Uomo Inuk che indossa tavoletta di legno intagliata per proteggersi dal riverbero della luce sulla neve. Prototipo degli occhiali da ghiacciaio © Filippo Del Vecchio
George Mallory (sx) e Tenzing Norgay (dx) indossano un esempio di occhiali protettivi nel 1953 sull'Everest © Filippo Del Vecchio
Occhiali da alpinista moderni © Filippo Del Vecchio
Alpinisti negli anni '70 © Filippo Del Vecchio
Jurek Kukuczka (sx) e compagno negli anni '80 indossano occhiali protettivi sull'Himalaya © Filippo Del Vecchio
Scott Fisher negli anni '90 indossa un modello già dallo stile moderno © Filippo Del VecchioSul ghiacciaio la luce non è mai ferma. Si riflette sulla neve, rimbalzando in ogni direzione e riempiendo lo spazio fino ad annullare i contrasti. Una cordata di alpinisti avanza lentamente lungo la traccia, passo dopo passo sono costretti a socchiudere gli occhi per distinguere il terreno. Dopo ore, lo sguardo si affatica, perde precisione. In ambienti come questo, dove ogni passo può fare la differenza, la luce del sole smette di essere un alleato e diventa un ostacolo. Sotto la neve non si vede, e tutto si riduce a una cosa sola: riuscire a leggere il terreno abbastanza bene da sapere dove mettere il piede.
I primi occhiali da neve
Molto prima dell’invenzione delle lenti e degli occhiali moderni, nelle regioni artiche tra Alaska e Canada, le popolazioni inuit e yupik avevano già trovato una soluzione. In un ambiente dove il sole resta a lungo sospeso tra cielo e distese di neve, la luce diventa una presenza costante e difficile da sostenere. Gli ilgaak, così chiamati in lingua inuktitut, erano semplici maschere a forma di tavoletta, scolpite nel legno, nell’osso o nell’avorio e modellate per aderire perfettamente al volto.
Al posto delle lenti, sottili fessure orizzontali lasciavano filtrare solo una minima quantità di luce. Fu un’intuizione essenziale di quelle genti: ridurre l’abbagliamento e, allo stesso tempo, migliorare la messa a fuoco. In alcuni casi, l’interno veniva annerito con fuliggine per attenuare ulteriormente i riflessi.
Non erano per loro semplici strumenti di protezione, ma veri e propri ausili visivi, tra i primi mai concepiti dall’uomo. Nati per necessità, questi oggetti raccontano una forma di conoscenza costruita sull’osservazione diretta e sull’adattamento, in un ambiente, quello di giaccio, dove ogni errore può avere conseguenze immediate. Ancora oggi, negli occhiali da ghiacciaio utilizzati dagli alpinisti, si ritrova lo stesso principio, dalle protezioni laterali, riduzione della luce e un maggior controllo dello sguardo.
Una linea sottile collega quelle tavolette scolpite a mano alle lenti tecniche moderne, attraversando secoli di esplorazioni e trasformazioni.
Quando la luce diventa un rischio
Eppure, nonostante questa lunga storia, la protezione degli occhi in montagna resta spesso sottovalutata. La cosiddetta cecità da neve (oftalmia nivalis), o fotocheratocongiuntivite, è una condizione tanto antica quanto attuale. Una vera e propria scottatura della cornea causata dall’esposizione ai raggi ultravioletti riflessi dalla neve, in particolare i raggi UV-B e UV-C.
Si tratta, a tutti gli effetti, di una scottatura della superficie oculare. I sintomi non sono immediati però ma compaiono spesso dopo alcune ore dall’esposizione, con dolore intenso, bruciore, lacrimazione e una marcata sensibilità alla luce. Nei casi più evidenti si sviluppa una cheratite superficiale bilaterale, con riduzione temporanea dell’acuità visiva e difficoltà anche a tenere gli occhi aperti.
In montagna, dove talvolta la luce del sole viene sottovalutata, le condizioni amplificano il rischio. L’intensità dei raggi solari aumenta infatti di circa il 10% ogni 1000 metri di dislivello, a causa della rarefazione dell’atmosfera, mentre la neve e il ghiaccio possono riflettere fino all’80% delle radiazioni ultraviolette. Questo significa che l’occhio è esposto non solo alla luce diretta, ma anche a quella riflessa, in un effetto combinato che può risultare particolarmente dannoso. Naturalmente non è un rischio riservato solo alle grandi spedizioni Himalayane ma può colpire escursionisti, sciatori e alpinisti anche sulle Alpi, durante una giornata di sole apparentemente innocua praticando qualsiasi attività che richieda del tempo a contatto con la superficie nevosa.
Orientarsi oggi
Oggi, anche nel contesto alpino, dopo anni di evoluzione tecnica e ricerca, gli occhiali da ghiacciaio sono diventati uno strumento essenziale per proteggere gli occhi dalla luce intensa riflessa da neve e ghiaccio nelle giornate limpide. Non sono solo un dispositivo funzionale, ma anche un oggetto che conserva, in alcune forme, un richiamo ai modelli del passato.
Proteggere gli occhi significa mantenere la capacità di orientarsi, di leggere il terreno, di muoversi in sicurezza. È un gesto di attenzione che affonda le radici in un sapere antico: quello che aveva portato gli Inuit a intuire che, davanti a una luce troppo forte, la soluzione non è resistere, ma filtrare.
Un gesto semplice, nato per necessità, che ancora oggi accompagna chi attraversa la montagna, ricordando che anche vedere, davvero, in certi luoghi è qualcosa che si impara.