Bianca nelle Alpi Carniche. © Archivio Gianni Magistris.
Bianca mentre legge la relazione di una via. © Archivio Gianni Magistris.
Con Walter Bonatti in Val Rosandra. © Archivio Gianni Magistris.
Bianca a Cima Torre di Fanis. Salita allo Spigolo Sud, Via Castiglioni-Pisoni. © Archivio Gianni Magistris.
Bianca in Val Rosandra su “I Castighi”. © Archivio Gianni Magistris.
Con Gianni Magistris, in Val Rosandra, giugno 2012. © Archivio Gianni Magistris.
Bianca con i compagni della Noire nel 1963: da sinistra, Terenzio Cuccuru, Gianni Magistris, Mario Bramanti. Val Rosandra, giugno 2012. © Archivio Gianni Magistris.
Correzione dell’ultima bozza del libro in un'osmiza, settembre 2017. © Archivio Gianni Magistris.Allergica alle etichette, fieramente donna, una che scalava come se fosse la cosa più naturale del mondo, una persona allegra, che dentro di sé portava tuttavia uno “spleen esistenziale”, una nostalgia derivante dalla condizione di senza patria. Così descrivono Bianca di Beaco, in sequenza, Gianbattista Magistris, Silvia Metzeltin, Spiro Dalla Porta Xydias e infine Melania Lunazzi, giornalista e storica dell’arte, che firma una bella e approfondita prefazione alla nuova edizione di Non sono un’alpinista, dove sono raccolti gli scritti autobiografici dell’alpinista triestina, forte scalatrice degli anni ’50. Atteso da molti e già pubblicato sempre dal CAI nel 2018, il volume è arricchito anche da un apparato iconografico aggiornato (368 pagine, 22 euro, CAI Edizioni 2026).
Anime affini
Silvia Metzeltin fu amica di Bianca, che descrive come una delle più forti scalatrici della sua generazione: sulle Dolomiti infatti fu tra le prime a salire il sesto grado da capocordata, compì importanti ascensioni anche nelle Alpi Giulie, e partecipò poi a diverse spedizioni internazionali, dall’Iran al Pakistan, dall’Afghanistan alle Ande patagoniche, sempre attenta a mantenere uno sguardo umano e ad apprezzare prima di tutto l’incontro fra culture. Nonostante le due abbiano scalato poco insieme, ebbero un’indubbia affinità nello stile e nella capacità di frequentazione della montagna: entrambe furono le prime donne ammesse al CAAI, il Club Alpino Accademico, sebbene con ritardo e quando ormai a nessuna delle due interessava prenderci parte.
Spiro Dalla Porta Xydias, il “greco”, fu il mentore di Bianca: per sua stessa ammissione, fu lui a desiderare per primo di conoscerla, ancora giovanissima, attirato dalla sua bellezza, poi affascinato dalla sua capacità in parete, che aiutò a coltivare e affinare. Spiro, con Walter Mejak e poi Jose Baron, compagno anche nella vita, furono coloro ai quali Bianca si legò più spesso. Mai, invece, optò per cordate unicamente femminili, per quanto consapevole della difficoltà di affermarsi nell’alpinismo in quanto donna. Lottò molto per i diritti degli animali e dell’ambiente, del Carso e della Val Rosandra, firmando nel 1987 le Tesi di Biella, il manifesto programmatico di Mountain Wilderness, come ricorda Melania Lunazzi nella prefazione che perfettamente inquadra la persona, l’alpinista e la donna Bianca di Beaco.
Collaborò con diverse testate, ma, come ci ha raccontato Gianni Magistris, fu inizialmente contraria all’idea di questo libro: mai infatti volle su di sé le luci della ribalta. Fu proprio Gianni, da sempre socio CAI di Valmadrera, di cui è stato anche presidente, incontrato per caso alla fine degli anni ’50, e divenuto col tempo una sorta di fratello maggiore, a insistere. Per fortuna nostra, dobbiamo dire. Ad accomunare i due ci fu indubbiamente una grande passione per la montagna, coltivata silenziosamente, per puro piacere: “Il mio alpinismo era mio ed era l’alpinismo del divertimento. I miei amici più cari la pensavano così, erano grandi ma rimasero sempre umili” confessa. E fra quegli amici per esempio ci sono Walter Bonatti e Pierre Mazeaud, che vollero solo lui, quando tornarono al Bivacco Eccles 30 anni dopo il tragico 1961 al Frêney. Ma non c’è nessuna ostentazione quando lo racconta: a separarlo da Bianca, in fondo, è solo un apostrofo, un apostrofo azzurro nel suo caso.
Nonostante anche Magistris vanti un curriculum alpinistico di rilievo, infatti, “Non sono un alpinista” ci dice, scherzando. Della sua intensa vita su e giù dalle più belle pareti dell’arco alpino rimane solo un ricco archivio fotografico personale, dove tuttavia non compare quasi mai perché era quello dietro la macchina fotografica. Ascoltarlo è come sfogliare un vecchio album che cattura un’epoca alpinistica di cui lui stesso è fra gli ultimi testimoni.
Il ricordo di Bianca
Gianni, come hai conosciuto Bianca?
L’ho incontrata alla fine degli anni ’50, al Rifugio Brentei. Lei era del ’34, io del ’41, all’epoca ero un ragazzo, mi ero appena diplomato ed ero andato con un amico a scalare il Campanile Basso. Era insieme a un gruppo, fra cui c’era anche Spiro Dalla Porta Xydias. Si è stupita a sapere che la conoscevo già di fama. “Quale fama?” mi ha detto. Invece io avevo letto delle sue imprese sulle poche riviste specializzate dell’epoca. Abbiamo iniziato a parlare, era davvero una bella ragazza, ma soprattutto mi aveva colpito la sua cultura: era molto carismatica e centellinava ogni parola. L’ho rivista poi poche altre volte, quando magari era relatrice a qualche riunione del GISM, il Gruppo Scrittori di Montagna di cui faceva parte: teneva tutti incollati alla sedia con la sua parlantina. Poi mi sono sposato, ho avviato la mia attività di elettricista e ci siamo persi di vista.
Tu vivevi a Valmadrera, lei a Trieste, come ha fatto a svilupparsi la vostra amicizia?
Dovevo trovare delle foto per un articolo sulla salita alla Cresta Sud dell’Aiguille Noire de Peutérey, da parte di Kurt Diemberger, Tona Sironi, Walter Mejak, Mario Bramanti, che è morto da poco, il 7 luglio, e Terenzio Cuccuru (fu nel 1963: Bianca e gli altri erano rimasti bloccati dal maltempo quattro giorni in parete, NdR). Fu Bianca alla fine a darmele, grazie al contatto che mi aveva fornito Silvia Metzeltin. Le foto le aveva cercate dentro a scatoloni che dormivano da 50 anni, così mi disse, e me le spedì pochi giorni dopo insieme a una bellissima lettera scritta a mano, come faceva sempre. La conservo ancora. Ci siamo ritrovati così e per molti anni ci siamo sentiti regolarmente al telefono, eravamo come fratello e sorella. Lei era in effetti molto sola, dopo la morte di Jose Baron, a Trieste non aveva amici, se non sporadici, come Franco Toso, della XXX Ottobre, che è citato nel libro perché ha digitalizzato una parte delle foto che sono state inserite.
Com’è nata l’idea del libro?
Mario Bramanti e Terenzio Cuccuru, che conoscevo, desideravano rivederla, dopo l’avventura alla Noire. Ho spinto per organizzare un incontro da lei, non facile perché non voleva. Però rimase molto felice di quella giornata, passata in una in una trattoria, un’osmiza, come la chiamava lei, in Val Rosandra. Nel tardo pomeriggio mi tira da parte e mi consegna una busta carica di carte. “Gianni, questi qui sono tutti i miei iscritti, te li regalo, fanne quello che vuoi”. Mi sono commosso e l’ho abbracciata. Per me era un patrimonio, non economico, ma sicuramente culturale. Nel giro di due anni li ho digitalizzati, ribattendoli tutti a mano, perché scritti su carta velina, non ho potuto nemmeno fare una scansione OCR (una tecnologia di riconoscimento automatico del testo che evita, appunto, la riscrittura manuale, NdR). L’idea del libro è venuta così, anche se lei era contraria: “Non serve a nessuno, chi vuoi che si interessi ai miei scritti?” disse. Però quando le avevo portato da vedere le bozze era felicissima. Peccato che proprio quando stavamo per andare in stampa con la prima edizione lei sia morta. Mi trovavo proprio nella sede centrale del CAI quando me lo hanno comunicato.
E ora è arrivata questa nuova edizione, il libro era esaurito ma ancora molto cercato. Secondo te come mai non si è mai legata a cordate femminili?
Gliel’ho chiesto, una volta. Disse che non si trovava con le altre donne, erano troppo “smorfiose” per lei. Solo con Silvia Metzeltin è successo, ogni tanto. Non aveva un carattere facile, se guardate bene il suo viso mette quasi soggezione. Basta pensare solo che non ha più accettato di entrare nell’Accademico, quando Massimo Mila finalmente ha ottenuto di cambiare lo statuto, aprendo alle donne (avvenne nel 1978. Quando Bianca e Silvia avevano fatto domanda nel 1964, non era dunque ancora possibile: furono Metzeltin e Adriana Valdo poi le prime ammesse, NdR). Ha rinunciato al CAAI! Io so solo che le ho voluto un gran bene.
“Disse che non si trovava con le altre donne, erano troppo ‘smorfiose’ per lei. Solo con Silvia Metzeltin è successo, ogni tanto. Non aveva un carattere facile”. Gianni Magistris
Perché rifiutare di entrare a far parte dell’Accademico?
Bianca, come del resto Silvia, detestava ostentare, in montagna era una che faceva e non diceva. Era anche molto critica con se stessa. Era lontanissima dall’idea che potesse esistere una qualunque élite alpinistica. Quando parlava delle sue scalate, si concentrava solo sulla bellezza del paesaggio: una volta le ho chiesto della salita allo Spigolo Nord dell’Agner, il più lungo delle Alpi, e lei mi ha raccontato di fiori, di pinete, del rumore dell’acqua, del silenzio in vetta… E questo traspare anche nei suoi scritti.
In qualunque pagina, anche aprendo a caso, si leggono righe molto intense. Sei affezionato a qualche racconto in particolare?
Non tutti gli scritti sono confluiti nel libro. Io ne avevo fatto una versione integrale dove ce n’è uno che mi fa sempre ridere, quello in cui la Polizia ferma lei e Walter Mejak al ritorno da una scalata in Dolomiti. Erano senza patente, senza libretto e al posto del bollo avevano messo una foglia… Inoltre, la macchina non ripartiva più ed erano finiti a farsi spingere dagli stessi poliziotti che li avevano fermati. Il modo in cui Bianca lo racconta è fantastico, sembra una barzelletta. Del libro appena uscito invece mi colpisce sempre quello che si intitola “La prima cima della mia vita”, quando ricorda come da adolescente fosse finita a salire l'Antelao, partendo con le scarpe da ginnastica e un salame che spuntava dallo zaino, riempito dalla mamma di provviste. Ci sono tanti momenti introspettivi, perché lei non racconta mai la difficoltà, ma i suoi sentimenti. Sono pagine piene di poesia.