Cambiamento climatico, farfalle campionesse di adattamento

Uno studio su Nature Ecology & Evolution ha raccolto le segnalazioni dei loro spostamenti in 105 paesi e territori. In oltre l'80% dei casi le farfalle hanno ampliato la propria presenza sul territorio. Rimangono però importanti lacune nel monitoraggio

 

Tra le 1.758 specie di farfalle per cui sono documentati spostamenti di areale, l'80% ha ampliato la propria presenza sul territorio. È il dato centrale di uno studio pubblicato su Nature Ecology & Evolution, interpretato in chiave non positiva dagli esperti, che ha messo insieme 6.182 segnalazioni provenienti da 105 paesi distribuiti in tutti i continenti in cui vivono questi insetti. Le osservazioni, affermano i ricercatori, sono relative al 10% delle specie note, e per ognuna delle specie analizzate è stato documentato almeno uno spostamento. E, in merito ai risultati del “censimento”, che potrebbe rivelarsi la raccolta più ampia mai compilata sul tema, l’indirizzo è chiaro. 

Le specie si stanno spostando, e quattro su cinque delle specie osservate lo hanno fatto alla ricerca di condizioni migliori. Per il 22% delle stesse (381) sono stati osservati anche spostamenti altitudinali, sia l'alto che verso il basso. Per il 23% sul totale di specie osservate, inoltre, sono stati catalogati e osservati più di un tipo di spostamento, rendendo così lo studio particolarmente dettagliato. A rendere ancor più particolare la ricerca, inoltre, è stata la definizione delle possibili cause di questi spostamenti, con 352 specie per le quali è stato possibile individuarne una. E in 278 di questi casi, cioè il 79%, la responsabilità è stata imputata a chiare lettere a cambiamento climatico ed eventi meteorologici estremi. 

Un dataset in 15 lingue per il monitoraggio

Il gruppo di ricerca, nel lavoro pubblicato nelle scorse settimane, ha cercato di correggere i limiti di una letteratura scientifica concentrata in Europa e poco accessibile quando non in lingua inglese. I ricercatori hanno consultato pubblicazioni in 15 lingue differenti tra il 1991 e il 2022, per un totale di 567 studi. Hanno poi chiesto a 68 esperti di farfalle, provenienti da 49 paesi, di effettuare valutazioni sulle specie e sulle regioni che conoscono meglio, così da diminuire il rischio di bias legati alla provenienza degli studi. Il risultato raggiunto è evidente, con le segnalazioni che hanno testimoniato 1.427 specie in espansione orizzontale in 97 paesi, 480 in contrazione in 27 paesi e 381 con spostamenti altitudinali in 18 paesi, alcune delle quali hanno inoltre fatto registrare più di uno spostamento in contemporanea.

La scelta delle farfalle è stata motivata dagli autori in base ad alcune delle caratteristiche più peculiari di questi insetti, prima fra tutte la grande varietà, con circa 19.000 specie presenti in regioni, quote e habitat molto diversi tra loro. Nel giustificare questa scelta, i ricercatori indicano anche legami stretti con le piante ospiti, grande sensibilità alla temperatura, buona capacità di dispersione e cicli vitali brevi. Per questo, scrivono, rappresentano un efficace sistema di allerta precoce degli impatti del clima, che ha permesso soprattutto di estrapolare dati in funzione del rapporto con l’habitat in cui vivono o, almeno, in cui vivevano fino a quando l’impatto delle attività umane si è rivelato non più sopportabile. 

Espansioni e contrazioni, tra quota e ampiezza

Le espansioni orizzontali sono segnalate in tutti i continenti, con molti casi anche ai tropici, come ad esempio in Brasile e in Benin. Secondo gli autori, queste osservazioni mettono in discussione una delle tesi più recenti in merito, che riteneva scarse le prove di espansioni a queste latitudini. Le contrazioni risultano invece documentate soprattutto in Europa e Nord America, in particolare in paesi temperati come Belgio, Regno Unito e Svezia. I ricercatori, però, avvertono che i valori più bassi in molte aree tropicali riflettono probabilmente un’effettiva scarsità di dati, e non l'assenza di cambiamenti. Per fare alcuni esempi, dallo studio emerge come la Cupido minimus abbia perso il 40% del proprio habitat negli ultimi 150 anni nel Regno Unito. In Australia, invece, l'Acraea terpsicore, una specie nativa del subcontinente indiano, ha allargato l'areale di 135 chilometri l'anno tra il 2012 e il 2019.

Le quote e il vuoto dei tropici

A risultare di particolare interesse è il fatto che circa due terzi delle specie di farfalle vivono prevalentemente in montagna, dove i climi si stanno modificando molto più rapidamente rispetto ad altri luoghi, e dove gli effetti del cambiamento climatico sono più visibili. Gli spostamenti altitudinali documentati riguardano però quasi esclusivamente l'emisfero settentrionale mentre, ai tropici, sono molto pochi, a differenza delle espansioni orizzontali che proprio in quelle regioni risultano tra le più segnalate. 

I risultati, inoltre, contraddicono alcuni degli studi precedenti sul tema, secondo i quali per gli insetti tropicali gli spostamenti in quota sarebbero più frequenti rispetto a quelli registrati spostandosi verso i poli. Tra i fattori che potrebbero limitare il numero di segnalazioni, i ricercatori indicano che i tropici si stanno scaldando meno rapidamente delle zone temperate, e segnalano inoltre che in molti studi tropicali gli spostamenti sono registrati solo come oscillazioni locali delle popolazioni o come loro comparsa e scomparsa. A mancare, dunque, sarebbero soprattutto misure standardizzate che, in alcuni casi, hanno reso non confrontabili i dati raccolti.

 Un’evidenza che, secondo gli autori, mostra la necessità di approcci di monitoraggio che permettano di individuare meglio gli spostamenti in quota nelle regioni tropicali, oltre ad approcci integrati e protocolli condivisi che consentano il confronto di questi valori su scala globale. Ma le direzioni in cui si muovono le specie, in ogni caso, non sono univoche, e possono dipendere anche dalla geografia dei singoli luoghi. Ad esempio, in Messico, tra il 1988 e il 2011, la Vanessa cardui è salita di 83 metri l'anno, mentre la Danaus gilippus è scesa di quota di 32 metri l'anno.

Le cause degli spostamenti censite

Gli autori hanno poi correlato le cause indicate dagli studi alle categorie di minaccia dell'Iucn, l'Unione internazionale per la conservazione della natura, individuandone nove e rendendole così interscambiabili tra i diversi paesi che condurranno in futuro osservazioni in merito. Il cambiamento climatico e gli eventi estremi, la classe individuata nel 79% dei casi, sono associati a 163 specie in espansione, 131 in contrazione e a 61 con spostamenti altitudinali. Per le contrazioni sono citate più spesso le intrusioni e i disturbi umani come agricoltura e acquacoltura, con 143 specie coinvolte, mentre l'estrazione di energia e minerali è la categoria meno citata, con solo tre specie.

Ma gli esempi, ancora una volta, sono molto diversi tra loro. In Romania l'omogeneizzazione degli habitat e l'intensificazione agricola hanno provocato un forte arretramento della Colias myrmidone, mentre in Germania la Boloria aquilonaris ha perso gran parte del proprio habitat a causa del drenaggio delle torbiere. In Brasile, in risposta al riscaldamento globale, la Godartiana byses è arrivata dagli stati di Rio de Janeiro e Bahia fino allo stato di San Paolo, mentre negli Stati Uniti l'introduzione della Pieris rapae ha ridotto l'areale della Pieris oleracea. Esempi come questi hanno portato i ricercatori a definire una regola generale, secondo la quale le espansioni sono spesso legate all'aumento delle temperature, mentre le contrazioni al cambiamento d'uso del suolo e alla perdita di habitat.

Le priorità per un monitoraggio efficace

Per mitigare gli spostamenti forzati di queste specie, lo studio propone tre linee d'azione: ampliare il monitoraggio nelle regioni sottorappresentate, a partire dai punti caldi di biodiversità e dai gradienti altitudinali, integrare Citizen science e conoscenze locali, consentendo alla cittadinanza di contribuire attivamente alla comprensione dello stato delle cose e, infine, tenere conto degli spostamenti nella pianificazione della conservazione delle specie. Sul secondo punto gli autori citano piattaforme come iNaturalist, i portali nazionali e i social media, avvertendo però curiosi e addetti ai lavori che questi dati sono spesso opportunistici e disomogenei, e funzionano meglio se affiancati a un monitoraggio strutturato.

Sul terzo punto, invece, ricordano come la Lista Rossa Iucn si basi su mappe statiche, richiamando infine studi precedenti secondo i quali il 76% delle specie di insetti e l'85% delle farfalle migratrici non sono adeguatamente rappresentati all'interno delle rispettive aree protette. Nonostante ciò, le farfalle sono da tempo usate come sentinelle del cambiamento ambientale, e senza uno sforzo coordinato, avvertono gli autori, il rischia di non intercettare i primi segnali d'allarme da parte dei gruppi presenti nelle regioni meno sviluppate è concreto.