Prove calata in doppia Scuola Graffer © Alicia Chiodi
Lezione collettiva al Caré Alto, Scuola Graffer © Alicia Chiodi
Lezione sui nodi, Scuola Bismantova © Alicia Chiodi
Progressione in arrampicata, Scuola Bismantova © Alicia Chiodi
Partecipante con bodycam, Scuola Bismantova © Alicia Chiodi
Alicia Chiodi, prove di paranco, Scuola Graffer © Alicia Chiodi
"È valido quel corso?", "Ma cosa ti spiegano?", "Le uscite sono servite?" sono tre domande tra le più classiche che aspiranti alpinisti e novizi rivolgono a chi ha più esperienza, per capire come orientare la propria scelta di una vera e propria "iniziazione" alla montagna, secondo un'attività che necessita di una istruzione rigorosa e da impostare al meglio fin dal principio.
Generalmente, l'interesse si limita a comprendere se un determinato corso fa al caso proprio. Ma questo approccio empirico è stato affiancato da Alicia Chiodi a un orientamento marcatemente più scientifico, che vuole comprendere le dinamiche di passaggio delle competenze tecniche.
Chiodi infatti è una dottoranda dell'Università degli studi di Trento, che sta realizzando una ricerca intitolata Trasmissione e acquisizione di conoscenza esperta in contesti di complessità. Un’etnografia dei Corsi CAI. Il sunto del suo lavoro ci arriva tramite la collaborazione con il comitato scientifico centrale del Club Alpino Italiano, lo riportiamo a seguire.
COME SI IMPARA AD ANDARE IN MONTAGNA COn i CORSI CAI
di Alicia Chiodi
Nell'ambito del mio progetto di ricerca dottorale in sociologia e ricerca sociale, condotto in collaborazione con il CAI e la commissione nazionale scuole di alpinismo, scialpinismo e arrampicata libera, ho seguito alcuni corsi di alpinismo e arrampicata per capire genesi ed evoluzione della competenza alpinistica, nella duplice veste di allieva e ricercatrice.
LA MONTAGNA COME SCUOLA
Non ci sono banchi: la lavagna è una parete di roccia, un canale di neve, ghiaccio o misto, un ghiacciaio. I manuali sono il corpo, i sensi e le emozioni, da leggere in interazione con gli altri, l'ambiente naturale e l'equipaggiamento – è così che si generano le competenze che permettono di muoversi in sicurezza in montagna. L'acquisizione di competenza in un contesto così complesso passa infatti attraverso il corpo e la pratica ripetuta, prima ancora che attraverso le parole: sentire l'aderenza sotto al piede, regolare il respiro, correggere in tempo un errore che potrebbe essere fatale – come quando, alle prime armi, si scambia un barcaiolo con un mezzo barcaiolo. Si impara così a muoversi nell'imprevedibilità della montagna: dalla falesia, il terreno di gioco più sicuro, fino al terreno d'avventura in quota - sempre più variabile anche a causa del cambiamento climatico - che va letto e interpretato attraverso le senzazioni corporee e le emozioni, a uno stadio pre-riflessivo. Alle lezioni frontali e alle dimostrazioni in ambiente, dunque, serve sempre affiancare la pratica: come direbbe M.L., istruttore: "C'è la grammatica, poi c'è la pratica".
A COSA SERVE QUESTA RICERCA
Capire come si costruisce la competenza alpinistica non è solo un esercizio accademico: l'obiettivo è restituire al CAI uno sguardo utile sulle proprie pratiche formative, individuando le dinamiche che funzionano meglio nella trasmissione delle competenze e orientando l'insegnamento verso una gestione consapevole del rischio e una fruizione della montagna responsabile e sostenibile. C'è poi un obiettivo più delicato: tenere insieme tradizione e innovazione, con le questioni etiche che ne derivano, per formare frequentatori e frequentatrici capaci di rispettare la fragilità degli ecosistemi che attraversano.
La domanda di partenza, del resto, non è la più ovvia, ovvero perché qualcuno sceglie di rischiare in montagna, ma come si impara ad affrontare rischi e pericoli, alzando l'asticella un poco alla volta, relazionandosi con l'ambiente e i materiali, e acquisendo gli strumenti per farlo con consapevolezza.
Osservare questo significa anche osservare qualcosa di più ampio: come un gruppo sociale, alle prese con un ambiente complesso e imprevedibile, elabora un sapere condiviso e lo fa circolare. Per questo la ricerca vuole contribuire anche alla sociologia culturale e alla sociologia del rischio, offrendo una lente su come gli individui imparano collettivamente a dare un senso all’esperienza dell’incertezza – sperimentando peraltro sul campo metodi di ricerca innovativi.
I METODI
La ricerca si articola in due fasi. La prima è un lavoro d'archivio su fonti CAI dal 1880 a oggi, che ricostruisce la genesi e l’evoluzione delle scuole e le pratiche alpinistico-arrampicatorie ivi insegnate. La seconda, quella etnografica, è il cuore del progetto. Sto partecipando ai corsi di tre scuole scelte per dimensione, storia e collocazione geografica: "Bismantova-O. Pincelli" (RE), "G. Gervasutti" (TO) e "G. Graffer" (TN) – per osservare come il contesto influenzi l'apprendimento.
Alla partecipazione osservante e all’osservazione partecipante affianco l'uso di bodycam, indossate da me e da altri allieve e allievi, raccogliendo video che restituiscono gesti e interazioni difficili da cogliere altrimenti. I video vengono poi rivisti insieme a chi li ha raccolti, ri-proiettandoli nell’esperienza per richiamare pensieri, sensazioni ed emozioni provate nel momento.
PRIME INTUIZIONI DAL CAMPO
L'analisi è ancora in corso: quanto segue sono spunti più che conclusioni. Le questioni più lampanti riguardano le dinamiche di genere e intergenerazionali in ambiente formativo.
La montagna resta uno spazio dove le aspettative rispetto a un'allieva o un allievo – o un istruttore o un'istruttrice, anche in base all'età – pesano spesso in modi sottili, in alcuni casi più esplicitamente, influenzando la fiducia e la legittimazione del singolo a esporsi. Emergono inoltre modi diversi di approcciarsi alla pratica, che meritano di non essere appiattiti su un unico modello.
Poi c'è la retorica dell'autonomia, molto presente nei corsi: l'obiettivo è formare alpinisti capaci di muoversi da soli al termine del corso. Qui entra in gioco il tema del limite, che copre due dimensioni intrecciate: quello personale, che si impara a spostare gradualmente insieme al gruppo, e quello della montagna, che il cambiamento climatico sposta più in fretta di quanto la didattica riesca a inseguire. È una questione di tecnica e tradizione, insegnate con cura, ma anche di etica – il senso di responsabilità verso un ambiente che cambia, ma anche verso se stessi e i propri affetti – che invece emerge a macchia di leopardo, più legato alla sensibilità del singolo istruttore che a una linea condivisa.
Ed è proprio qui che la retorica dell'autonomia incontra il suo banco di prova: anche quando gli strumenti tecnici ci sono, la sicurezza percepita a fine corso va poi verificata, spesso duramente, nelle prime uscite senza istruttori.
La raccolta e analisi dati proseguirà fino al 2027, con l'obiettivo – oltre alla tesi di dottorato – di restituire alle scuole un report pensato per chi la formazione la fa sul campo.