Il "galateo della montagna": origini storiche e attualità del buon comportamento

Dal saluto sui sentieri al silenzio nei boschi, fino al rispetto per chi sale e per l'ambiente. Sono alcune delle norme che fanno parte di un codice non scritto, che però Leslie Stephen aveva già teorizzato nell'Ottocento. Ma è ancora valido del tutto?

Salutare chi si incontra sul sentiero. Lasciare il passo a chi sta salendo. Abbassare la voce nel bosco. Riportare a valle i propri rifiuti. Chi frequenta la montagna conosce questi gesti quasi istintivamente, anche se difficilmente saprebbe dire dove li abbia imparati. Non sono scritti in nessun regolamento, non esiste una legge che li imponga e raramente vengono spiegati a chi affronta le prime escursioni. Eppure, fanno parte di quel patrimonio di consuetudini che molti definiscono, con un'espressione ormai entrata nell'uso comune, il “galateo della montagna”.

Più che un insieme di regole, è un linguaggio condiviso. Un modo di comportarsi che nasce dall'esperienza e che per decenni si è trasmesso osservando chi camminava prima di noi. La cosa sorprendente è che questo codice non scritto ha anche una storia. E uno dei primi ad affrontare il tema dei comportamenti condivisi fu uno scrittore e alpinista inglese di meta ottocento, quando le Alpi iniziavano ad aprirsi ai primi grandi flussi di viaggiatori.

Leslie Stephen e il primo "codice" delle Alpi

Nel 1871 Leslie Stephen pubblicò The Playground of Europe, un libro destinato a diventare uno dei testi fondamentali dell'alpinismo moderno europeo.

Il titolo, oggi, può sembrare quasi un paradosso. Infatti, definire le Alpi come "il parco giochi d'Europa" potrebbe far pensare a un invito a vivere la montagna come un luogo di svago senza limiti. Stephen, invece, intendeva esattamente il contrario. Per lui quel gioco era l’alpinismo, e rappresentava una delle attività più nobili dell'uomo del suo tempo. Era confronto con la natura, con la fatica e con sé stessi. In una delle immagini più note del libro racconta che “uno dei più grandi piaceri che conosco è sedermi su una roccia, accendere la pipa e contemplare le montagne”

Dietro quella frase c'è già un'idea precisa di frequentazione della montagna. Invita a rallentare, osservare, lasciare che sia il paesaggio a dettare il ritmo.

Stephen scrive in un periodo particolare, la cosiddetta Età d'oro dell'alpinismo. Le grandi ascensioni attirano sempre più persone e le Alpi cominciano a trasformarsi da territorio esplorato da guide e valligiani a meta di un turismo in costante crescita. È proprio osservando quei cambiamenti che lo scrittore britannico inizia a riflettere anche sui comportamenti dei nuovi frequentatori.

Davanti alle Pale di Primiero annota una frase rimasta celebre:

“Rimasi in silenzio davanti alle cime del Primiero e vidi in esse una terra nuova, ancora intonsa dal piede del turista” - Leslie Stephen

È forse una delle prime riflessioni sul rapporto tra turismo e montagna. Stephen invita a non trasformare le Alpi in un palcoscenico, a rispettarne il silenzio, a riconoscere l'esperienza delle guide locali e ad attraversare i luoghi senza modificarli. Molto prima della nascita di principi moderni come il Leave no trace, ne aveva già intuito il significato.

Non stava scrivendo un regolamento ma descrivendo un modo di stare in montagna.

Quattro gesti che raccontano una cultura

Molti dei comportamenti che oggi consideriamo parte del galateo della montagna affondano le proprie radici esattamente in quel modo di vivere le montagne.

Il saluto, ad esempio, non nasce semplicemente come gesto di cortesia. Quando gli incontri sui sentieri erano rari, fermarsi a scambiare due parole permetteva di sapere da dove arrivasse chi si aveva davanti, quali fossero le condizioni del percorso, se più in alto ci fosse neve, quanto fosse lontano il rifugio o la cima. Era uno scambio di informazioni prima ancora che di convenevoli.

Lo stesso vale per la precedenza a chi sale. Chi affronta una salita ripida costruisce il proprio ritmo passo dopo passo e interromperlo significa spesso aumentare lo sforzo necessario per ripartire. Lasciare passare chi sale è quindi una forma di rispetto nata dall'esperienza concreta della montagna, ben prima di diventare una consuetudine.

Anche il silenzio ha un'origine pratica oltre che simbolica. Serve a non disturbare la fauna e gli altri escursionisti, ma rappresenta anche il riconoscimento che la montagna possiede già una propria voce: quella del vento, dei torrenti, dei boschi, dei campanacci degli alpeggi. Chi abbassa il tono della propria voce non segue una regola di buona educazione; prende semplicemente atto del luogo in cui si trova.

Infine, c'è il principio di non lasciare traccia. Oggi è uno dei cardini dell'escursionismo responsabile, ma Stephen lo aveva già intuito osservando una montagna ancora, come scriveva lui stesso, "intonsa dal piede del turista". Attraversare un ambiente senza alterarlo significava riconoscere che quel paesaggio non apparteneva a chi lo percorreva, ma continuava a esistere ben oltre il suo passaggio.

Ha ancora senso questo galateo?

A più di centocinquant'anni dalle riflessioni di Leslie Stephen, molte di quelle consuetudini sono rimaste immutate. Altre, inevitabilmente, si sono trasformate.

Ci sono sentieri nei quali, nelle giornate estive, transitano migliaia di persone. In questi contesti salutare ogni escursionista diventa quasi impossibile e anche lo scambio di informazioni sul percorso ha perso gran parte della funzione che aveva nell'Ottocento. Dove arriva l'overtourism, cambia inevitabilmente anche il linguaggio della montagna.

Questo non significa però che il galateo della montagna abbia perso il suo valore. Piuttosto, è cambiato il contesto in cui quei gesti vengono compiuti. Il saluto non serve più a sapere dove conduca un sentiero o se il valico sia ancora innevato; è diventato un segno di reciproco riconoscimento, tra chi vuole portare avanti con orgoglio questi gesti. 

La precedenza, il silenzio e il rispetto dell'ambiente continuano invece a ricordare che un sentiero è prima di tutto uno spazio condiviso, dove il comportamento del singolo influisce sull'esperienza di tutti.

Molti anni dopo Stephen, Mario Rigoni Stern scrisse che “il bosco è di tutti, ma non da tutti”. Una frase che non invita a escludere qualcuno, ma ricorda come alcuni luoghi richiedano semplicemente un modo diverso di essere vissuti. 

È qui che si nasconde il significato più attuale del galateo della montagna. Non un elenco di buone maniere né un codice riservato agli alpinisti più esperti, ma la memoria di un rapporto con l'ambiente alpino costruito nel tempo. Un patrimonio fatto di piccoli gesti che cambiano insieme alla montagna e a chi la frequenta, senza perdere del tutto il motivo per cui sono nati.