Camemoro, il lampone dorato dell'estate lappone

Arancione come il sole che non tramonta, nascosto tra muschi e acqua nelle torbiere del Nord: il camemoro è un piccolo frutto selvatico che per poche settimane segna l’arrivo dell’estate del Nord.

In Lapponia l’estate arriva quasi senza preavviso. La neve si ritira dalle foreste di betulle, l’acqua torna a scorrere tra i muschi e le torbiere si riempiono di verde. Poi arriva la luce e per settimane il sole rimane sull’orizzonte mentre la notte sembra soltanto una parentesi più chiara del giorno.

È un’estate breve quella che si trova a queste latitudini, ma nella quale tutto accade rapidamente. Le piante fioriscono, gli animali si muovono, i frutti maturano come se la terra sapesse che il tempo a disposizione è poco.

Tra le zone umide del Nord, spesso con gli scarponi immersi nell’acqua e nel terreno molle delle torbiere, cresce una delle piante più preziose di questa stagione. È il camemoro, Rubus chamaemorus: hjortron in svedese, lakka o hilla in finlandese, più comunemente conosciuto come lampone d’oro.

A prima vista potrebbe sembrare un lampone finito per errore qualche centinaio di chilometri più a nord. Appartiene infatti allo stesso genere, Rubus, ma basta guardarlo per capire che ha scelto un’altra vita.

Il lampone che ha scelto il Nord

Il camemoro sembra quasi un lampone che abbia preso una strada diversa. Anche il suo frutto è formato da tante piccole drupe riunite insieme, ma la pianta che lo produce non assomiglia molto al cespuglio che siamo abituati ad associare al lampone.

Il lampone comune cresce verso l’alto, tra rami e foglie, mentre il camemoro rimane quasi appoggiato al terreno e raramente supera i trenta centimetri. I suoi fusti sotterranei si allungano nella torba e permettono alla pianta di espandersi senza conquistare spazio in altezza, mostrando pienamente di appartenere al paesaggio nel quale vive: nelle torbiere, tra muschi, acqua e vegetazione bassa, non serve diventare un cespuglio.

Poi c’è il colore.

Siamo abituati a immaginare i frutti di bosco attraverso una tavolozza precisa di colore rosso per il lampone e del ribes, il blu del mirtillo, il nero della mora. Il camemoro sembra invece aver acceso una luce propria. Quando è acerbo è rossastro, poi passa lentamente all’arancio e infine diventa morbido, color ambra, quasi dorato. È proprio questa trasformazione a renderlo così particolare. Il frutto che nasce in un ambiente dominato dall’acqua scura, dalla torba e dal verde sembra raccogliere dentro di sé un altro elemento: la luce.

Non è soltanto un’impressione estetica. Quel colore ha finito per entrare nel modo stesso in cui il Nord racconta questa bacca. “Oro della Lapponia”, “oro della foresta”, “oro del Norrland”: sono tutti nomi che nascono dalla stessa idea, quella di un piccolo frutto selvatico tanto prezioso da meritare il linguaggio dei metalli preziosi.

Eppure bisogna quasi cercarlo. Solo quando il frutto matura le torbiere sembrano accendersi di piccole macchie color ambra ed è come se il camemoro non volesse dominare il paesaggio, ma comparire soltanto per qualche settimana, quando tutto è pronto.

È un lampone soltanto nella parentela. Ha scelto la torbiera invece del margine del bosco, il terreno umido invece del cespuglio, una crescita discreta invece di rami che cercano la luce e quando è pronto sembra restituire alla terra ciò che ha conservato per mesi: una piccola bacca che porta con sé tutta la luce dell’estate del Nord.

Il calendario della palude

Per chi viveva queste terre, la natura non era soltanto il luogo in cui trovare il cibo ma il calendario secondo cui organizzare la vita.

Il tempo si leggeva nella neve che si ritirava, nelle fioriture, nel comportamento degli animali e nel canto degli uccelli. Anche il camemoro aveva il suo momento, e riconoscerlo significava sapere che la stagione delle bacche era finalmente arrivata.

In Lapponia svedese si credeva che un Capodanno stellato fosse presagio di un’estate ricca di camemori; altrove, molta neve il Venerdì Santo annunciava un buon raccolto e persino alla raccolta era legata una superstizione, infatti augurare “buona fortuna” a chi partiva per le bacche avrebbe portato sfortuna. Il camemoro non era quindi soltanto qualcosa da trovare. Era qualcosa da aspettare e interpretare.

Lo racconta bene un antico detto Sámi: “il cuculo ha il camemoro in gola”, ovvero, quando il canto del cuculo si interrompe nel cuore dell’estate, le bacche sono mature. La natura diventava così un calendario senza numeri e bastava ascoltare un uccello, osservare la neve rimasta, riconoscere una fioritura. 

Per le popolazioni Sámi, il camemoro era stato a lungo soprattutto una risorsa. I frutti potevano essere mangiati freschi o conservati per l’inverno, quando la frutta fresca diventava un ricordo lontano. Ma raccoglierli significava soprattutto possedere una conoscenza e sapere dove cercare, riconoscere le torbiere più generose, capire quando il frutto era pronto.

In una terra così difficile, imparare ad aspettare diventa una forma di sapere ed il camemoro è probabilmente una delle espressioni più semplici; una pianta che non può essere affrettata, un frutto che bisogna lasciare maturare, una stagione che si lascia riconoscere soltanto da chi sa osservarla.

L’oro che nasce dal ghiaccio

Il camemoro cresce dove l’acqua rimane a lungo nella terra, nelle torbiere acide e umide del Nord. Sono paesaggi che portano ancora il segno delle grandi glaciazioni: il ghiaccio ha modellato il terreno, scavato depressioni e lasciato dietro di sé quelle zone umide nelle quali, migliaia di anni dopo, il camemoro avrebbe trovato il suo ambiente ideale.

La pianta è capace di sopportare inverni durissimi. Ma la sua vera fragilità arriva proprio quando il freddo sembra ormai essere passato. I fiori compaiono presto e una gelata tardiva può compromettere il raccolto. Il camemoro vive così dentro un equilibrio che non può essere comandato e deve arrivare abbastanza caldo per far maturare il frutto, ma non troppo presto; deve esserci abbastanza sole, ma al momento giusto.

Ogni estate è quindi diversa.

In Alaska, dove la finestra della piena maturazione può essere brevissima, raccogliere il camemoro può significare trovarsi nel posto giusto per pochi giorni. Ma la regola vale anche più a nord della Svezia: il frutto non arriva quando lo si desidera. Arriva quando la terra lo permette.

È una caratteristica che lo rende diverso da molte delle coltivazioni alle quali siamo abituati. Il camemoro continua a dipendere dal suo ambiente. La torbiera, l’acqua, la temperatura e la luce non sono semplicemente il luogo in cui cresce: sono parte della sua storia.

La terra dei camemori

In Svezia il camemoro è hjortron e nel Norrland è diventato quasi un emblema. “L’oro del Norrland” non soltanto per il colore, ma per ciò che rappresenta. Un frutto selvatico, difficile da raccogliere, delicato e capace di cambiare da una stagione all’altra. 

Per questo il camemoro è entrato nella cucina del Nord, nelle marmellate, nelle conserve e nei dolci, ma soprattutto nell’immaginario di chi vive più a settentrione. È diventato una di quelle cose che non appartengono semplicemente a una regione, ma finiscono per rappresentarla. Questo lo racconta bene anche la letteratura.

Nel 1955 la scrittrice svedese Sara Lidman pubblicò Hjortronlandet - La terra dei camemori, romanzo ambientato nella Västerbotten rurale. Già il titolo racconta di una terra che può essere chiamata attraverso una bacca. Come se quel piccolo frutto fosse diventato abbastanza importante da rappresentare il luogo stesso. Infatti, in una delle pagine l'autrice mette in bocca ai suoi personaggi una frase che sembra quasi una dichiarazione d’orgoglio nordico.

Laggiù, nel Sud, dove hanno tutto e si ingozzano di mele, grano e rose... non hanno i camemori! E gli sta bene!

È ironica, ma dentro quelle parole c’è qualcosa di più di una battuta. Il Sud può avere i suoi frutteti, il grano e le rose; il Nord ha qualcosa che appartiene soltanto al Nord, alle sue torbiere, alle sue estati brevi e a quella luce che sembra non finire mai, rendendo il camemoro simbolo di appartenenza.

Raccogliere l’estate

Non è soltanto una pianta che cresce in un determinato ambiente ma è diventato il modo con cui quell’ambiente, per qualche settimana, si rende visibile. È proprio questo che rende il camemoro diverso dagli altri frutti di bosco. In mezzo al verde delle foreste di betulle, al marrone della torba e all’acqua scura delle paludi, il suo arancio dorato sembra quasi una luce rimasta a terra. 

È il colore dell’estate arrivata dopo il ghiaccio, quella stagione che dura così poco da dover essere riconosciuta nei suoi piccoli segnali.

Si raccoglie come ogni altro frutto del bosco. Si cammina, ci si china a cercarlo tra le foglie basse ed uno alla volta, quei piccoli frutti finiscono nel cestino. È un gesto semplice, ma dentro contiene una storia molto più grande, diversa. Una storia fatta di ghiaccio che si ritira, di una stagione che comincia e della terra che offre qualcosa a chi la abita, che sa perfettamente il momento per raccoglierlo.

Per qualche settimana il lampone arancione diventa l’oro del Nord non soltanto perché è raro o prezioso, ma perché, sembra raccogliere nella sua polpa tutto ciò che quell'estate ha da offrire: la luce, l’acqua, il calore e il tempo di una stagione infinita.

L’esempio che anche una stagione può essere piccola come il suo frutto. La prova che, a volte, l’estate si può anche raccogliere.