Il presidente generale del CAI Antonio Montani © Cristian Baldessari
Una serata aperta al pubblico © Cristian Baldessari
Daniele Vicari dialoga con Marco Albino Ferrari © Cristian Baldessari
Grande interesse per 'Bianco' © Cristian Baldessari
Daniele Vicari © Cristian Baldessari
La sospensione dell'incredulità è quel patto narrativo grazie al quale un pubblico accetta di mettere da parte lo scetticismo nei confronti della finzione, per credere all'opera secondo il linguaggio espresso dall'autore. Nel cinema di montagna, questo meccanismo implicito ma potente deve vincere alcune “resistenze”, magari più radicate in chi conosce da dentro le attività che svolgono gli alpinisti.
Sull'altro “versante”, se così vogliamo dire, il regista che vuole aprire il proprio lavoro a un pubblico non specializzato deve muoversi con cautela, ma anche con un occhio capace di andare a proporre qualcosa di universale. È un “camino” piuttosto stretto in cui salire, ma anche una sfida particolarmente stimolante, che il film Bianco, di Daniele Vicari, sembra avere voluto accettare in pieno.
L'attenzione ai dettagli
Ieri sera, alla Baita Festival della rassegna cinematografica trentina, un evento pubblico ha fatto già qualcosa di insolito, parlando di un film che non solo non è ancora uscito, ma non è nemmeno ancora terminato. Vicari ha dialogato con Marco Albino Ferrari, che ha scritto il libro Freney 1961. La tempesta sul Monte Bianco e che ha collaborato alla stesura della sceneggiatura. Insieme a loro, a introdurre una serata con il sapore del “dietro le quinte”, anche il presidente generale del Club Alpino Italiano, Antonio Montani, che non ha nascosto la propria impazienza di appassionato dall'occhio attento ed entusiasta. “Siamo tutti in attesa dell'uscita di questo film. Ho visto, durante le riprese sul set, una grandissima attenzione ai dettagli legati alle tecniche alpinistiche dell'epoca. Era un po' la mia preoccupazione e me la sono tolta e quindi mi rimane soltanto il desiderio di vedere questo film con una grandissima aspettativa. Credo che questo film sarà capace di parlare di alpinismo non soltanto a chi già conosce la storia ma al grande pubblico e quindi è veramente un piacere per il Club Alpino Italiano appoggiare questo tipo di iniziative”.
Una storia universale
Mauro Gervasini, responsabile del programma del Trento Film Festival, ha introdotto il lavoro di Marco Albino Ferrari, che ha riassunto le tragiche pagine del Freney, ma ha anche raccontato come il lavoro sul film sia partito da molto lontano. “Dodici anni fa ci siamo siamo già un tavolo e abbiamo cercato di mettere insieme questa sceneggiatura, non solo la trasposizione di pagine scritte per il libro in un linguaggio cinematografico. Io lì sono entrato in punta di piedi, avevo una funzione solo appunto di correttezza filologica: cercare di capire se effettivamente era possibile che Bonatti dicesse certe frasi o se avesse certi atteggiamenti. Ma insomma, il mio apporto è stato un po', nella squadra, quello dell'ultimo della cordata, quello che toglie i chiodi”.
“Il mio contributo aveva una funzione di correttezza filologica: cercare di capire se effettivamente era possibile che Bonatti dicesse certe frasi o se avesse certi atteggiamenti”. marco Albino Ferrari
Il dietro le quinte dell'opera
Daniele Vicari, nell'ora di incontro pubblico, ha fatto conoscere alcune delle peculiarità della realizzazione di un film così complesso, in cui anche il semplice lancio di una corda per una calata in corda doppia non può prescindere da un gesto rispettoso della tecnica. Ma le sfide, anche logistiche, sono state grandi. “Eravamo attrezzati per essere anche in emergenza, quando abbiamo girato ai piedi della Fourche eravamo ai piedi di un seracco, dovevamo essere in sicurezza. La dotazione che avevamo era, se non alpinistica in senso stretto, quella che serviva per potere rimanere in montagna, in un ambiente che è particolare. Non solo perché ovviamente volevamo ricostruire quella particolare sensazione, quella drammatica esperienza che Bonatti e i suoi compagni hanno vissuto, ma perché ricreare la realtà è anche più difficile che creare una finzione”.
"Ricreare la realtà è anche più difficile che creare una finzione”. Daniele Vicari
Gervasini, lato festival, sottolinea come il cinema di montagna oggi sia pervaso da un “uso anche eccessivo di droni e gopro, che appiattiscono il linguaggio”, trovando pienamente d'accordo Vicari. “Io non amo i droni, portano un linguaggio che non è facilmente dominabile e così abbiamo fatto un film classico, come linguaggio di ripresa. Noi ci siamo caricati le macchine da presa, come si faceva una volta, e le abbiamo portate sul ghiacciaio. Ma abbiamo portato anche la montagna sul set, in città. Abbiamo ricostruito in studio la porzione di parete dove i nostri alpinisti restano bloccati per tre giorni, a due terzi del pilone. Abbiamo costruito scenografie alte 12 metri. Per chi va in montagna può sembrare forse poco, ma danno già l'idea di quello che deve essere”.
È servito molto “mestiere” per riuscire a essere credibili. “La roccia la facciamo con materiali plastici, ci sono strutture che sorreggono i pannelli, materiali per indurire le rocce con una schiuma specifica. Abbiamo voluto ricreare quel particolare granito del Monte Bianco, non una roccia qualsiasi. E poi abbiamo ricreato anche le nuvole, ovviamente. Ma è la prima volta che nel cinema italiano si fa un film così. Ci sono le soste, i chiodi, c'è tutto. Le cose più difficili da realizzare? L'interazione degli attori con la neve. È facile riprodurre una nevicata, ma in studio non riesci ad avere una neve in cui affondare, non è credibile. Pensate che per fare la neve una volta si usava l'amianto”.
“È facile riprodurre una nevicata, ma in studio non riesci ad avere una neve in cui affondare, non è credibile”.
Certe sensazioni inoltre sono difficili da riprodurre, anche per un regista con attori capaci. “Restituire la sensazione del freddo in teatro è difficile, non è facile fingere quella sensazione provata dagli alpinisti. Girare dal vero risolve il problema, ma ovviamente richiede determinati sforzi”.
Antonio Massena, presidente della commissione centrale cultura del CAI, plaude al lavoro su Bianco. “Abbiamo visto una ricostruzione puntigliosa, il colore creato in studio uguale a quello delle esterne sul Monte Bianco ed è complicatissimo riuscirci. Ho sempre sostenuto che, al di là dei registi, i tecnici italiani sono i migliori. La difficoltà della ricostruzione credo sia anche mettere insieme le due parti, quella in studio con quella girata in montagna”. Vicari, in chiusura, assicura che il film vuole parlare a tutti. “Il film deve essere aperto allo spettatore, a costo di avere qualche 'magagna'. Tecnicamente le cose si risolvono, la grande sfida come sempre è che il pubblico creda nella storia”.
E la storia del Freney, per quanto sembri un film, è stata drammaticamente vera, il che la rende sempre interessante, forse anche di più, a quasi 70 anni di distanza da quando è accaduta.