Cazzanelli: "Tra un mese in spedizione, nel massiccio del Gasherbrum"

Domani sera a Saint-Vincent la prima del film dedicato al Kimshung, ma è già quasi tempo di tornare in alta quota. "Messner un riferimento, la sua era vera esplorazione"

 

In attesa di partire per il Karakorum, spedizione che ha programmato per l'inizio di questa estate, François Cazzanelli prosegue con la preparazione e un'attività alpinistica sempre alla ricerca di nuovi spunti sulle montagne a lui più care e vicine. Il 27 aprile, la guida alpina di Valtournenche ha aperto Alla ricerca del drago sulla parete nord-est del Breithorn Orientale (4.141 metri): 14 tiri per 800 metri, con difficoltà fino a M7 e AI4. Insieme a lui Étienne Janin e Stefano Stradelli, per un'avventura che non ha risparmiato un ingaggio significativo.

Un serio banco di prova

La via ha difficoltà di misto importanti e un fattore di rischio non indifferente. Avete trovato un ambiente che rispondeva a quanto vi aspettavate?

Sì, direi che era piuttosto in linea con quello che ci aspettavamo, anche perché si tratta di una parete che ormai conosco piuttosto bene. Insieme a Eti e Teto avevamo visto questa linea e non abbiamo saputo resistere. Nella prima parte abbiamo seguito una bella combinazione tra la variante d’attacco di sinistra del Couloir Vanis e lo sperone nord-est. Poi, dalla base dell’evidente gendarme, siamo entrati nell’inesplorato. La via si sviluppa in un ambiente severo: ogni tiro è impegnativo e nulla può essere lasciato al caso. Non ci sono tiri particolarmente duri, ma nessuno è facile. D'altronde, quando vai in quell'ambiente non puoi che aspettarti quello. Nel complesso la via risulta sostenuta e continua, c'è solo un piccolo trasferimento di ghiaccio in mezzo. L'uscita forse non era molto bella, piuttosto delicata, ma sono soddisfatto.


Il nome richiama il celebre “mostro” invocato da Messner.

Il nome rappresenta bene le motivazioni che ci hanno spinto ad affrontare questa avventura: la voglia di vivere un'avventura, confrontandoci con una parete in maniera semplice e leale. Il drago è il simbolo che Reinhold Messner utilizzò nel suo celebre articolo L’assassinio dell’impossibile per rappresentare quell’idea che l’alpinismo deve continuare a custodire.

 

Ero stato da poco al Trento Film Festival e nella serata con il CAI [Le vie dei sogni, ndr] abbiamo avuto un bel dialogo con gli altri alpinisti. Nel confronto è emersa questa idea condivisa: non è vero che non c'è più niente da fare sulle nostre montagne, il famoso drago di Messner lo puoi trovare ancora ovunque.

 

“A Trento abbiamo avuto un bel confronto alla serata del CAI. È emersa questa idea condivisa: non è vero che non c'è più niente da fare sulle nostre montagne, il famoso drago di Messner lo puoi trovare ancora ovunque”.

Forse oggi c'è tanta confusione: tutto l'alpinismo viene raccontato come spettacolare e si fa più fatica a capire dove l'avventura è vera e dove no...

Mi trovo abbastanza d'accordo. Nella comunicazione oggi ci sono tante cose diverse che vengono mischiate e non si è arrivati bene a fare capire il valore di certe salite rispetto ad altre. Soprattutto lontano dall'Europa, in alta quota, può bastare una foto sui social a fare sembrare alpinismo di punta anche quello che non lo è, ed è un po' triste. La comunicazione insomma mescola un po' le carte. Questo però non vuol dire che non ci siano cose valide e soprattutto che alla base di tutto, secondo me, dovrebbe sempre esserci la voglia di vivere una avventura.

Messner, un riferimento

La figura di Messner che posto occupa nel tuo personale bagaglio alpinistico?

Io fin da piccolo sono stato affascinato dai suoi libri, li leggevo e sognavo un certo alpinismo, grandi cose in montagna. I suoi libri insomma fanno sognare. Poi ho avuto la fortuna di conoscerlo e ha un carisma incredibile, solo nel sentirlo parlare lo si capisce. È sicuramente fonte di grande ispirazione, quello che ha fatto rimarrà in eterno.


C'è qualcosa, nella sua completissima produzione alpinistica, che ti ha colpito o ispirato più di altro?

Sicuramente mi piacerebbe prendere spunto da qualche via che ha fatto in Himalaya: la traversata dei Gasherbrum I e II con Hans Kammerlander [28 giugno 1984, ndr], la nord-ovest dell'Annapurna [1985, sempre con Kammerlander], o anche la prima sull'Hidden Peak con Peter Habeler nel 1975, senza portatori e senza ossigeno. Ce n'è a bizzeffe. Anche se prendiamo le sue pagine più tragiche, come l'epopea sul Nanga Parbat, rimane un'avventura che aveva i contorni della vera esplorazione, era la frontiera dell'alpinismo. Quell'epoca oggi non c'è più e un poco di invidia la provo per quel tempo. Oggi sarebbe inimmaginabile tentare quello che hanno tentato loro.

 

"Tra le imprese di Messner ce ne sono alcune che mi hanno colpito più di altre, come la traversata dei due Gasherbrum"

Come ti sei ripreso dall'operazione?

Inizio a stare bene, dopo l'operazione al ginocchio ho fatto il Tour du Rutor, un bel banco di prova e la via sul Breithorn è una prima conferma. Il livello è buono.


Domani, alle 20.30, a Saint-Vincent, sarà proiettato in prima visione il film dedicato al Kimshung. Come ti senti a qualche mese di distanza?

Devo dire che mi sento più sereno, perché non è tanto il fatto che sia passato qualche mese, ma qualche anno da quando tutto è iniziato. In un certo senso mi sento anche più sollevato, perché avere chiuso un cerchio mi permette di pianificare le prossime mosse con più tranquillità. Ci vorrà ancora un po' per mettere tutti i tasselli a posto di quell'avventura, ma posso guardare avanti.


Dove andrai questa estate? Qual è il tuo obiettivo?

Questa estate partiremo per il Pakistan il 26 giugno. Andremo nel massiccio del Gasherbrum con Étienne Janin, Stefano Stradelli e Jérôme Perruquet. Come sempre, in questi casi, l'obiettivo lo teniamo per noi, ma non vediamo l'ora di partire.