farla crescere questa famiglia, ci sono voluti anche sforzi e sacrifici notevoli. A partire dal fatto che ogni membro di questo clan stellare sperimenta la propria relazione con l'arrampicata in maniera diversa e complementare, laddove l'energia strabordante che Robyn e Brooke sembrano sprigionare viene compensata dal fare più schivo e lontano dai riflettori di Didier e Shawn (che al Rock Master, guarda caso, non c'era). Abbiamo incontrato Brooke, Robyn e Didier durante la kermesse di Arco, per farci raccontare il dietro le quinte e gli aneddoti più interessanti di questa famiglia decisamente fuori dal comune. 

Quali ricordi vi legano ad Arco e com'è tornare qui?

Didier: Sicuramente il mio ricordo più grande è legato al primo Rock Master del 1986, cui partecipai, e a quello del 1989 che vinsi. Ricordo che all'epoca l'isolamento avveniva nella falesia di Massone, mentre le gare si svolgevano sulla falesia dei Colodri, a pochi minuti da dove sorge oggi il Climbing Stadium. Per portare gli atleti dall'una all'altra falesia veniva utilizzato un pulmino e i minuti trascorsi in viaggio erano devastanti, sotto tutti i punti di vista: l'agitazione, talvolta il traffico. Sono momenti unici che sicuramente gli arrampicatori odierni non rivivranno più.

Robyn: La cosa importante di Arco per me è sempre stata la community, l'aria di casa che si respirava qui. Il ricordo più importante che ho è dunque legato alle persone ed è anche piuttosto recente. Siamo qui da circa una ventina di giorni, abbiamo unito la partecipazione di Brooke al Rock Master all'opportunità di arrampicare nella zona e credo di aver vissuto veramente le tre migliori settimane di arrampicata della mia vita.

Brooke: Io ricordo i lunghi viaggi in macchina per arrivare in Valle del Sarca, con papà che ci indicava la roccia dove nei primi anni aveva gareggiato. E poi ricordo le mie partecipazioni a diversi Rock Junior (la competizione dedicata ai bambini, ndr): la prima volta avevo sette anni. Devo dire che in generale tutti i ricordi più belli legati alle competizioni riguardano questo posto: il mio primo e il mio ultimo campionato del mondo giovanile, per esempio, si sono svolti entrambi qui. E sicuramente Excalibur, il 9b+ che ho salito lo scorso anno e che è sempre in questa valle, ha un posto più che speciale nel mio cuore.

Com'è cambiato secondo voi l'approccio alle competizioni e che cosa è rimasto uguale?

Brooke: Sono stata cresciuta con un approccio che reputo molto sano, secondo cui vincere e competere non riguarda il risultato che ottieni ma il percorso che ti porta lì. L'anno scorso ho vinto il duello (sfida in parallelo che caratterizza da sempre il Rock Master, dove gli arrampicatori si affrontano in velocità su una parete di media difficoltà e con la corda dal basso, ndr) ed è stata la prova più divertente che abbia mai affrontato: mi piace molto la connessione mente-corpo che si crea affrontando una prova di difficoltà in velocità, si tratta di giocare con il rischio ed è una cosa che ti costringe ad essere concentrata su diversi aspetti dell'arrampicata. L'adrenalina del pre-gara era a livelli stratosferici, avevo il cuore che batteva fortissimo, ma sapere che quei momenti lì, esattamente come li stavo vivendo io, li avevano vissuti anche i miei genitori mi ha fatto sentire enormemente grata e parte di un percorso più importante del risultato che avrei ottenuto.

Robyn: La cosa più bella, nel nostro caso, è che condividere la stessa passione ti porta ad un livello di comprensione molto alto, sia dei fallimenti che dei successi. E questo anche se Didier non ama guardare nostra figlia gareggiare.

Didier: Credo che per me l'arrampicata sia diventata sempre più negli anni un aspetto della mia vita che si muove lontano dai meccanismi di competizione che invece mia figlia sta vivendo. Mi piace che gareggi, la supporto molto in questo. Ma durante le Olimpiadi di Tokyo, per esempio, , fra l'altro la prima volta in cui l'arrampicata era disciplina olimpica, invece che andare ad assistere alle gare ho preferito andare a fare un'escursione su una montagna poco distante dalla città, passandovi la notte in cima.

Robyn: Per me invece vedere l'arrampicata alle Olimpiadi è stato impattante. Non ne ero preparata, dopo averne vissuto l'intera evoluzione, dagli anni della mia carriera sportiva a quelli della carriera dei miei figli. Vedere Brooke competervi è stata un'emozione gigantesca.

Brooke: Penso che il sogno di competere alle Olimpiadi sia qualcosa che prima di me ha coltivato mia madre: allora era come se lo realizzasse lei stessa, in quell'esatto istante. Ricordo anche che dagli spalti notavo la sua tensione, il che era positivo perché mi sentivo molto più rilassata di quanto lo fosse lei e questo mi dava una certa tranquillità (ride, ndr). Per quanto riguarda papà so che in qualche modo il suo evitare di vedermi gareggiare è connesso ad una sorta di energia positiva che vuole mantenere attorno a sé e a me. Una volta mi ha detto “Sei solo tu e la parete” e questo mi ha fatto molto riflettere, anche rispetto all'approccio che ho coltivato negli anni nei confronti dell'arrampicata. Le competizioni non sono molto in linea con questa frase, forse, ma averla sempre a mente, sia in gara che in falesia, mi aiuta ad entrare in un mindset positivo e remunerativo. E questo me l'ha trasmesso espressamente papà.

I primi passi

Com'è stato l'avvicinamento di Shawn e Brooke al mondo dell'arrampicata? C'è stato un momento di rifiuto o hanno seguito naturalmente le vostre orme?

Didier: Come raccontava benissimo Brooke, sicuramente l'attitudine a spingerli a fare una cosa soltanto perché la faccio io non mi appartiene. Siamo sempre stati molto attenti a questo, ma dal momento che io e Robyn arrampicavamo sempre è stato quasi naturale per loro seguirci.

Robyn: C'è stato un momento in cui Brooke si è allontanata, ma più che dall'arrampicata da noi due come mentori. E a proposito di frasi significative mi ricordo che un giorno, di fronte ad un suggerimento per riuscire a chiudere un tiro, mi disse: “I've got this”/“Ce l'ho”. Era una sentenza molto perentoria, di cui ho dovuto fidarmi, facendomi da parte. Fidarmi del fatto che Brooke avesse la situazione sotto controllo, nelle sue mani, ed iniziare a ripetermi come un mantra “Questa è la sua strada, non la mia”. E da quel momento in poi abbiamo dovuto capire come supportarci a vicenda senza invadere i reciproci spazi. 

Brooke: Si tratta di un lavoro che continua sempre, ogni giorno. Io e Shawn dobbiamo continuare a ricordarci che Robyn è prima nostra madre che la nostra allenatrice. Ma da parte mia posso dire che il fatto di essere diventata un'arrampicatrice non è una coincidenza. Se vedi qualcuno che ami amare qualcosa così tanto, è difficile non amare a tua volta quel qualcosa. Ciò che io e mio fratello abbiamo dovuto scegliere negli anni è l'intensità di questo amore e le modalità attraverso cui coltivarlo nella nostra vita.

Arrampicare, sempre

Robyn, hai scalato un 8c+ a 49 anni. Credi che le nuove generazioni facciano più fatica a coltivare nel tempo una tale passione? 

Robyn: Sicuramente il nostro mondo non è privo di situazioni al limite, di atleti che si spremono fino all'infortunio o che attuano scelte alimentari discutibili. La visione di un futuro simile a quella che ho avuto io è però una scelta estremamente individuale: io ho semplicemente seguito la mia passione, ciò che dà un senso ai miei giorni e per cui, inutile negarlo, ho sempre avuto un discreto talento. Coltivare questa passione negli anni, mentre invecchiavo, è stata la scelta più naturale che potessi attuare. E questa naturalezza, la naturalezza di sapere quando non spingere troppo e quando invece continuare a farlo, proviene espressamente dalla quantità e qualità della tua passione per questo sport. Il consiglio che posso dare alle nuove generazioni è quello di interrogarsi sempre su questo aspetto, sullo stato della propria passione e motivazione. E continuare a seguirla, istintivamente.