Dolomiti di Brenta, 'La febbre dell'oro' contagia Beber e Banal

I due alpinisti hanno aperto in Ambiez una via tra la Stenico-Girardi e la Concordia, senza però interferire con nessuna delle linee esistenti. "Incredibile avere trovato spazio, senza forzare, su una parete così ricca di storia"

 

Anche gli alpinisti possono essere colpiti da una sorta di febbre dell'oro, ma se oltre un secolo fa gli originali gold digger puntavano al Klondike e altre terre rese famose dall'ispirata penna di Jack London, gli scalatori di oggi cercano il proprio tesoro tra le pieghe della roccia, su pareti spesso già ben setacciate da chi li ha preceduti. Ogni tanto però una gemma preziosa la riescono ancora a trovare, come nel caso di Alessandro Beber e Simone Banal, che sulla parete d'Ambiez, nelle Dolomiti di Brenta, hanno tracciato appunto La febbre dell'oro (350 metri, VIII-). 

 

La via risale all'estate 2025, ma questa estate i due alpinisti hanno ripetuto l'itinerario con Francesco Salvaterra, hanno steso la relazione e hanno così dato il la a una nutrita serie di ripetizioni (la prima dei fratelli Daniele e Simone Bolognani).

Una parete speciale

Ogni alpinista d'altronde ha anche le proprie "fissazioni" verticali, luoghi che per qualche motivo esercitano un particolare fascino, spesso a prescindere dalla ragione. La parete d'Ambiez in realtà è oggettivamente attrattiva per qualità della roccia, ambiente ritirato, pulizia delle linee e per uno storico di "autografi" di livello assoluto sul suo calcare: Stenico, Fox, Aste, Oggioni, Aiazzi, Ermanno Salvaterra, Orlandi sono alcuni dei nomi che si sentono risuonare al colpo di un martello sulla roccia che, proprio per via dei predecessori, deve per forza di cose interrogarsi bene sul "dove" e sul "se" passare. Uno scrupolo che Beber non si è fatto mancare. "Ci sono delle pareti che hanno un fascino particolare sulla maggior parte degli alpinisti e se uno ha il pallino dell'apertura non puoi non farci un pensiero. Se poi ti piace la storia, il valore aggiunto è facile da comprendere. Detto questo, mi sono spesso interrogato se fosse meglio girare al largo dalle pareti più famose, per non cadere nell'ambizione di soddisfare il proprio ego a scapito dell'opportunità di aprire una via nuova. Quella che ho per l'Ambiez è comunque un'attrazione fatale e va al di là del prestigio dei nomi, la parete emana una energia particolare. Ma non mi dava tanto da pensare, ero convinto che non si potesse fare niente di sensato. Se non che un giorno ho visto un pilastro che viene un po' in fuori tra la Stenico Girardi - che è la prima via della parete- e la Concordia. Con Simone siamo andati a vedere, ma ci davamo probabilità davvero basse".

 

"Ho per l'Ambiez un'attrazione fatale e va al di là del prestigio dei nomi, la parete emana una energia particolare" Alessandro Beber

Dove meno te la aspetti

E invece, metro dopo metro, la parete ha lasciato spazio agli apritori. "Il corridoio è sottile giusto [per intenderci, sono standard dolomitici: sui 50 metri alla base, ndr] ma non percepisci le altre vie, perché anche dove si stringe e arrivi a una decina di metri, una via passa nel diedro e l'altra nel camino, rimangono nascoste".

 

La via è stata aperta con una chiodatura ad ampio respiro, R3, i chiodi sono stati lasciati e ribattuti "e sono 10 tiri uno più bello dell'altro".

Una scalata nella storia

La soddisfazione di Beber è grande, anche perché la guida trentina ha una predilezione per Aste, che nel 1955 salì con Miorandi e una seconda cordata composta da Oggioni-Aiazzi in vetta alla Cima d’Ambiez. Il tutto in due giorni, per magnifiche placche grigie e impegnativi diedri gialli, a consacrare un'amicizia. "Aveva un grande occhio per le linee belle, non trovi una via sua che sia brutta. E poi mi piaceva come persona: ho avuto la fortuna di conoscerlo e ho trovato uno spirito critico, con una grande lucidità di pensiero, nonostante avesse più di 90 anni".

 

Per chi ha sufficiente “garra”, La febbre dell'oro è li che aspetta. Per tutti gli altri, la parete est d'Ambiez ha comunque molto da offrire, per quello che è già stato scritto in un secolo di alpinismo speso bene.