'Crinali che uniscono' una seconda giornata contro i pregiudizi

Gli incontri nell'Oltrepò Pavese sono proseguiti tra escursioni e seminari. Roberto Keller ha parlato delle errate credenze sul lupo. Ornella Giordana: "L'accompagnamento solidale è un rafforzamento della terapia. La natura, in montagna, diventa casa di tutti."

 

La seconda giornata di Crinali che uniscono ha visto Montagnambiente in trasformazione in partenza per il per il primo trek nell’Oltrepò Pavese: 14 chilometri di percorso, quasi 500 metri di dislivello, in parte nel parco del Castello di Verde: un parco locale di interesse sovracomunale, partito da un’area ristretta e poi ampliato. Ci relaziona, sulle escursioni e i seminari, Mirta Da Pra, di Casacomune.

Una montagna contro i pregiudizi

di Mirta Da Pra

A condurre i gruppi in escursione c'erano gli accompagnatori del CAI di Voghera capeggiati da Natalino Lucchelli e dai Muntagnè, un gruppo di volontari di una associazione spontanea, quasi tutti iscritti al CAI, che supportano il sodalizio nella pulizia e nell’individuazione di nuovi sentieri. 

 

È una operazione di non poco conto, che richiede il monitoraggio costante per liberarli dai rovi e per togliere alberi che cadono anche a causa delle sempre più frequenti tempeste di vento. Si tratta di un'attività su cui il CAI relaziona in modo dettagliato alle autorità competenti.

Una passeggiata nella storia del mondo

Si cammina tra carpini e querce “giovani”, in un luogo dove si vedono affioramenti di rocce arenarie, che ci ricordano di quando c’era il mare. “Rocce di 20 milioni di anni fa, fatte di sabbia marina che ospitano la nidificazione di molti rapaci – spiega Vera Pianetta, naturalista e illustratrice –. Zone di passaggio verso il mare dove si andava per vendere farina e pomelle [piccole mele del luogo, ndr]”. Tra note di biodiversità e domande sul paesaggio si cammina in luoghi dove è passato anche Dante e si arriva al santuario della Madonna della neve e poi oltre, per paesi e boschi per poi ritornare – in un giro ad anello - all’ostello della parrocchia di Val Verde e nelle tante accoglienze turistiche occupate dai partecipanti. 

 

Prima di lasciarsi, in vista del seminario che tratterà il tema del lupo e della montagnaterapia, i gruppi si dispongono alla disinfezione di scarponi e bastoncini: siamo in zona di peste suina e anche questo fa parte del “camminare CAI”: attenzione all’ambiente e alle persone che vivono nei territori frequentati.

Il seminario

La parte seminariale inizia con Ornella Giordana, referente della struttura operativa di accompagnamento solidale del CAI Piemonte, la quale spiega il dietro le quinte del filmato che poi sarà proiettato, In cammino coi lupi, che emozionerà tutti i presenti: la cronaca, raccontata spesso in prima persona, di un trekking organizzato per quattro giorni in Valle Gesso, nelle Alpi Marittime. L'escursione è stata realizzata in collaborazione con il centro protezione lupo di Entracque e con gli operatori socio sanitari e i medici – il cui responsabile è il dottore Roberto Keller - che seguono un gruppo di giovani con problemi di autismo.

Perché il lupo come ispiratore? “Perché è un animale sociale che porta con sé stigma e pregiudizio, un nesso con quello che avviene a molte persone con autismo. Conoscere, quindi, stare assieme, accompagnare e non portare, un passo dopo l’altro per acquisire più sicurezza, maggiore autonomia e fiducia, in se stessi e negli altri”.

 

“Il lupo è un animale sociale che porta con sé stigma e pregiudizio, un nesso con quello che avviene a molte persone con autismo” Roberto Keller

La sfida che oggi, con la SODAS, valorizza soprattutto le cosiddette montagne di mezzo "vede le sue origini nel 1982 – racconta Ornella Giordana – quando in Francia, un infermiere che opera in un manicomio, non avevano la legge Basaglia, prende due giorni di ferie e accompagna un gruppo di persone con disagio psichico in montagna…”. Fu l’apertura di un sentiero che divenne, con gli opportuni aggiustamenti, un metodo che vede la montagna protagonista di grandi cambiamenti e opportunità per le persone in difficoltà. "Nel 1986 il CAI della Lombardia avvia il progetto Alpi Team, con corsi e percorsi di arrampicata per persone che avevano dipendenze da varie sostante. Oggi questo servizio supporta molte comunità terapeutiche”.

 

Le malattie e patologie su cui oggi la SODAS interviene, a supporto degli operatori specifici che ne fanno richiesta, sono la salute mentale, i problemi relativi al diabete, le persone post infartuate, la disabilità cognitiva, la disabilità motoria, i disturbi alimentari ed è in atto anche una sperimentazione con l’ospedale Regina Margherita di Torino per supportare i bimbi con patologie gastro intestinali, solo per citarne alcuni.

“L’intervento di questo che viene non a caso definito accompagnamento solidale – spiega Giordana - rappresenta un rafforzamento della terapia, farmacologica e psicologica, già in atto. L’approccio non convenzionale favorisce le dinamiche di gruppo e tanto altro. Per diventare accompagnatori solidali si devono seguire appositi corsi di formazione. Il CAI centrale supporta e sostiene le sezioni che vogliono aprirsi a queste azioni. Ci sono delle linee guida e indicazioni operative. Per le persone con ridotte capacità motorie è stato fondamentale l’utilizzo di ausili specifici".

 

“L’intervento dell'accompagnamento solidale rappresenta un rafforzamento della terapia" Ornella Giordana

Sono almeno 150 (su 500) le sezioni CAI che in Italia stanno lavorando in questa direzione.L’esperienza arricchisce. La natura, in montagna, diviene casa di tutti e per questo va tutelata valorizzando anche la sua valenza terapeutica di montagna che cura. Il gruppo contiene le ansie e quello che si riesce a fare, insieme, in un ambiente comunque difficile, incentiva molti a ripeterlo nella vita di tutti i giorni". La montagna e anche la malattia insegnano cosa significhi veramente l’adattamento, uno dei termini più importanti per il nostro tempo e poi – si legge nel sottotitolo del filmato ‘In cammino coi lupi ’– la montagna è anche "luogo di trasformazione.

Chi ha paura del lupo

La seconda giornata si chiude con l’intervento di Germano Ferrando, guardiaparco delle aree protette Appennino Piemontese, con un intervento dal titolo Non abbiamo paura del lupo. Ferrando snocciola dati, da considerare sempre al ribasso, in quanto i monitoraggi scientifici contemplano solo i casi realmente accertati con prove reali della presenza di lupi sul territorio. Evidenzia inoltre quanto ragionare sul numero di lupi presenti in una zona, in una regione, in un Paese sia fuorviante. “I dati vanno letti e considerati a partire dal numero dei branchi, variabili per stagione e non dei singoli soggetti”.


Nella regione alpina risultano presenti 102 branchi e 22 coppie, quindi 124 unità riproduttive. A maggio il numero di individui è maggiore perché è il periodo delle nascite dei cuccioli. Il 75 per cento dei lupi in dispersione muore. E ancora: il lupo segna in prevalenza il territorio sui bivi e sui crinali. Cammina su strade e sentieri. Dal 2010 al 2026 sono stati trovati morti 127 lupi. Di questi 61 per impatto con un veicolo, 16 per aggressioni intra specifiche, 12 per bracconaggio con avvelenamenti, altri per morte naturale e 15 non verificabili.


Un tema su cui il seminario aveva chiesto un approfondimento specifico riguardava il tema dei lupi “confidenti”. Ferrando precisa che non tutti i lupi che vengono segnalati perché passano vicino ai centri abitati sono da considerare confidenti. Il termine va infatti attribuito a quei soggetti che non temono l’uomo. La maggior parte si avvicina perché trova cibo disponibile lasciato a disposizione appositamente o per cause altre: cibo per gatti che rimane sul territorio, immondizia in zone spesso degradate ecc.. 

 

La presenza va subito e comunque segnalata alle autorità competenti (guardia parco, carabinieri forestali, ecc.) perché possano valutare la situazione ed eventualmente intervenire con la cattura. Secondo Ferrando sarebbe utile che in ogni territorio venga istituita – se non c’è già – una squadra apposita preparata con questa funzione. Una squadra multidisciplinare che deve parlare con la popolazione, raccogliere dati, fare osservazione ravvicinata e continuativa sul territorio e poi, se serve, intervenire con veterinari preparati. “Nei posti dove siamo stati chiamati in un caso è stato sufficiente rimuovere il cibo che veniva lasciato per i gatti e il lupo sospetto confidente non si è fatto più vedere. In un altro caso ad attrarre una lupa e i suoi lupetti era l’immondizia presente in diversi punti. In un altro caso abbiamo effettuato la cattura (prevista dalle leggi di tutela della specie) e portato l’esemplare in un luogo recintato”.


In merito alla normativa, un plauso è andato alla direttiva habitat dell’UE che ha tutelato, oltre che le specie (vegetali e animali) anche gli ambienti. E alle associazioni ambientaliste che si sono adoperate perché si arrivasse a questo. Oggi il declassamento voluto da alcune forze politiche in particolare lascia comunque il lupo tra le specie protette, con responsabilità penale in caso di abbattimento e multe anche salate (dagli 8 ai 30 mila euro). Nelle nazioni dove è prevista la caccia il numero degli esemplari e dei branchi non è diminuito.

 

L’incontro si è concluso discutendo sul DDL caccia sul quale tutti i partecipanti hanno espresso totale contrarietà, già espressa da molti con la firma delle petizioni contro lo stesso promosse da molte associazioni ambientaliste tra cui WWF, LIPU, Fondazione Cappellino, LaV e altre.