Il coro della SOSAT, dal 1926 un antidoto all'isolamento

A cent'anni dalla fondazione, abbiamo intervistato il presidente Andrea Zanotti, per farci raccontare storie ed aneddoti legati al più antico e longevo sodalizio corale di montagna. "Tutti conoscono 'La montanara', ma il brano 'La paganella' è ancora più vecchio"

Un coro di dilettanti con la coscienza dei professionisti”. Con queste parole lo scrittore e giornalista Mario Soldati descriveva il Coro della SOSAT, sodalizio che quest'anno, a cent'anni dalla sua fondazione, vanta l'organico più vasto della propria storia, in un crescendo d'interesse che sembra non conoscere età.

Abbiamo 44 voci - racconta infatti Andrea Zanotti, che del Coro della SOSAT è presidente dal 2010 - e continuiamo a rispondere all'unisono allo spirito ben evidenziato nelle parole di Soldati. Il fatto di essere un'espressione popolare nel senso più pieno del termine non ci ha mai abbandonati. Non siamo persone che ‘possiedono’ la musica dal punto di vista accademico e tecnico, ma questo non ci ferma dall'approcciarci al canto con la devozione dei professionisti”.

D'altronde, i cori stessi nascono da un'esigenza popolare e primordiale, lontana dalla musicalità canonica studiata nelle grandi aule. “In montagna, - prosegue Zanotti - la spontaneità del canto nasce per accompagnarsi al lavoro. Si cantava sfalciando i prati, esattamente con gli schiavi neri nelle piantagioni americane cantavano raccogliendo il cotone”. 

Eppure, il Coro della SOSAT di quel canto informale si fece primo promotore, diventando nel 1926 il primo coro di montagna ad essere ufficialmente strutturato e la cui attività fosse definita da uno statuto. “Erano gli anni fra le due guerre - continua Zanotti - e nel 1921 era nata la SOSAT, acronimo di Sezione Operaia della Società degli Alpinisti Tridentini, un'associazione atta cioè a riunire tutti quei membri della SAT (Società degli Alpinisti Tridentini) di estrazione più umile e popolare”.

Cantare per esorcizzare

L'intuizione, sociale e politica, era nata da Nino Peterlongo, alpinista appassionato e commesso in un emporio di manifattura a Trento. “All'inizio degli anni Venti - spiega Zanotti - le montagne del Trentino erano piagate dalla Grande Guerra appena conclusasi e il desiderio che animava i ceti più poveri della società era quello di riappropriarsene, rendendo quegli spazi non più e non solo luoghi di dolore e di lavoro ma anche di svago e d'avventura. Peterlongo percepì questo comune sentire e, fondando la SOSAT, fornì alla giovane generazione popolare del capoluogo, falcidiata dal conflitto e che si era addormentata austroungarica per risvegliarsi italiana, un orizzonte di senso che andasse oltre le identità e i confini”.

Già allora, dunque, cinque anni prima della fondazione ufficiale del coro, il canto iniziava a farla da protagonista, soprattutto durante le gite sociali proposte dalla neonata sezione. “Il canto, come detto prima, costituiva uno strumento prezioso in una temperie simile: com'era stato per i canti degli Alpini durante la Prima Guerra Mondiale, permetteva di esorcizzare il disastro appena conclusosi nella spontaneità di una condivisione autentica”. 

Fare sintesi era per Nino Peterlongo quasi una missione personale: fu così che, nel 1926, decise di raccogliere in un coro organizzato queste istanze spontanee che andavano formandosi, dando al nuovo Coro della SOSAT una struttura armonica ed incentivando la restituzione colta da parte di musicisti importanti che, fin dalle prime esibizioni, si accorseno delle enormi potenzialità di questo sodalizio. 

La Montanara

Già l'anno successivo, infatti, il compositore vicentino Toni Ortelli scrisse e musicò in onore dell'amico Casimiro Bich, scomparso sul Monte Rosa, il celebre canto La Montanara, donandolo poi al Coro della SOSAT. “La storia è arricchita da alcuni particolari che è bene sottolineare. - precisa Zanotti - Anzitutto, lo stretto legame che univa Nino Peterlongo all'alpinismo torinese: a Guido Rey, per esempio, ma anche a Gabriele Boccalatte, che non a caso fu coinvolto nella stesura della musica”.

Alcuni ricorderanno come Gabriele Boccalatte, oltre che un fortissimo alpinista, fosse anche un prodigioso pianista, il che dà luogo ad un altro fatto curioso. “Il primo arrangiamento - dichiara infatti Zanotti - faceva ampio uso del piano in quanto era inizialmente approntato a mo' di lied tedesco. Ortelli la riarmonizzò proprio perché intuiva che coinvolgere questa neonata forma di coralità avrebbe decretato un maggiore successo del brano”. Così fu, visto che, quando si parla di canti di montagna, ‘La Montanara’ detiene senza timore di smentita il primato di tormentone più diffuso. 

La Paganella

Un'altra canzone di cui si parla poco ma che, in occasione di questo centenario, andrebbe rispolverata è 'La Paganella’ antecedente addirittura a ‘La Montanara’ stessa" dichiara Zanotti. Inno ed elogio alla vetta di cui porta il titolo, la cui ombra si staglia sulla Valle dell'Adige fino alla parte più settentrionale della città di Trento, il brano fu composto da Luigi Pigarelli nel 1925 e divenne uno dei primi ad entrare di diritto nel repertorio del coro. 

Nel brano, vengo decantate le lodi dell'omonima cima, come vero e proprio balcone del Trentino, da cui poter ammirare la vista più centrale e bella di tutte, che nelle giornate più nitide si estende addirittura fino a Milano. “Anche se molti tenderebbero ad affermare il contrario, - racconta Zanotti - la canzone non descrive la montagna-simbolo della Valle dell'Adige ma costruisce proprio questo simbolo da zero. Prima di allora, infatti, a nessuno sarebbe venuto in mente di guardare alla Paganella nel senso proposto dal brano". 

In effetti, anche l'interesse alpinistico nei confronti di questa vetta era di fatto appena nato: la prima ascensione della montagna attraverso la sua mastodontica parete est era stata portata a termine soltanto un paio di anni prima, nel 1922, e si sarebbero dovuto aspettare ancora dieci anni prima che nel 1932 Bruno Detassis, Gino Corrà, Nello Bianchini e Aldo Pedrotti aprissero la spettacolare via Diretta, ancora oggi meta e sogno di molti arrampicatori. 

Montagne cantate e montagne arrampicate

Il Coro della SOSAT riuscì dunque non soltanto a raccontare la montagna ma anche ad ispirare gli altri a frequentarla, attraverso il canto. Non a caso, proprio in Paganella e proprio per festeggiare i cent'anni del sodalizio, è stata aperta nel 2021 la ‘via del Centenario SOSAT’, (280 metri, V+ obbligato, max VII/A0) nientemeno che dall'attuale presidente dell'associazione, Luciano Ferrari, insieme ad Antonio Zanetti

Ma anche il coro, da quest'anno, può vantare una via alpinistica a lui dedicata nelle Dolomiti di Brenta. - aggiunge Zanotti - Si tratta della ‘via del Centenario Coro SOSAT’ (170 metri, V+/VI) , aperta sul Torrione Maria Pia la scorsa estate da un nostro corista, Fabio Bertoni, insieme ad Andrea e Antonio Zanetti”.

Coro della SOSAT e Coro della SAT

A questo punto, occorre anche fare un po' di chiarezza riguardo alla differenza che intercorre fra Coro della SOSAT e Coro della SAT, una distinzione che è stata al centro, negli anni, di lunghe e sterili polemiche. “Fra il 1928 e il 1930 - spiega una volta per tutte Zanotti - Peterlongo era stato esautorato dalla SOSAT perché nel frattempo il fascismo aveva dato corpo ad analoghe organizzazioni operaie di massa la cui attività si poneva in netta concorrenza con quelle, fino ad allora apolitiche, del sodalizio. La stessa sezione venne infine soppressa, nonostante il coro continuasse comunque ad esibirsi, anche in occasioni nazionali importanti quali l'incontro fra Mussolini e Hitler a Roma, nel 1938. Chiaramente però non potevano usare l'acronimo originale: il coro iniziò dunque a chiamarsi Coro della SAT, almeno fino al 1945”.

Nell'aprile di quell'anno, infatti, la situazione cambiò di nuovo radicalmente. Gigino Battisti, figlio dell'irredentista Cesare e primo sindaco della Trento liberata, chiese a pochi giorni dall'insediamento di poter ricevere Nino Peterlongo, assegnandogli di fatto il compito di rimettere insieme la SOSAT e, con essa, l'omonimo coro. Parallelamente però, il percorso del Coro della SAT non si fermò e proseguì sotto la guida dei fratelli Pedrotti, dando vita alla scissione che persiste ancora oggi. “Mio padre Roberto - racconta, con orgoglio ed emozione, Andrea Zanotti - fu chiamato da Peterlongo, di cui era amico, ad entrare a far parte del redivivo coro e questo permise a me, nel corso dei decenni, di crescere insieme ad esso e di diventarne presidente ormai sedici anni fa”.

Valori e futuro

L'appartenenza, famigliare e valoriale, è uno dei capisaldi del Coro della SOSAT, anche dopo così tanti anni trascorsi a cantare le vette. “Le sale sono ancora piene. - ci dice Zanotti - Il ricambio generazionale forse stenta, ma abbiamo comunque voci di 22-23 anni che si sono ben inserite nell'assetto, con un'età media complessiva che si assesta intorno ai 50 anni. D'altro canto, un tema più generale con cui dobbiamo fare i conti riguarda l'invecchiamento del repertorio. Il rischio, tangibile, è quello di diventare una realtà folkloristica e occorre trovare pertanto il modo di ancorarsi alle necessità del presente, così come Ortelli, con buona dose di visione, riarrangiò con ‘La Montanara’ un motivo pensato per pianoforte riadattandolo alla coralità. Lo stiamo facendo, per esempio, con le composizioni di Morricone, che ci piace proporre ai concerti. E restiamo aperti, pro futuro, ad ogni genere di contaminazione che abbia un senso per la nostra identità”.

La realtà di un coro come quello della SOSAT si nutre d'altronde di scambi e di socialità, incarnando in qualche modo anche la speranza in una socialità diversa. “Di fronte alla desertificazione e all'isolamento spesso prodotti dalla tecnologia - conclude Zanotti - mi piace pensare al coro come ad un antidoto: per fare un accordo, dobbiamo essere almeno in quattro e dimostrare di saperci ascoltare reciprocamente. Fare squadra e porsi in ascolto: queste sono le sfide, generali, del nostro presente”.