'Non cercatele in salotto' di Silvia Ugolotti (edicicloeditore)
Fanny Bullock Workman posa col manifesto Vote for Women durante una spedizione nel Karakorum, 1917
Alexandra David-Néel durante la sua permanenza a Lhasa
Elizabeth Aubrey Le Blond nel 1896
Isabella Bird durante una delle sue peregrinazioni in Asia, esclusivamente a cavallo
Elise Wortley sul Monte Bianco“Dare inchiostro al movimento è l'arte più vertiginosa e psichedelica del partire”. Scrive così Silvia Ugolotti, giornalista e travel writer che ha recentemente pubblicato per edicicloeditore ‘Non cercatele in salotto’, un viaggio fra le pagine altrettanto vertiginose e psichedeliche, scritte e percorse a cavallo, a piedi o in ferrovia dalle pioniere dell'avventura al femminile. C'è Maud Parrish con i suoi 16 giri attorno al mondo, Isabella Bird e le sue cavalcate in Asia, nel Kashmir e in Turchia, ma ci sono anche molte, moltissime alpiniste: dalle sorelle Anna ed Ellen Pigeon, prima cordata di sole donne sul Monte Rosa, ad Elizabeth Aubrey Le Blond, fotografa esperta e fondatrice del Ladies Alpine Club, passando per Lucy Walker, prima donna ad aver raggiunto la vetta del Cervino.
Tre linee narrative
Il libro di Ugolotti si muove attraverso tre linee narrative di straordinaria potenza: quella dell'urgenza del viaggio, la spinta propulsiva a partire, quella della disobbedienza, come conditio sine qua non riuscire fattivamente a farlo, e quella, infine, della visione, intesa come progettualità ma anche come lascito testamentario alle donne del futuro. Ne abbiamo parlato direttamente con Silvia, in occasione della presentazione del suo libro durante la rassegna Ad Alta Voce, organizzata a Pozza di Fassa dalla giornalista Virna Pierobon.
Isabella Bird scrive, ad un certo punto del suo viaggio, una frase che spinge a riflettere: “mi sono quasi dimenticata di essere una donna”.
Diciamo che in generale la dimensione del viaggio fa dimenticare molte cose, a livello identitario. Non fa sparire le sovrastrutture che abbiamo ma ci costringe forse a metterle da parte. Sei immerso in un mondo che non ti è famigliare, aperto alle domande che si attivano intorno e dentro di te, e nel caso di Isabella Bird - fra il resto prima donna ad essere eletta membra della Royal Geographic Society nel 1892 - significava dimenticare anche la sua condizione femminile, che allora si configurava come una sovrastruttura al pari di tutte le altre etichette culturali capaci di diventare barriere insormontabili fra noi e il diverso.
Oggi l'essere donna ha smesso di rappresentare una barriera simile?
Forse no, ma sicuramente lo straniamento avviene su un altro piano di senso. Scrivere questo libro, immergermi in storie al femminile capaci di scardinare paradigmi da ambo le parti, e dunque anche di non lasciarsi definire dal femminismo fine a se stesso, mi ha fatto capire che la nostra affermazione odierna passa anche attraverso una consapevolezza che non sempre abbiamo.
Il voto femminile
Mi viene in mente Gertrude Bell, di cui racconti nel tuo libro la posizione controversa sul suffragio.
Esattamente. Gertrude Bell pensava che la maggior parte delle donne non avesse ancora gli strumenti culturali adatti per esercitare un ruolo pubblico in modo pieno e consapevole. Dunque sì, si era opposta al suffragio femminile nonostante la sua nomea di donna emancipata, capace di viaggiare in lungo e in largo fra Persia, Siria e Turchia. C'era in quel caso un rovesciamento ancora più interessante del paradigma dominante: prima l'istruzione, poi il voto. Indipendentemente dal genere. E questo è un concetto potente, che conserva il suo significato ancora oggi.
L'urgenza del viaggio
Nel tuo libro sei partita dall'urgenza del viaggio, uno status che tutte le donne di cui racconti hanno sperimentato a vari livelli. Che cosa attivava in loro quest'urgenza?
Sicuramente una buona dose di solitudine ed isolamento, che ogni donna all'epoca provava. Significava sentirsi in difetto perché desiderose di qualcosa a cui la società non le riteneva meritevoli di ambire. E non per meriti non acquisiti, quanto piuttosto per partito preso. Una donna che decideva di partire, di viaggiare, doveva fare i conti con l'abbandono del focolare domestico cui era tradizionalmente destinata. Annemarie Schwarzenbach diceva che ‘ciò che si ama di più lo si ama già con il dolore dell’addio' e io credo che questa frase potesse essere letta e pronunciata sia in fase di partenza che di ritorno. Le donne avventuriere erano capaci di introiettare questo movimento nel loro andare, di non negare la sofferenza, di non volerla superare ad ogni costo, ma di passarvi attraverso, per vivere più pienamente.
Per farlo, occorreva disobbedire.
Già, in un mondo dove eravamo abituate ad attendere l'uomo che aveva preso il largo, chiudendoci in preghiera, il prezzo della libertà femminile, anche soltanto di quella immaginata, era la vergogna. Se una donna non restava passivamente, era considerata una poco di buono, nel migliore dei casi. Ma l'urgenza di cui prima ha spinto molte donne a disobbedire seguendo un richiamo ‘altro’. Violet Olivia Cressy-Marcks lo spiega benissimo: ‘Le mie esplorazioni sono al servizio della scienza e della solitudine, ma soprattutto della mia sete di conoscenza’. Da antiche “Penelopi” a moderni “Ulissi”.
Nel libro racconti di quanto, oggi come allora, viaggiare sia sempre una negoziazione fra libertà e rischio.
Assolutamente. Ogni viaggio lascia insegnamenti nuovi ma pretende anche molto da noi che li apprendiamo: la capacità di avere fiducia, di affidarsi all'ignoto senza sapere che cosa abbia in serbo. Si parte forse con l'illusione di avere tutto sotto controllo, una rotta precisa e obiettivi tracciati, ma alla fine è il viaggio stesso e gli incontri che esso determina a modellare e smontare, creare e destrutturare. C'è una forte componente di libertà ma anche un forte determinismo.
Se tu hai ricalcato i passi di queste donne rivoluzionarie in un libro, vi è anche chi l'ha fatto concretamente.
Elise Wortley ha scelto di ripercorrerne le tracce davvero alla lettera, partendo per esplorazioni analoghe alle loro, equipaggiata esattamente come loro e seguendo la forza vitale dei loro progetti. Vivere in prima persone le difficoltà che queste donne devono aver sperimentato, esperirle sulla propria pelle, è un altro atto di rottura che può rendere l'empowerment femminile più ancorato alla concretezza dei risultati raggiunti e dei traguardi ancora da percorrere. L'ultimo film pensato e prodotto da Elise, The Bride of Mont Blanc, racconta la prima ascensione femminile del Monte Bianco nel 1838, portata a compimento da Henriette d'Angeville. Che quest'ultima sia ancora così poco ricordata, nella comunità alpinistica come nei libri di storia, ci dice moltissimo sul lavoro culturale che dobbiamo ancora portare avanti.
Fra tutte le donne di cui hai raccontato ce n'è una che, con un suo gesto, potrebbe riassumere il valore incarnato per te da queste storie?
Sicuramente Alexandra David-Néel. Il fatto che al compimento dei cento anni non abbia voluto fare testamento ma piuttosto rinnovare i documenti per un nuovo passaporto la dice lunga sulla sua attitudine, più forte della vita stessa. Questa apertura alla progettazione, non solo in gioventù, incarna profondamente l'idea di dare vita agli anni prima che anni alla vita e può essere d'ispirazione per tutte e tutti noi. Ogni storia che ho descritto si muove nella direzione di capire che cosa serve per trovare la misura di se stesse. Ancora oggi, per esempio nelle tribù Padaung, ci sono donne che attuano forme di resistenza silenziosa, caratterizzata paradossalmente dalla stessa forza d'animo che abita invece le intenzioni di tutte quelle donne migranti capaci di tentare il tutto e per tutto attraverso il Mediterraneo, fuggendo. In entrambe queste scelte vi è un senso profondo e radicato, che parte dall'appello a non lasciare sola la nostra inquietudine ma a seguirne il richiamo, ovunque esso porti. Credo sia questo il primo passo per arrivare ad una definizione più piena del nostro viaggio più importante: la vita stessa.