paura del vuoto e di cadere: dove nasce, come si supera?
Mani che sudano, paura di cadere? © VDiff Climbing
Superare la paura aiuta a rilassare i muscoli, con un miglioramento dell'equilibrio © FB Graffiti Climbers
Un'escursione delle sezioni CAI Caprino Veronese e Valpolicella © CAI Valpolicella, IG
Eremo/stazzo Fratanalle (950 m), valle torrente Avello (Pennapiedimonte)
I terreni sconosciuti possono indurre un senso di paura © Daniela Scerri
Da questa settimana inauguriamo una serie di articoli dedicati alla psicologia in montagna grazie a Riccardo Arduini, psicologo e psicoterapeuta di Psicologi per i popoli, che con il Club Alpino Italiano già collabora al progetto Oltre la vetta.
Associare la psicologia alla montagna oggi è ancora un mezzo tabù: la disciplina si è fatta spazio con una prassi ormai piuttosto consolidata per quanto riguarda le emergenze, come sostegno nel corso degli eventi più drammatici, ma al di là di questo ambito rimane uno strumento associato con forza all'aspetto "medico", inteso come cura di problematiche che portano di riflesso a individuare un malato e una malattia. Da qui - e per l'abuso del "fai da te" di matrice social- la psicologia si porta appresso, nel sentire comune, ancora un certo stigma sociale.
Con questa rubrica non intendiamo però fornire risposte preconfezionate a problemi complessi, ma piuttosto dare riscontro a una esigenza che ci perviene anche tramite diverse mail e alle domande che i nostri stessi lettori ci fanno nel corso di incontri pubblici e conversazioni informali. Insomma, l'interesse per quello che succede nella nostra mente rispetto a diversi temi legati alla montagna c'è e noi cercheremo di aiutare i nostri lettori a capire qualcosa di più, con un linguaggio leggero e accessibile, come è giusto che sia sulle pagine di un giornale non di letteratura scientifica come il nostro.
Paura del vuoto: cosa succede?
di Riccardi Arduini
Immaginiamo una giornata serena, siamo su un sentiero facile, una tranquilla camminata che passo dopo passo ci porterà in vetta. L’ultima parte dell’escursione è però più tecnica, il sentiero si restringe e sono presenti alcuni passaggi esposti; stiamo attraversando uno di questi passaggi quando il nostro sguardo viene catturato dallo strapiombo alla nostra destra, è solo un momento, tratteniamo il fiato, la vista sembra quasi sfocarsi, il battito accelera e i muscoli si irrigidiscono, proviamo una sensazione di paura: e se scivolassimo? Una sensazione questa che molti escursionisti hanno provato e provano costantemente, ma cosa sta succedendo?
Non facciamoci portare fuori strada
Spesso si sente parlare di paura del vuoto, ma questo termine può essere fuorviante. Quello che accade in una circostanza simile è infatti il risultato di una serie di adattamenti fisici e psicologici funzionali a riconoscere e proteggerci dal rischio percepito di cadere.
Dobbiamo quindi chiarire un equivoco, il nostro cervello non ha di per sé paura del vuoto, il nostro sistema nervoso si adopera per minimizzare il rischio di cadere, ciò che temiamo davvero è infatti di perdere il controllo e precipitare. Per farlo, durante tutta la camminata il nostro cervello ha ricevuto ed elaborato costantemente informazioni provenienti dagli organi di senso, dall’apparato vestibolare dell’orecchio interno e dai recettori presenti nei muscoli e nelle articolazioni restituendoci una stima accurata della nostra stabilità e della possibilità di muoverci in sicurezza sul terreno innanzi a noi.
Di fronte a un dirupo questa analisi si complica per diverse ragioni, innanzitutto vengono meno i riferimenti visivi vicini che aiutano a valutare con accuratezza la posizione nello spazio, è quindi necessario fare maggiore affidamento sulle informazioni provenienti dal sistema vestibolare e propriocettivo, anche nelle persone che non hanno particolare paura dell’altezza questo può determinare una lieve sensazione di instabilità. Se con queste informazioni il nostro cervello stima che il margine di sicurezza sia eccessivamente ridotto allora vengono attivati i circuiti difensivi, aumenta l’attività del sistema nervoso autonomo: il cuore accelera, il respiro diventa più rapido, cresce la tensione muscolare e l’attenzione si concentra sulla fonte del possibile pericolo, tutto questo ha un unico scopo, preparare l’organismo ad affrontare una situazione nella quale un errore potrebbe avere conseguenze molto gravi.
Perché non funziona?
Ma se questa risposta è frutto di un adattamento finalizzato alla nostra protezione perché talvolta sembra avere l’effetto opposto?
Come dicevamo una delle prime conseguenze dell’attivazione dei circuiti difensivi è la contrazione muscolare, un maggior irrigidimento della muscolatura che può essere utile nella ricerca della stabilità in molte circostanze “normali” può avere invece un effetto opposto se ci si trova in equilibrio precario, mantenere l’equilibrio non significa infatti rimanere perfettamente immobili, al contrario il nostro corpo oscilla continuamente di pochi millimetri e compie continue micro correzioni alla postura che mantengono il baricentro all’interno della base di appoggio. Tali aggiustamenti avvengono in maniera spontanea, rapida e fluida, senza che nemmeno ce ne accorgiamo: irrigidire la muscolatura comporta una perdita di efficienza nell’esecuzione di questi aggiustamenti con conseguente aumento del senso di instabilità.
Anche il nostro sguardo all’ambiente esterno subisce delle modifiche diventando più rigido e selettivo: se prima lo sguardo si muoveva in maniera fluida tra il sentiero lo sfondo e gli appigli necessari a proseguire, in una situazione simile alcune persone fissano il vuoto, altri l’appiglio di fronte a se o l’appoggio per il passo successivo, in tutti i casi l’esplorazione si riduce e ciò comporta una minor quantità di informazioni utili per pianificare il movimento.
A questi cambiamenti fisiologici si aggiunge una componente prettamente psicologica. Il nostro cervello non valuta soltanto le caratteristiche oggettive del terreno ma confronta costantemente ciò che l’ambiente richiede con le risorse che stima il nostro corpo possegga per affrontarlo. In altre parole, non valuta solo quanto sia esposto il passaggio ma quanto siamo capaci di affrontarlo in sicurezza. Esperienza, allenamento, stanchezza, condizioni meteorologiche, qualità dell’attrezzatura e stato emotivo del momento contribuiscono a questa valutazione.
È per questo motivo che uno stesso sentiero può apparire banale per una guida alpina ed estremamente impegnativo a un escursionista alle prime armi ma ciò spiega anche come la stessa persona possa vivere un medesimo passaggio con serenità in un determinato giorno o con apprensione in un altro.
Quando il cervello ci percepisce in pericolo l’attenzione tende a focalizzarsi sulla fonte dello stesso e possono comparire pensieri come “e se scivolassi?” o “se non riuscissi più ad andare avanti?” che rischiano di occupare una parte sempre maggiore delle nostre risorse cognitive, tutto il sistema è strutturato per farci prendere sul serio il pericolo ma a volte può innestarsi un circolo vizioso: più ci sentiamo instabili più la percezione della situazione come pericolosa aumenta intensificando la risposta difensiva che diventa controproducente.
La complessa macchina umana
Comprendere questi meccanismi ci permette di guardare alla paura del vuoto con occhi diversi. Non si tratta di debolezza, né di mancanza di coraggio ma dell’espressione di un sofisticato sistema di protezione affinato nel corso dell’evoluzione per ridurre il rischio di caduta.
La paura non è quindi un nemico da combattere ma un segnale da comprendere e imparare a gestire: l’esperienza, l’esposizione graduale e ripetuta, l’acquisizione di competenze tecniche e la conoscenza dei propri limiti e delle proprie capacità consentono infatti al cervello di calibrare sempre meglio la propria valutazione del rischio trasformando una reazione che inizialmente più risultare paralizzante in una forma di attenzione e prudenza consapevole.
Allora fermiamoci un attimo, facciamo un respiro, lasciamo che il corpo ritrovi il suo equilibrio, alziamo lo sguardo sul sentiero e riprendiamo il cammino, un passo alla volta.