Mandria al pascolo sui versanti erbosi delle Alpi. © Foto Rifugio Madonna della Neve
Vacca al pascolo @Simona Bursi
Esempio di “pascolo povero”, pascolo a nardo (nardeto) povero di specie. © Foto W. Dietl
Un pastore con il suo gregge nel sahel
Gianni Frigo
Il 3 luglio, a Roma, si è tenuto l'incontro Di uomini, di terre e di animali: ecosistemi e comunità, un convegno in cui si è parlato di ecosistemi pastorali e delle comunità che li gestiscono. Obiettivo: promuovere il ripristino e la gestione sostenibile di territori strategici per la custodia della biodiversità e delle comunità indigene.
Un tema interdisciplinare
L'argomento collega geologia, ecologia, climatologia, idrologia, scienze sociali ed economia ambientale: non potrebbe essere altrimenti, dal momento che uomo e natura in montagna vivono a stretto contatto e dividono uno spazio che è tanto più interconnesso quanto più l'attività - come quella primaria- è legata al territorio. Il fatto che il 2026 sia l'anno internazionale dei pascoli e dei pastori ha poi contribuito a generare attenzione sul tema.
A Roma, per il Club Alpino Italiano, sono intervenuti Gianni Frigo e Diego Magliocchetti, parlando di sentieri di monticazione e transumanza, infrastrutture vitali per praticare pastorizia e allevamento, attività che nel movimento trovano non solo una necessità, ma un vero e proprio modo di operare. Con il presidente del comitato scientifico centrale abbiamo cercato di capire meglio quali sono le condizioni attuali in cui opera la pastorizia italiana e quali prospettive si intravedono per il futuro.
Luoghi lontani, medesime necessità
L'anno dei pastori e dei pascoli che fotografia restituisce delle condizioni in cui operano?
Noi siamo molto concentrati sulle frequentazioni dell'ambiente occidentale, ma proviamo a pensare ad altre parti del mondo come la Mongolia, il sahel, le pampas, tutte realtà che la nostra economia sta trasformando in zone agricole, come da noi. Ma la vita non sedentaria e nomade che ancora fanno nelle aree sopra citate, dà modo ai materiali di rigenerarsi e di affrontare la scarsità d'acqua in modo più efficiente. L'erba non cresce dall'oggi al domani, l'acqua ha cicli diversi dalla vegetazione ma comunque è diventato un bene più difficile da reperire e il nomadismo sa interagire meglio con determinate condizioni.
In Occidente abbiamo un territorio diverso, ma problemi comuni. Pensare di risolverli guardando a esperienze così lontane può essere una soluzione?
Anche in Italia molte aree hanno problemi analoghi. La transumanza appenninica, che si svolge a partire dall'Abruzzo e Molise, scendendo poi in Puglia, vive difficoltà simili. È il momento di cominciare a capire alcuni errori che abbiamo fatto in passato e riconoscere un fatto: zone che pensavamo fossero sottosviluppate hanno messo in piedi già da anni tecniche di sopravvivenza efficaci. Forse sedentarizzare troppo alcune attività è sbagliato ed è necessario rivedere alcune realtà. Anche la monticazione delle nostre bestie sulle Alpi ha un senso: liberare il fondovalle per la produzione del foraggio che deve essere disponibile per l'inverno è qualcosa che ci siamo dimenticati; ma la produzione che si ottiene in questa maniera dà una qualità maggiore rispetto al concentrare tutto il processo in valle. L'erba è importante per la qualità del latte e del formaggio. Altrimenti abbasseremo sì i prezzi di produzione, ma a scapito di quello che mangeremo.
“Zone che pensavamo fossero sottosviluppate hanno messo in piedi già da anni tecniche di sopravvivenza efficaci”. Gianni Frigo
Bisogna però, innanzitutto, che la gente sia disposta a svolgere determinati lavori come il malgaro o il pastore, professioni dure e che oggi si scontrano anche con infrastrutture non più all'altezza dei tempi.
L'evoluzione della società evidenzia come non ci sia disponibilità ad affrontare situazioni di sacrificio. Oggi le alternative lavorative in pianura ci sono e questo comporta un abbandono della montagna, che significa venire meno al presidio del territorio. Per quanto riguarda le infrastrutture, un tempo non era necessario che fossero i volontari del CAI a fare manutenzione sui sentieri, erano gli stessi allevatori e pastori a curarli. Ovviamente però i sentieri rimangono vie di comunicazione importanti, così come malghe e pascoli, che necessitano di attenzione e cura.
Qual è lo stato dei sentieri e dei pascoli italiani?
Ci sono dei progetti di recupero e riutilizzo. Per esempio: l'associazione che racchiude le sezioni vicentine del CAI ogni tre anni premia alcune tesi pubblicate in ambito di studi sulla montagna. Nella scorsa edizione ha vinto un gruppo di lavoro che ha analizzato tutto il processo di monticazione delle pecore, dalla zona di Padova ai pascoli in quota. Si tratta di un lavoro che ha proposto il riutilizzo dei vecchi itinerari, anche in chiave escursionistica. Dal punto di vista pratico, il CAI ha preso in carico la manutenzione di alcuni sentieri, soprattutto al nord, ma in meridione ce ne sono pochi. E poi gli anziani giocoforza cedono il passo, mentre non ci sono molti giovani disposti a impegnarsi in questa opera di volontariato. In più, con l'eccezione di regioni a statuto speciale, i fondi non abbondano.
La gestione dei grandi carnivori sul territorio nazionale e il cambiamento climatico sono altri due fattori che entrano in diretto contatto con la pastorizia. In che modo?
L'abbandono del presidio umano della montagna e il riespandersi della vegetazione spontanea hanno portato a un aumento esponenziale degli erbivori ungulati. I grandi carnivori di conseguenza si sono espansi. Il risultato pratico dell'espansione del lupo è che colonizza le montagne, ma è presente anche in pianura. Per esempio, ci sono dei lupi nel rovigotto che si cibano di nutrie, risolvendo tra l'altro in parte anche il problema della tenuta degli argini. Ma l'aumento dei grandi carnivori non è stato seguito da una politica altrettanto efficace in termini di comunicazione alla popolazione, che non è pienamente consapevole.
Per quanto riguarda il cambiamento climatico, i rifugi sentinella del CAI sono un progetto interessante non solo per il rilevamento dei dati, ma anche perché sono stati implementati rilevamenti fitofenologici. In poche parole, valutiamo la la variazione di specie vegetali indice per fioritura e fruttificazione, che a sua volta ci potrà dire qualcosa sulla presenza degli animali. Il cambiamento climatico fa sì che alcune specie in montagna si spostino più in alto, in determinati casi fin dove la quota lo consente per l'altezza stessa delle montagne. Altre specie vedono il loro areale restringersi e questi cambiamenti influiscono anche sul mondo della pastorizia. Una specie sensibile per esempio è il camedrio alpino (Dryas octopetala), il cui areale si sta alzando.
Come si possono aiutare pastorizia e allevamento in quota a non scomparire?
Al progressivo abbandono delle attività primarie in quota, con il relativo impatto antropico, si è affiancato negli anni un aumento enorme del terziario. Per un po' sembrava che le due cose andassero di pari passo e che si potessero fare del bene a vicenda. Ma non è proprio così.
“Al progressivo abbandono delle attività primarie in quota e del relativo impatto antropico si è affiancato negli anni un aumento enorme del terziario. Per un po' sembrava che le due cose andassero di pari passo”
Cioè, semplificando, se in quota ci sono i malgari e un turismo che porta la gente a comprare il formaggio in montagna, i due aspetti si dovrebbero sostenere a vicenda.
Sì, ma il problema è che questa sinergia in alcuni casi è stata favorita, in altri è stata abbandonata. Se, per dire, i consorzi che hanno grande richiamo come Montasio e Asiago vedono che la domanda supera l'offerta, ma decidono di importare il latte dalla pianura per produrre di più e a basso costo, allora ci siamo mossi nella direzione contraria a quanto dovremmo fare.
“Se i consorzi decidono di importare il latte dalla pianura per produrre il formaggio di montagna, stiamo andando nella direzione sbagliata”
È successo quello che, in altro ambito, accade quando si dice che il turismo ha portato la montagna in città, piuttosto che educare i cittadini alla montagna.
E, sul piano della produzione, invece che spostare la pianura in montagna, bisogna fare come hanno fatto alcune realtà che, con lungimiranza, hanno difeso l'intera filiera del prodotto locale.