Fiamme Gialle, Gino Taufer: "Il bivacco è cambiato, ma la montagna è la stessa"

Il delegato del soccorso alpino non nasconde la preoccupazione. "Ho visto gente impiegare 13 ore per un percorso da 4. C'è chi non è più tornato. Non si può andare lì solo per dormire e senza esperienza"
Che stagione attenderà i soccorritori? © arch. CAI Fiamme Gialle

 

L'ultimo intervento del Soccorso Alpino al bivacco Fiamme Gialle è stato effettuato il 2 maggio, quando due escursionisti fiorentini in difficoltà hanno lanciato l'allarme, attorno alle 7.30 del mattino. Avevano percorso la via ferrata già con fatica il giorno precedente e - dopo la notte trascorsa nella struttura- avevano chiamato i soccorsi, non sentendosi nelle condizioni di scendere in autonomia.

 

La ferrata Luigi Bolver è un percorso indicato per escursionisti esperti e in una stagione come questa, significa che chi intraprende la salita deve sapersi muovere in un ambiente che può sconfinare nella pratica alpinistica in determinati frangenti. Da ottobre scorso, quando la vecchia struttura è stata sostituita, gli interventi sono stati ben 9. Troppi, al punto che anche a mezzo stampa sono state fatte varie ipotesi per mettere rimedio a una situazione in cui le parole e le raccomandazioni non bastano più a limitare avventati tentativi di raggiungere il bivacco. 

 

Ne abbiamo parlato con Gino Taufer, delegato di zona del Soccorso Alpino del Trentino per il Primiero e il Vanoi, che conosce il territorio per esperienza personale e operatività.

Bivacco nuovo, ma la montagna è la stessa

“Qui c'è una situazione di emergenza, dovuta al nuovo bivacco che è molto attrattivo – spiega Taufer-. Prima c'era un bivacco vecchio stile che era mio coetaneo, classe 1968. Improvvisamente, da ottobre scorso, abbiamo una villa in montagna. Il bivacco è cambiato, ma il Cimon della Pala è rimasta la stessa montagna. E allora, dico io, a questo punto prendiamo l'elicottero e riportiamo su il vecchio bivacco, facciamo cambio. Così, chi vuole andare sui monti si adeguerà e i turisti potranno andare a dormire sul tetto del MUSE [dove attualmente è stato esposto quello originale, ndr], con una bella vista sul Parco delle Albere. Lì c'è pure il ghiacciaio pensile”. A scanso di equivoci, di questi tempi, sottolineiamo che Taufer ha espresso quest'ultimo pensiero a guisa di battuta, nemmeno di provocazione.

 

“Prendiamo l'elicottero e riportiamo su il vecchio bivacco. Così i turisti potranno andare a dormire sul tetto del museo”. 

 

Tornando seri, vale la pena ricordare le difficoltà a cui si va incontro sulla Bolver e sul percorso di rientro. “D'estate c'è pure l'impianto che fa risparmiare circa 400-500 metri di dislivello, ma che la cabinovia sia aperta o chiusa, ricordiamo che tutta la ferrata è impegnativa. Non solo tecnicamente, ma anche per via dell'ambiente. Non c'è un rifugio vicino e la via del ritorno presenta dei punti complessi, pericolosi. In Val dei Cantoni mi ricordo personalmente di avere recuperato tre persone in una specie di nevaio terminale. In primavera diventa una trappola e quando dico recuperato non intendo per forza dire vivi”.

 

“Tutta la ferrata è impegnativa. Non solo tecnicamente, ma anche per via dell'ambiente”.

No al sensazionalismo, ma bisogna essere chiari

L'uso di un linguaggio forte è dettato dall'intento di arrivare realmente a fare comprendere la gravità delle possibili conseguenze di azioni avventate. “In questa stagione, anche in una giornata spettacolare, non è detto che si possa procedere senza picche e ramponi. Siamo sicuramente oltre l'escursione”. Già solo menzionare piccozza e ramponi dovrebbe fare riflettere sul fatto che non basta procurarsi la dotazione, ma che è necessario avere una solida esperienza nel loro utilizzo e nella valutazione del terreno su cui ci si muove.

 

Un altro fattore da tenere assolutamente in considerazione sono i tempi di percorrenza. Non riuscire a rispettarli dovrebbe fare scattare un campanello d'allarme negli escursionisti. Taufer ci racconta un episodio risalente a non troppo tempo fa. “È arrivata una chiamata per tre ragazzi che ci avevano messo 13-14 ore per arrivare al bivacco. Erano partiti alle 8, alle 9 mattino. È una salita da 4-5 ore. Anche se c'è la neve, il tempo non può moltiplicarsi all'infinito. A quel punto devi capire che non stai affrontando la cosa nel modo corretto. Loro si erano messi a spalare via la neve dalla fune, che era sommersa...”.

Sovraffollamento marcato

Venerdì 1 maggio al Fiamme Gialle c'erano 15 persone dentro il bivacco, che ha 9 posti per dormire. Tanto affollamento non era dovuto a pernotti effettuati nell'ottica di spezzare l'attività alpinistica. “Il bivacco è diventata una meta da Instagram e ricordo che siamo nel cuore di un parco naturale. Vedo tanti video fatti con i droni, anche belli, sui social. Ma ricordo che dentro il parco non è consentito farli volare, eppure riprendono e pubblicano. Allora forse, a questo punto, davvero bisognerebbe togliere i materassi, se non addirittura i letti. Magari, così facendo, ci andrebbero solo quelli che davvero hanno interesse a fare qualcosa in montagna e non solo a pernottare”.

 

“I video con i droni? Non si possono fare. Ma non solo li girano, li publicano pure”.

 

In uno scenario di interventi come quello del Fiamme Gialle, la preoccupazione per la stagione estiva non può che fare capolino anche negli operatori. “È vero, in quanti saliranno?” chiude Taufer. In conclusione, è sempre opportuno ricordare che i soccorritori si mettono a disposizione della comunità come volontari. “Spesso, quando arriva una chiamata, devono lasciare un lavoro, una cena, un letto. E accettare una percentuale di rischio”. Sarebbe opportuno ricordarcelo sempre quando andiamo in montagna. 

 

La responsabilità sulle scelte che prendiamo è individuale ma, quando qualcosa va storto, i nostri errori ricadono su altri.