'Crinali che uniscono' e il futuro della montagna. Ciotti: "Bisogna avere più coraggio"

L'evento organizzato da Casacomune insieme al CAI si è concluso domenica. Il presidente generale Antonio Montani: "Oggi il problema dell'acqua riguarda i rifugi, domani sarà di tutti". Il sociologo Membretti: "Il 64% dei giovani vuole restare dove vive, servono servizi primari".

 

 

Il seminario organizzato da Casacomune e CAI nelle terre alte dell’Oltrepo Pavese (27-30 agosto) ha dato l’opportunità ai partecipanti di intravedere numerosi percorsi fisici e immaginari per fare fronte alla crisi climatica in atto.

 

Gli ultimi due giorni dell'evento hanno proseguito nel solco dei primi, con incontri ed escursioni che hanno riscontrato una risposta sentita da parte dei presenti, come ci racconta Mirta Da Pra.

Una montagna in movimento

di Mirta Da Pra

 

In una delle escursioni si è partiti dal Giardino di Pietra Corva, – un’area di Rete Natura 2000 gestita in modo attivo dalla Provincia di Pavia - che offre numerosi esempi di biodiversità: dal bosco ai prati/pascoli, dalle zone umide alle rocce basaltiche, il tutto in un armonia tra cultura, natura e presenza umana. È stata un’immersione che è diventata insegnamento, supportati dalle spiegazioni scientifiche e appassionate di Paolo Losmo. Il trekking, effettuato con il supporto degli accompagnatori CAI di Volvera, ha toccato Pietra Corva e il monte Pan Perduto. Le bellissime falesie nel sic di Sassi Neri hanno svelato paesaggi e angoli impensati.

Dal passato al presente

A chiudere il sabato, Dario Basile, che dopo la camminata ha voluto spaziare sui confini visibili e invisibili tra città e montagna. Sconfinamenti. “Tutto è connesso – ha detto l'antropologo - e oggi più che mai dobbiamo cercare connessioni, che ci sono, anche dove appaiono divisioni. È già successo a fine anni ’60, quando l’uomo ha pensato di avere il controllo sulla natura e c’è stato, allora come oggi, disorientamento. I più hanno avuto – e hanno, anche oggi, l’impressione di avere perso il controllo”.

 

Allora ci sono state grandi migrazioni interne, dalle campagne e dalle montagne verso le città, così come dal Sud al Nord. Siamo stati abituati ad associare le migrazioni a soli motivi economici, senza considerare le ragioni culturali, di prospettiva e l’attrattiva che la città offriva rispetto a una montagna che rappresentava il passato, da cui scappare. “Sono state le donne - ha spiegato Basile – le prime a non voler più sposare i contadini. Volevano andare via, in città”. E ci sono state città che hanno raddoppiato di popolazione, quartieri che sono cresciuti a dismisura, tra asfalto e cemento, dove il simbolo primo del successo è stata l’automobile. Con tutte le conseguenze dei quartieri dormitorio, senza servizi.

Le migrazioni odierne

Oggi il trend che le Nazioni Unite intravedono è comunque sempre di un movimento verso le città, ma queste ultime iniziano a essere descritte, presentate e percepite anche con i loro lati problematici: molte persone presenti in un luogo ma che non si incontrano, persone in lotta per le risorse (casa, lavoro ma soprattutto spazio). Si formano quartieri “etnici” nel tentativo di ricostruire un minimo di legame sociale. Le città aumentano le disparità, le ingiustizie. Il verde, l’aria buona, in città è solo dei ricchi.

 

Ai tempi delle grandi migrazioni ci sono stati anche grandi interventi a livello sociale. Il gruppo Abele su questo avrebbe molto da raccontare...ma oggi quelle politiche sono state dimenticate e la parola prevenzione non si usa quasi più. Cosa fare? “Bisogna uscire da una visione bipolare e ragionare, assieme, di colto e incolto, di costruito e abbandonato, di cultura e natura, L’Uncem ha rilanciato un dato interessante nel suo ultimo rapporto: 100mila nuovi abitanti nelle montagne. Perché queste persone hanno scelto di tornare? Altri di restare? Quali i valori e i fattori attrattivi? Le soluzioni – ha affermato Basile – si trovano ponendosi, a monte, tante domande".

La giornata conclusiva

La domenica mattina, dedicata interamente alle riflessioni sulle grandi questioni ambientali e sociali delle montagne, ha visto l’apertura di Andrea Membretti, sociologo e formatore, membro di Riabitare l’Italia, il quale ha portato subito l’attenzione sulla metromontagna, spostando così lo sguardo, dal margine – frutto anche di processi di marginalizzazione – ai pensieri e alle proposte di chi il margine lo vive.

Non solo. Membretti ha parlato di negoziazione con le altre forme di vita. Per farlo bisogna conoscere e, spesso, rispondere collettivamente alle problematiche. Ha portato l’esempio delle associazioni fondiarie per far fronte alla frammentazione delle terre e dei boschi, del recupero della pastorizia attraverso corsi di formazione che restituiscano anche un diverso immaginario di chi la pratica. Il passo è stato breve per arrivare a parlare di narrazioni fuorvianti: i nuovi montanari sono un popolo variegato e non come spesso vengono dipinti: una coppia con bimbi piccoli che fuggono dalla città.

 

Molti di questi nuovi abitanti della montagna vivono in uno scambio-spostamento continuo tra città e montagna. Le questioni che emergono sono molte: servizi per giovani e anziani, per il trasporto, per la salute, per la scuola ecc.. Ma i dati non sempre sono rispondenti alla realtà in quanto, a volte, il dato della residenza non restituisce il quadro reale di chi abita, anche se in modo discontinuo, in montagna. "Parlando di aumento di abitanti per nascita, questo avviene solo in Trentino. In tutti gli altri luoghi dove è stato registrato un aumento è perché sono arrivate persone da fuori, dalle aree urbane o come migranti, poi stabilitesi in loco. Il caldo certamente farà accelerare il processo di spostamento verso la montagna ma metterà presto in luce che questo aspetto sarà possibile solo per le classe abbienti generando così grandi diseguaglianze. Serve quindi accompagnare chi vuole andare a vivere in montagna, superare divisioni, chiusure e frammentazioni. In molti posti lo si sta facendo. Un dato confortante: una ricerca sui giovani delle aree interne, con un campione di duemila interviste- ha messo in luce che il 64 per cento dei giovani vorrebbe restare dove vive. Per loro servono case, lavoro, politiche che garantiscano i servizi primari".

 

"Il 64 per cento dei giovani vorrebbe restare dove vive. Per loro servono case, lavoro, politiche che garantiscano i servizi primari". Andrea Membretti
 

Giulia Mascadri, antropologa di Montagne in Movimento, ha parlato degli interventi della sua associazione che opera, con ricerche-intervento, con un’attenzione e un ascolto rivolto a tutte le persone dei territori studiati. Obiettivo: individuare, insieme a loro, le letture dell’esistente, le modalità per intervenire su determinate problematiche o su iniziative ideate con il contributo di tutti.

Gli insegnamenti di una estate torrida

Antonio Montani, presidente generale del CAI, ha esordito citando un passaggio di Michele Gortani che, in fase di lavoro dell’Assemblea Costituente, aveva fatto inserire il secondo comma dell’articolo 44 della Costituzione: lo Stato deve prevedere interventi speciali a favore delle montagne. "In montagna si ha una vita dura e disagevole". Dal passato al presente legislativo, Montani ha parlato della legge 131 del 2025, che ha definito positiva rispetto alla valorizzazione del capitale naturale e dei servizi eco sistemici che dovrebbero essere riconosciuti alle zone montane, attraverso l’erogazione di servizi per viverci, nonché l’aspetto che prevede l’introduzione di agevolazioni per insegnanti, medici e altro personale che decide di lavorare in zone montane.

 

Le problematiche riguardano i finanziamenti previsti per supportarla, insufficienti e i decreti attuativi, che sono demandati a chi gestisce le risorse. Un problema emerso nel post emanazione della legge – ha spiegato il numero uno del sodalizio – è stata la classificazione e di conseguenza i parametri adottati per definire i comuni montani.


Rispetto alle sfide che il CAI si troverà ad affrontare, al primo posto il problema dell’acqua: questa estate 12 rifugi si sono trovati senza acqua e quasi tutti hanno deciso di chiudere anticipatamente. L’opinione del presidente è che non ci sia altra soluzione: “non si può trasportare acqua con l’elicottero, un mezzo altamente inquinante”. Non solo. “Questa scelta, spiega Montani, fatta da chi opera in montagna, luogo dove le conseguenze dei cambiamenti climatici in atto si vedono prima di quanto accade in pianura, è un segno tangibile di allarme, per tutti. Non passeranno tanti anni perché il problema si presenti anche altrove. Una situazione drammatica, un cambiamento epocale, che il CAI, con tutti i soci che ha, quasi 370mila, ha il compito di denunciare, con azioni forti, coraggiose". 

 

“Non si può trasportare acqua con l’elicottero, un mezzo altamente inquinante”.  Antonio Montani

Montani è tornato ancora una volta anche sul tema sempre attuale dell'overtourism: "Si può intervenire in tanti modi: diminuendo la promozione, spostando l’offerta in luoghi meno frequentati ma, soprattutto, ed è la più educativa, porre come mediazione la fatica. Come diceva Teresio Valsesia: bisogna camminare per conoscere, conoscere per amare e amare per tutelare".

La chiusura di Ciotti

A chiudere l’incontro è stato Luigi Ciotti, presidente di Casacomune, gruppo Abele e Libera, il quale ha esordito dicendo che “lo sfruttamento dell’ambiente è uno degli ambiti su cui la criminalità e le mafie si stanno spostando da tempo con tanti tentativi – anche riusciti – di penetrazione anche nelle terre alte. Mafie che arrivano in tanti modi, che stanno rialzando la testa, con tante modalità come la richiesta alle aziende, per operare, del cosiddetto 'pizzo'. Lavoro inquinato, minacciato, che genera paura, disperazione, disorientamento".

Ciotti ha citato un’introduzione all’enciclica di Papa Francesco Laudato si’ “che noi facciamo diventare Laudato qui” di Carlo Petrini, da poco scomparso, figura che si definiva agnostica ma molto vicina al papa.

Petrini definiva l’Enciclica “un grido di allarme sulle ferite del pianeta e sull’urgenza di un’ecologia integrale. E lo ha fatto attraverso punti precisi: la convinzione che tutto il mondo è intimamente connesso; la profonda relazione tra i poveri e la fragilità della terra; la critica a forme di potere oligarchico frutto della deriva tecnologica; l’invito a cercare nuovi modelli di sviluppo economico e di progresso; il senso umano dell’ecologia; l’urgenza di dibattiti non ipocriti sul clima e sul degrado ambientale; le gravi responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di stili di vita più sobri, lenti armonizzati con la natura; forte è il richiamo al dialogo tra religioni.”

 

“Dobbiamo avere coraggio di avere più coraggio. Vedo in giro troppe prudenze, troppi equilibrismi…” Luigi Ciotti

Ciotti ha proseguito dicendo che questo quadro, ben rilanciato da papa Francesco e riassunto da Petrini non lascia spazio a dubbi, neanche scientifici, su molte questioni concrete. “E allora – ha proseguito Ciotti – non dobbiamo mollare. Dobbiamo fare scuola perché ci siano nuovi pastori, per dare, come faceva Petrini, valore e riconoscimento, ai contadini, ai montanari di tutto il mondo. Come farà, tra breve, nuovamente, a Torino, 'Terra madre'. Dobbiamo avere coraggio di avere più coraggio. Vedo in giro troppe prudenze, troppi equilibrismi… Dobbiamo formarci, operare, fare, per non doverci chiedere, un giorno, dove eravamo noi?”

Ai partecipanti al seminario sui Crinali che uniscono, Luigi Ciotti ha chiesto di essere contaminatori di contenuti, di bellezza come criterio estetico e spirituale che deve guidare la nostra etica e la nostra politica. “Dobbiamo studiare percorsi di pace, per tutti – ha concluso-. Dobbiamo studiare azioni concrete e per farlo dobbiamo arricchirci di scienza e conoscenza”.