Costa Rica, la miniera verde dove la foresta crea ricchezza

Nello stato centroamericano i proprietari dei boschi sono pagati per non abbatterli: la copertura forestale è passata dal 21% al 60%. I pagamenti per i servizi ambientali possono essere una risorsa anche per la montagna italiana? "Sì, ma con delle differenze nell'applicazione del modello" spiega lo studioso Edison Barbieri

 

Nel 1987 le foreste coprivano circa il 21% del territorio della Costa Rica. Nel 2023 si è arrivati a circa il 60,4%. Un'inversione di tendenza che il paese centroamericano ha costruito con una tecnica particolare: trasformare il bosco in una risorsa economica per i proprietari che valesse più in piedi che abbattuta. “Il cambiamento fondamentale è stato quello di trasformare la foresta da costo-opportunità a capitale naturale capace di produrre servizi economicamente riconoscibili. Prima delle grandi politiche di conservazione, la conversione della foresta in pascoli e terreni agricoli poteva essere economicamente più conveniente per il proprietario. La politica costaricana ha modificato questo rapporto attraverso una combinazione di aree protette, normativa forestale, divieti alla deforestazione e, dal 1997, anche con il programma di pagamento per i servizi ambientali”, afferma Edison Barbieri, oceanografo specializzato in oceanografia biologica e geologica.

“Prima delle grandi politiche di conservazione, la conversione della foresta in pascoli e terreni agricoli poteva essere economicamente più conveniente per il proprietario. La politica costaricana ha modificato questo rapporto” Edison Barbieri

In altre parole, il programma riconosce un compenso ai proprietari che conservano la foresta di loro proprietà, dando un valore economico ai benefici che il bosco produce senza essere abbattuto. Per Barbieri, però, “il PSA non deve essere interpretato come una sorta di ‘listino prezzi della natura’. È piuttosto un meccanismo di remunerazione pubblica e privata di funzioni ecologiche considerate socialmente desiderabili”. La Costa Rica, spiega l’oceanografo, che ha anche conseguito un master in geografia fisica, riconosce quattro principali servizi: assorbimento del carbonio, protezione dell’acqua, conservazione della biodiversità e valore paesaggistico. Quantificarli economicamente è però più semplice per alcuni, come il carbonio, e molto più complesso per altri, come la biodiversità.

Come funziona il sistema di pagamento dei PSA

Per i “servizi” come l’assorbimento di carbonio, spiega Barbieri, può essere ad esempio stimata “la quantità di anidride carbonica equivalente sequestrata o non emessa” da una foresta e ad essa può essere “attribuito un valore attraverso prezzi di mercato, carbon pricing o costi sociali del carbonio”. Per l’acqua, invece, possono essere considerati “i benefici economici derivanti dalla protezione dei bacini idrografici, dalla disponibilità idrica e dalla riduzione dei costi di trattamento”, aggiunge. Le somme quantificate, che non coincidono necessariamente con il valore economico del servizio ecosistemico, vengono poi liquidate ai proprietari grazie alla copertura economica del “3,5% dell'imposta sui combustibili, cui si aggiunge il 25% del canone per l'uso dell'acqua, oltre a contributi pubblici, donazioni, crediti di carbonio e accordi con soggetti privati”, descrive l’oceanografo. Sarebbe stato proposto, inoltre, un programma “2.0” in grado di includere ecosistemi come mangrovie, barriere coralline e zone umide urbane nei conteggi.

Il risultato più importante di questi pagamenti, descrive Barbieri, non è ottenere “semplicemente ‘più alberi’, ma la costruzione di un sistema istituzionale nel quale mantenere il bosco diventa una delle possibili strategie economiche del proprietario”. Una strategia che, ad oggi, ha testimoniato un aumento di quasi il 40% nella copertura forestale nazionale, e che include anche “rigenerazione naturale su terreni agricoli abbandonati, soprattutto pascoli […] crescita delle aree protette e cambiamenti nell'economia rurale”. Ma è proprio all’interno di questa serie di piccole rivoluzioni che i PSA hanno giocato un ruolo ad ogni modo di primaria importanza, riconosciuto anche dall’Ocse. Il programma, istituito nel 1997, è ancora oggi gestito da Fonafifo, il Fondo nazionale di finanziamento forestale costaricano. 

L’impatto sugli ecosistemi: un programma che aiuta la biodiversità?

Aumentare la superficie forestale, però, non significa necessariamente ricreare un ecosistema. È proprio questa, secondo Barbieri, una delle principali sfide che la Costa Rica sta cercando di affrontare nell’evoluzione del proprio modello di riforestazione, prevedendo misure come corridoi biologici, sistemi agroforestali, cioè coltivazione di alberi o arbusti sullo stesso terreno agricolo in cui si trovano colture erbacee o animali al pascolo, e protezione delle foreste residue. Studi recenti, cita l’oceanografo, “hanno mostrato che la biodiversità animale può recuperare progressivamente, ma il recupero non è immediato e non è necessariamente completo”. A risultare determinante, secondo l’esperto, sarebbe soprattutto “la localizzazione dei pagamenti”, che nel caso dei corridoi biologici possono “contribuire alla connettività ma non necessariamente massimizzarla, se vengono distribuiti senza una precisa pianificazione spaziale”, afferma, citando studi specifici in merito. 

Sul fronte della biodiversità, dunque, la Costa Rica sembra avere ancora margini di miglioramento, nonostante un approfondimento del 2026, cita Barbieri, affermi chiaramente come “la restaurazione forestale possa accompagnarsi al recupero della biodiversità”. L’aumento della superficie forestale rappresenta infatti un risultato importante, ma non è sufficiente, da solo, a stabilire quanto un ecosistema sia stato effettivamente recuperato. Per questo, secondo Barbieri, è necessario spostare l’attenzione dalla quantità alla qualità del recupero: “Il criterio scientificamente corretto non dovrebbe essere soltanto: 'quanti ettari di foresta abbiamo recuperato?’. Ma, piuttosto: ‘quale tipo di foresta abbiamo recuperato, con quale composizione biologica, quale struttura, quale connettività e quali funzioni ecologiche?’ ”.

Gli spunti per un’applicazione italiana ed europea

Uno degli aspetti più interessanti del progetto, secondo Barbieri, è la riproducibilità di alcune sue strutture in Italia. Non si tratterebbe, afferma, di “trasferire meccanicamente il modello”, anche perché “l'Italia presenta una situazione quasi opposta rispetto alla Costa Rica”. In molte aree montane e collinari, sostiene l’esperto, la superficie forestale è aumentata soprattutto per “abbandono agricolo, ricolonizzazione naturale e successione ecologica”, afferma, e non per programmi di riforestazione. Nonostante ciò, sottolinea Barbieri, i dati dell’Agenzia europea dell'ambiente indicano un aumento di 60mila ettari l’anno circa, cioè 600 chilometri quadrati. Uno dei vantaggi del modello costaricano applicato all’Italia risiederebbe nel far sì che “l'espansione forestale produca biodiversità, protezione idrogeologica, qualità dell'acqua, stoccaggio del carbonio, paesaggio e reddito per le comunità locali”, sostiene. 

Risultati che potrebbero essere raggiunti remunerando, sostiene, “i proprietari e le comunità montane che mantengono boschi maturi, foreste ripariali, cioè quelle che crescono lungo il corso dei fiumi, corridoi ecologici, aree ad elevata biodiversità, boschi con elevata capacità di protezione dei bacini idrografici, habitat prioritari e aree forestali che contribuiscono alla riduzione del rischio idrogeologico”. Strumenti, sostiene Barbieri, in alcune zone già presenti almeno parzialmente, che devono però scontrarsi con difficoltà diverse rispetto a quelle già attuate in Centroamerica: “La Costa Rica è un Paese relativamente piccolo, con un sistema nazionale fortemente centralizzato nel quale Fonafifo può operare come soggetto finanziario dedicato. In Italia abbiamo Stato, Regioni, Province autonome, Comuni, enti parco, comunità montane, consorzi, proprietari privati e diversi strumenti della PAC e della politica ambientale”, sostiene.

Da qui la proposta di Barbieri: “In Italia vedrei meglio un ‘PSA territoriale’, gestito a scala di bacino o di paesaggio, piuttosto che un semplice pagamento nazionale per ettaro. E sì, questi strumenti sono particolarmente adatti anche a contesti non emergenziali. Anzi, il loro maggiore valore potrebbe essere proprio quello di prevenire il degrado anziché intervenire quando il degrado è già avvenuto”, rilancia l’esperto. 

Il tallone d'Achille del modello

Il sistema, però, presenta anche dei limiti evidenti, e il primo riguarda i fondi. La principale fonte del PSA è oggi il 3,5% dell'imposta sui combustibili, un meccanismo che per Barbieri rappresenta “uno dei principali punti di vulnerabilità del modello” perché “contiene un paradosso: più efficacemente un Paese decarbonizza il sistema energetico, meno combustibili fossili potrebbe consumare e quindi minore potrebbe diventare la base imponibile di questo meccanismo”. Fonafifo, precisa l'oceanografo, già utilizza entrate complementari, tra cui il canone per l'acqua, i crediti di carbonio, gli accordi con le imprese e i contributi pubblici e internazionali. La questione, spiega Barbieri. “non è quindi se eliminare gli incentivi, ma come trasformare progressivamente il sistema da dipendente soprattutto da una singola fonte fiscale a un portafoglio finanziario diversificato”. 

Il secondo, invece, riguarda il turismo. La bellezza del paesaggio è riconosciuta dalla legge costaricana come servizio ambientale remunerabile, e tra conservazione ed ecoturismo può innescarsi un circolo virtuoso. Un meccanismo che, spiega l’esperto, funziona “soltanto quando il turismo è gestito entro la capacità ecologica del territorio”. In caso contrario, avverte, “un turismo naturalistico eccessivo può infatti generare nuove pressioni su habitat, acqua, rifiuti, fauna e infrastrutture”, vanificando così parte dei vantaggi prodotti dalle politiche di conservazione.