Vietato cadere: Giorgio Daidola e lo sci ripido, tra passato e futuro

Intervista al giornalista, scrittore, maestro di sci e velista d'altura, che ha vinto il Premio Itas con 'No fall lines', una storia di discese dove non sono ammessi errori. "La ricerca del ripido fa parte della maturità di uno sciatore"

Da quando è andato in pensione, Giorgio Daidola si gode la tranquillità appartata della selvaggia Valle dei Mocheni, la Valle Incantata circondata dal Lagorai, dove vive da tanti anni. Conserva ancora l’accento torinese, per questo forse lo chiamano “foresto”, ma lui sa che lo hanno accettato e non se ne fa un problema. Di frontiere ne ha varcate tante, e nessuna se la porta dentro. Anzi. Stregato dal senso di libertà che lo sci gli ha regalato fin da bambino, ha fatto di quell’aria pura una ragione di vita oltre la professione di docente universitario, svolta per 50 anni a Trento, in parallelo con quella di maestro di sci, giornalista e scrittore: non si contano gli articoli e le interviste ai più grandi dello sci estremo degli anni ‘70 e ‘80, realizzati per DimensioneSci, l’annuario della Rivista della Montagna di cui per 17 anni è stato coordinatore ed editore insieme a Leonardo Bizzaro e Andrea Gobetti. Non si può poi dimenticare l’amore per la barca a vela, con cui ha attraversato l’Atlantico inseguendo il mito di Bill Tilman, il marinaio scalatore inglese

Adepto dello sci a tallone libero, il telemark, che considera la forma più pura, lo ha praticato in prima persona su pendii estremi inseguendo lo “ski spirit”, come ha narrato nell’omonimo libro Ski Spirit. Sciare oltre le piste (Premio Gambrinus 2016), una rassegna dei molti viaggi in giro per il mondo a cercare la neve. A quello era seguito Sciatori di montagna. 12 storie di chi ha fatto la storia dello scialpinismo (2019), mentre l’ultimo è No fall lines. Una storia dello sci dove è vietato cadere (Mulatero 2025), sempre curato da Bizzaro, giornalista che al contrario di Daidola è trentino di nascita e torinese di adozione. Il bel volume di grande formato, con molte fotografie a colori e approfondimenti tematici, ha vinto il Premio Itas 2026 per la sezione Alpinismo e sport di montagna. Rappresenta il tentativo di sintetizzare 40 anni di storia dello sci e dello snowboard “dove è vietato cadere”: dal primo Novecento all’età d’oro di Patrick Vallençant, Jean-Marc Boivin e Stefano De Benedetti, alle motivazioni che muovono le nuove generazioni, è una summa della visione di Daidola sullo sci che prima si chiamava estremo e oggi è diventato ripido.

Lo sci estremo

Giorgio Daidola, è vero che per le interviste si è mosso in camper?

Certo, era il modo più pratico per arrivare dove volevo e per sciare, per conto mio e con gli intervistati. Nella Carnia ho avuto il grande piacere di conoscere Luciano De Crignis, grande sciatore estremo degli anni ‘70-‘80, in Valtellina con Giancarlo Lenatti, che ho rivisto 30 anni dopo i tempi della Rivista della Montagna. Il libro mi ha dato l’occasione per fare un viaggio con gli sci lungo le Alpi, durato due inverni, ma anche nel mondo dello sci: io non faccio tante distinzioni fra sci ripido, sci alpinismo, sci escursionismo, per me lo sci è tutto bello, al di fuori di quello artificiale su pista, che non mi interessa più.

"L’essenza dello sci estremo non sta nella valutazione delle singole discese, ma nella novità che ognuna di esse rappresenta" Giancarlo Lenatti

Cosa si capisce dallo stile di sciata? 

Non c’è una regola fissa, ogni sciatore si è comportato in un modo molto diverso anche in conseguenza degli anni che ha. Mi sono reso conto di quanta sicurezza e bravura hanno gli sciatori attuali: Enrico Mosetti, il Mose, è incredibile per come “pennella”. Con De Crignis, invece, ho rivissuto la purezza dello stile degli anni ‘70, che adesso non c’è più. L’evoluzione dei materiali ha reso più facile anche la tecnica: capisci la sicurezza, ma non c’è più lo stile. I grandi sciatori fino agli anni ‘90, con l’avvento dei carving (anche se la carvatura c’era già, ma è stata esasperata), esprimevano uno stile nella maggior parte dei casi molto personale. Gli sciatori attuali sciano bene, ma grazie a una tecnica molto semplificata. Lo hanno ammesso anche loro.

"L’evoluzione dei materiali ha reso più facile anche la tecnica: capisci la sicurezza, ma non c’è più lo stile". Giorgio Daidola

E allora in che modo si può fare la differenza oggi? Penso alle nuove generazioni che ha intervistato, come Benjamin Védrines, Arianna Tricomi, Paul Bonhomme.

Una volta non c’erano i materiali di oggi, ma nemmeno la preparazione fisica e atletica di oggi, che permette ai giovani di sciare linee un tempo considerate impossibili. Prendiamo gli atleti di Coppa del Mondo: sono tutti bravi, ma sciano tutti nello stesso modo. Poi però vince la Brignone, perché ha quello scatto in più. Nello sci ripido è lo stesso: sciano tutti bene, eccelle chi ha una preparazione fisica in più.

“Sono state fatte grandi discese, anzi probabilmente le più grandi, con materiali molto meno performanti degli attuali. Quello che fa la differenza resta lo sciatore” Enrico Mosetti

Lo ski spirit

Fare sintesi di 40 anni di storia dello sci estremo non è facile. Sono cambiati i materiali e le tecniche, ma anche la mentalità, scrive. Lo sci attrae sempre di più. In che modo si evolve lo “ski spirit”, alla luce del cambiamento climatico?

Secondo me lo ski spirit è sempre esistito ed esisterà sempre, è qualcosa che ti fa vivere l’uscita al di là della performance, e lo sci più che uno sport. Però non ce l’hanno tutti: anche negli sciatori del ripido alcuni vivono lo sci solo come uno sport nudo e crudo. Lo si capisce solo conoscendoli. Farei però una distinzione tra sciatori di ripido e freerider: nel secondo c’è una forte componente esibizionistica con curvoni a velocità pazzesche, ma si rischia molto di meno di chi fa sci ripido, che prevede la cosiddetta curva saltata, ognuna studiata per atterrare esattamente in quel punto, altrimenti si rischia di cadere. Arianna Tricomi per esempio è una bravissima freerider che sente il bisogno di svilupparsi verso lo sci ripido.

“Secondo me lo ski spirit è sempre esistito ed esisterà sempre, è qualcosa che ti fa vivere l’uscita al di là della performance, e lo sci più che uno sport. Però non ce l’hanno tutti” Giorgio Daidola

Ma alla fine cos’è lo ski spirit?

Lo ski spirit è un forte amore per lo sci, non inteso solo come sport, ma come una vera forma di vita, di espressione e anche di viaggio. Si acquisisce con la maturità: molti sciatori giovani non lo hanno ancora incontrato perché non ne hanno ancora avuto il tempo. Si può vivere anche nel prato davanti a casa, come faccio io quando c’è neve. È soprattutto una ricerca. Marileno Dianda parlava di “sci estroso”, era anche il titolo di un suo libro: aveva una passione straordinaria per la ricerca della neve sull’Appennino. Era toscano, di Lucca: lì nevica, ma dura poco. Con i suoi amici andavano a cercare piccoli lembi di neve tra le rocce, nei punti meno esposti al sole, capitava che in una discesa dovessero togliere e rimettere gli sci quattro o cinque volte, perché la neve finiva. Ma proprio questa ricerca, questa fatica, questo desiderio di trovare la neve diventavano un modo per esprimere il proprio spirito. Molti sciatori moderni forse questa dimensione l’hanno persa: quando la neve diventa molle o le condizioni non sono più perfette, non hanno più voglia di camminare per ore con gli sci sulle spalle. 

“Lo ski spirit è un forte amore per lo sci, non inteso solo come sport, ma come una vera forma di vita, di espressione e anche di viaggio. Si acquisisce con la maturità”. 

Cosa spinge uno sciatore a cimentarsi col ripido e con il rischio che comporta? 

La ricerca del ripido fa parte della maturità. Qualsiasi sciatore a un certo punto nella sua evoluzione sente il bisogno di cimentarvisi, è quasi istintivo, è come un saltatore che vuole saltare sempre più alto, è come il free solo nell’arrampicata. E c’è fin dall’inizio del ‘900, da quando c’è stato lo sviluppo dello sci sulle Alpi, che sono ripide, e ancora non erano state inventate le lamine. Se ti piace sciare provi su diverse nevi, vedi come non tutte sono facili: quando riesci a tirare una bella curva sulla crosta vuol dire che hai una sensibilità sciatoria notevole e questo ti gratifica. La stessa cosa la provi su pendii sempre più ripidi, fino ad arrivare là dove capisci che se cadi può succedere qualcosa di grave.

Da quando Adam Ondra ha toccato il 9c, nell’arrampicata si aspetta il decimo grado. Nello sci ripido quale sarà il limite?

Innanzitutto c’è un limite tecnico, già ampiamente raggiunto: oltre i 55-60 gradi le lamine non tengono più. Sono altre le variabili che lo definiscono: ad esempio, la complessità nel trovare la linea della discesa. Dato che le grandi classiche di ghiaccio delle Alpi sono state quasi tutte sciate, per trovare qualcosa di nuovo i giovani cercano pareti che non ci sono, che hanno neve solo in certi momenti dell’anno e magari parzialmente. Sempre più sciatori affrontano discese su pareti di roccia che si direbbero insciabili, attraverso l’uso delle corde. In Trentino i fratelli Della Valle vanno sulle rocce, sulle creste. Il francese Vivian Bruchez si è messo in testa di sciare tutti i Quattromila delle Alpi e l’ha fatto, aiutandosi dove non c’era neve con corde fisse, con doppie, facendo dry skiing. Sono forme criticabili, ma ci sono. 

"La ricerca del ripido fa parte della maturità. Qualsiasi sciatore a un certo punto nella sua evoluzione sente il bisogno di cimentarvisi, è quasi istintivo, è come un saltatore che vuole saltare sempre più alto, è come il free solo nell’arrampicata". Giorgio Daidola

Lo sci in Himalaya rappresenta la nuova frontiera dell’alpinismo?

L’Himalaya è ancora un territorio di avventura per lo sci, una frontiera che in futuro potrà avere sviluppi importanti. Conserva grandi spazi inesplorati, mentre sulle Alpi molto è già stato fatto, anche se resta sempre possibile interpretare le montagne in modo nuovo. L’Himalaya unisce due mondi, l’alpinismo e lo sci, con la differenza che sulle Alpi sei a 4000 metri e scendi da un dislivello di 1500-2000 metri, sull’Himalaya sei a 8000, e di dislivello fai anche 3500-4000 metri. Una delle più grandi performance degli ultimi anni è stata quella del polacco Andrzej Bargiel dal K2, che intervisto, mai ripetuta. L’ultima non è presente nel libro perché è stata realizzata quest’anno. Mi viene in mente anche un altro giovane polacco, Bartek Ziemski, che scia solo perché gli piace, restando fuori dalla logica dello sci commerciale, come Kukucka. È salito sul Lhotse senza ossigeno e senza l’aiuto di sherpa, ha affrontato da solo la discesa con gli sci attraverso i seracchi dell’Icefall, mentre altri alpinisti oggi si affidano anche a supporti tecnologici come i droni per orientarsi in quei passaggi complessi. Poi è ripartito di nuovo da solo, con gli sci sulle spalle, ed è salito sull’Everest, sempre senza ossigeno. È un’impresa che dice molto di cosa significhi oggi lo ski spirit: non solo la difficoltà tecnica, ma la ricerca di un’esperienza autentica, lontana dalla spettacolarizzazione. E voglio citare anche Aurelia Lanot, che l’anno scorso ha sceso un 6000 che non aveva fatto nessuno. Lo sci ripido ha diverse possibilità di evoluzione.

"L’Himalaya è ancora un territorio di avventura per lo sci, una frontiera che in futuro potrà avere sviluppi importanti. Conserva grandi spazi inesplorati, mentre sulle Alpi molto è già stato fatto, anche se resta sempre possibile interpretare le montagne in modo nuovo". Giorgio Daidola

Si è pentito di aver comprato una barca a vela anziché un appartamento a Trento?

Rimpiango il fatto di averla venduta, non di averla comprata! Da quando non ho più la mia non ci vado più, nemmeno se mi invitano gli amici, perché la barca è troppo personale. Amavo la mia barca come una donna, per fortuna mia moglie non è mai stata gelosa, però l’ho venduta perché lei non ci veniva più.

Ma cosa c’entra la barca a vela con lo sci?

Quando sei in mare la cosa più bella è raggiungere un’isola, ma cos’altro è un’isola se non una montagna in mezzo al mare? E se riesci poi anche a sciarla è davvero il massimo.

E ce l'ha fatta a sciare una montagna in mezzo al mare?

Sì, una montagna senza neve: lo Stromboli. Ma è una cosa pericolosa da sconsigliare assolutamente. Mi sono avvicinato, sono salito in cima, 950 metri a picco sul mare, e poi sono sceso dalla Sciara del Fuoco, sciando sulla lava: in alto ci sono dei grani grossi come dei massi, poi diventa fine come la sabbia. Seguendo l’esempio di Tone Valeruz, mi ero allenato sciando sui ghiaioni delle Dolomiti, delle Alpi Marittime, in Val Maira, Valle Grana, Valle Stura, perché aiuta ad acquisire molta sensibilità allo slittamento. Il Mediterraneo è pieno di montagne sciabili, una più bella dell’altra, come in Libano, che si presta moltissimo per l’avvicinamento in barca. Michel Parmentier li ha sciati tutti, dalla Sierra Nevada all’Etna, dall’Olimpo a Creta. 

Un viaggio che le è rimasto nel cassetto?

Per la prossima vita sogno di raggiungere in barca delle montagne bianche che si affacciano sul mare e poi sciarle. Skip Novak, un grande alpinista e velista inglese che vive tra le isole Falkland e le Svalbard, organizza spedizioni per sciatori con avvicinamento in barca in luoghi remoti dell’emisfero australe, come la Georgia del Sud o la penisola antartica. L’Antartide è diventata quasi un “must” per gli sciatori con grandi disponibilità economiche, o per chi vuole concedersi un’esperienza unica nella vita, come la traversata sulle tracce della spedizione di Shackleton. Tempo fa io e Alberto Sciamplicotti avevamo provato a fare un film su quell’epopea, ma non siamo riusciti a trovare i fondi. Dal punto di vista tecnico non è un itinerario impossibile, ma richiede una logistica complessa e molto denaro. 

E uno che ricorda con particolare piacere. 

Un viaggio a Cipro con Manolo, con cui era nata una bella amicizia. Avevamo fatto un accordo: io gli avrei insegnato bene il telemark, e lui mi avrebbe insegnato bene ad arrampicare. In effetti poi lui è diventato uno sciatore di telemark stupendo, io un arrampicatore modesto. Il divario era troppo fra di noi, perciò quando siamo andati a Cipro lui voleva fare cose difficilissime su pareti vergini, e si è lamentato in continuazione di come gli facevo sicura sull’ottavo grado… Però gli ho fatto meravigliose fotografie mentre arrampicava al tramonto senza corda, mi faceva una paura pazzesca.

“Con Manolo avevamo fatto un accordo: io gli avrei insegnato bene il telemark, e lui mi avrebbe insegnato bene ad arrampicare. In effetti poi lui è diventato uno sciatore di telemark stupendo, io un arrampicatore modesto”.  

Ha insegnato per tutta la vita, cosa ha insegnato la montagna a lei, dopo tutti questi anni?

Temo di non essere originale, se rispondo che le cose belle si riescono a vivere solo tenendo duro, con la fatica e la volontà di ottenerle, allora ti regalano grandi soddisfazioni. È un concetto che può essere applicato allo sci ripido, allo scialpinismo, alla barca a vela. Io credo che quello che rovina tutto nella montagna, nel modo di vivere il mare, o i grandi viaggi, sia la comodità, il confort e la semplicità. Vorrei ritornare al mondo dei wanderer, dei veri viaggiatori che partono senza sapere se potranno comprarsi il biglietto di ritorno. Come scrive Sylvain Tesson, le grandi esperienze si vivono quando non sai esattamente dove vai a finire. La più bella l’ho vissuta al Kedar Dome, 6880 metri nel Garhwal indiano, due mesi prima di salire lo Shisha Pangma. Lì ho raggiunto il massimo del mio ski spirit: c’è stata la trasgressione (mi trovavo fra due appelli di esame, non avevo margine per il rientro), la difficoltà, la fatica, l’amore, la bellezza, il misticismo, visto che siamo arrivati alle sorgenti del Gange e abbiamo vissuto come dei pellegrini, muovendoci con zaini da 30 chili sulle spalle… Auguro a qualunque giovane di vivere un’esperienza simile.