Chernobyl 40 anni dopo © MUSE
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Chernobyl 40 anni dopo © MUSE
Per chi è nato a fine anni '70 o nei primi anni '80, Chernobyl rimane non tanto il simbolo di uno dei più gravi disastri ambientali della storia, ma il ricordo di qualcosa di incomprensibile. Incomprensibile, intangibile, eppure assolutamente importante, come solo potevano essere gli eventi eccezionali di cui si sentiva parlare dagli adulti con “quel tono” a metà strada tra incertezza, esigenza di rassicurare, ma anche monito assoluto a rispettare le raccomandazioni date. Che, in occasione di quel 26 aprile e dei giorni che seguirono, furono in molti casi anche giocoforza decisamente carenti, confuse, contraddittorie.
Chernobyl oggi
La vita quotidiana prese ben presto il sopravvento sulle preoccupazioni, come sempre avviene in questi casi ma, a distanza di 40 anni, ancora oggi Chernobyl desta interesse e solleva diversi interrogativi. Uno di questi sarà al centro di un incontro organizzato dal MUSE di Trento oggi alle 20.45, con il titolo Chernobyl Wildlife. L’area 40 anni dopo l’incidente. La domanda è semplice ma potente: quanto rapidamente la natura può rigenerarsi quando l’essere umano si ritira? Proveranno a rispondere German Orizaola Pereda, professore associato di zoologia all’Università di Oviedo, e Pablo Burraco Gaitán, ricercatore presso la Stazione Zoologica di Doñana. A moderare sarà chiamata Elisabetta Filosi, zoologa e mediatrice scientifica del museo.
Il tema
Il 26 aprile 1986, l’esplosione del reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl liberò nell’ambiente una quantità di radiazioni – vale la pena ricordarlo- oltre 400 volte superiore a quella della bomba atomica di Hiroshima. Circa 350.000 persone furono evacuate e nacque una zona di esclusione di 30 chilometri attorno al sito, destinata - secondo le previsioni del tempo- a rimanere inabitabile per secoli. A distanza di quarant’anni, però, la realtà è molto diversa da quella immaginata. Sebbene la contaminazione sia ancora presente, con circa il 10% delle radiazioni originarie ancora in ambiente, l’assenza dell’uomo ha innescato un processo inatteso: la rinaturalizzazione dell’area.
La zona di esclusione
Oggi la zona di esclusione è diventata una delle più grandi aree selvatiche dell'Europa continentale e un caso unico di studio per la comunità scientifica. Monitoraggi condotti con fototrappole documentano la presenza stabile di numerose specie: lupi, linci, cervi, alci, cinghiali e cavalli di Przewalski, oltre a più di 200 specie di uccelli. In alcuni casi, le popolazioni di grandi mammiferi risultano sorprendentemente abbondanti, favorite dall’assenza di caccia, agricoltura e gestione forestale. Accanto a questa apparente rinascita, la ricerca scientifica evidenzia però un quadro più complesso.
L’esposizione alle radiazioni ionizzanti continua ad avere effetti sugli organismi: cataratte, alterazioni genetiche, riduzione della fertilità e anomalie nello sviluppo sono stati osservati in diverse specie, soprattutto nelle aree più contaminate. Alcune specie risultano particolarmente sensibili alla contaminazione. Tra gli uccelli, studi condotti sulla rondine, la capinera e il canapino maggiore hanno evidenziato una maggiore incidenza di anomalie riproduttive, tra cui malformazioni degli spermatozoi e riduzione della fertilità. Anche tra insetti e impollinatori si registrano effetti significativi, come alterazioni nello sviluppo, maggiore incidenza di parassiti e riduzione della longevità, mentre alcune piante mostrano anomalie morfologiche e variazioni nei tassi di crescita nelle aree più contaminate.
Nonostante ciò, molte popolazioni animali sembrano mantenersi stabili. Questo apparente paradosso è al centro delle ricerche più recenti: fino a che punto la fauna riesce ad adattarsi a un ambiente contaminato?
Le mutazioni
Gli studi dei relatori offrono esempi emblematici, come quello delle rane della zona di esclusione, oggi caratterizzate da una colorazione più scura. Una maggiore presenza di melanina - pigmento capace di assorbire parte delle radiazioni- potrebbe aver favorito gli individui più resistenti, suggerendo un rapido processo di selezione naturale nel corso di poche decine di generazioni. Chernobyl è diventata così un osservatorio privilegiato per indagare non solo gli effetti delle radiazioni, ma anche i meccanismi di resilienza degli ecosistemi: un luogo in cui convivono, in equilibrio instabile, danno biologico e recupero della biodiversità.
In tutto questo, a quarant'anni di distanza, l'uomo appare una figura sullo sfondo, una componente quasi di disturbo, che la natura ha saputo in qualche modo “digerire”. E se da questa lezione potessimo imparare qualcosa di utile per il futuro, anche al di là delle indicazioni più strettamente tecniche? L'incontro promosso dal MUSE servirà anche a indagare questo aspetto di una delle vicende ambientali più dirompenti dell'ultimo secolo.