Muschi e licheni, creature semplici? Tutt'altro!

Vengono citati sempre insieme, ma presentano marcate differenze. Quanto ne sappiamo in realtà? Queste piante rappresentano un universo vegetale tutto da scoprire.

 

 

 

 

“Muschi e licheni” sono due parole che ci portiamo dentro fin dai primi anni delle allora scuole elementari senza quasi sapere quale sia la loro oggettiva corrispondenza. Sono due termini che sembrano non poter rimanere disgiunti uno dall’altro, quasi a voler sfidare la realtà biologica che li vuole organismi ben diversi fra loro. Nel nostro retaggio culturale e nell’immaginario comune sembrano quasi divenire un sinonimo di “umidità”, un simbolo dispregiativo che identifica ambienti malsani. All’opposto, per assurdo, possono trasformarsi in simbolo indiscusso di purezza, proiettando la nostra fantasia verso boschi selvaggi e lande fredde e infinitamente estese. Piccoli, solo all’apparenza, esseri viventi che diamo per scontati e che invece si rivelano ben più misteriosi di quanto la loro apparente semplicità ci voglia erroneamente suggerire.

Un dipinto naturale composto dai muschi in Islanda © Denis Perilli

I muschi sono davvero delle “bussole naturali”?

Quante volte avremo sentito dire che per orientarci nel bosco dobbiamo osservare le cortecce degli alberi e i muschi che ci crescono sopra. Dove ci sono loro sta il nord. Ma è davvero così? Non proprio, anche se è vero che i muschi delle nostre latitudini, in generale, amano l’ombra, l’umidità e il fresco.
Ma chi sono i muschi? Stiamo parlando di un gruppo di piante erbacee non vascolari (che in sintesi non hanno tessuti e organi veri e propri) che i botanici riuniscono nella divisione delle briofite (Bryophyta), “contenitore” di ben 12.000 specie attualmente viventi. Sono esseri che, in barba alla loro apparente semplicità, hanno trovato una serie incredibile di adattamenti che li ha portati ad avere una diffusione cosmopolita, Antartide compresa.
La loro struttura è semplice, infatti, a differenza delle cosiddette piante superiori, non hanno delle radici, ma usano dei rizoidi (filamenti uni o pluricellulari) per ancorarsi al terreno o su altre piante o addirittura animali. Non hanno vasi per trasportare linfa e assorbono l’acqua e i nutrienti per capillarità, usufruendo di tutta la propria superficie esposta. Sono esseri estremamente resistenti, che riescono a rimanere quiescenti senz’acqua per molti anni, basta poi una goccia per riportarli incredibilmente a una vita attiva. I muschi sono un po’ come le spugne, in grado di trattenere ingenti quantità d’acqua (anche 20 volte il loro peso), ecco quindi che in caso di piogge battenti la loro presenza si rivela fondamentale nel ridurre l’erosione superficiale del terreno. Si riproducono attraverso spore, non producono né fiori né semi.
Un po’ tutti questi aspetti che abbiamo elencato indicano chiaramente il fatto che siamo di fronte a piante molto antiche e, in effetti, hanno cominciato a colonizzare la terraferma 450-500 milioni di anni fa, nel Cambriano, periodo in cui nei mari nuotavano ancora i trilobiti e i dinosauri erano ancora un’ipotesi remota nel progetto evolutivo della vita.
I muschi sono delle piante con potenziale crescita continua: in un certo senso si può dire che non muoiono mai. In sintesi, con estrema semplificazione, si potrebbe affermare che muore solo lo strato interno dei cuscinetti (le distese di muschi) mentre quello esterno cresce, ecco quindi che se noi li calpestiamo potremmo arrecare danno proprio alla parte in crescita.
I muschi sono delle piante pioniere, fra i primi organismi in grado di colonizzare rocce o suoli nudi. Questa loro peculiarità è assai evidente in Islanda, ad esempio, dove le nuove colate laviche consolidate prendono via via colore grazie all’insediarsi di queste meravigliose piante (sono circa 600 le specie locali). Proprio in quest’isola, le condizioni climatiche rendono la crescita molto lenta, motivo per cui talune distese verdi (a volte quasi fluorescenti) che si possono ammirare nelle aree più stabili hanno centinaia di anni. La loro crescita ha inoltre una valenza fondamentale per la vita di questi ambienti estremi, fissando materia organica utile alla crescita di altre specie vegetali e all’arrivo di quelle animali.

Muschi e sottobosco © Denis Perilli

I muschi sono utili anche per l’uomo

Alcune specie di muschi sono riconosciute come indicatori ambientali, in grado di crescere solo dove l’aria è particolarmente pulita o povera di agenti inquinanti. Sembra un po’ una “chiacchiera da bar”, ma in realtà questa peculiare valenza è stata oggetto di articolati studi scientifici che sono sfociate in alcune applicazioni pratiche sfruttate per monitorare la qualità dell’aria di città e ambienti antropizzati.
Le qualità ben assortite dei muschi sono note fin dal Medioevo, quando, proprio per le loro proprietà antisettiche venivano adoperati per disinfettare le ferite.
Risulta poi abbastanza inutile ricordare come la loro capacità assorbente li abbia resi utili anche per altre applicazioni pratiche, usanza piuttosto comune per i nativi americani.
Ma non finisce qui, nel Nord Europa, in passato, sono stati ampiamente stesi per coibentare i tetti delle abitazioni e proteggere le case dagli sbalzi termici.
Per completare i discorsi ci rifacciamo al loro naturale feeling con l’acqua, ricordando come siano in grado di trattenere inquinanti come i metalli pesanti e purificare di conseguenza il prezioso liquido senza cui neanche noi potremmo sopravvivere.

Muschi pionieri ricoprono i pendii di un vulcano islandese © Denis Perilli

Un’alleanza strategica: i licheni

Nonché da sempre associati ai muschi, i licheni in realtà se ne differenziano in modo sostanziale, essendo organismi simbionti creati dall’associazione fra un autotrofo (un’alga o un cianobatterio) e un eterotrofo (un fungo). Non di rado la presenza di virus o batteri completa un quadro di collaborazione assai complicato e funzionale. I due simbionti trovano vantaggio reciproco: i primi compiono la fotosintesi e “costruiscono” sostanza organica, i secondi ricevono protezione e offrono sali minerali, acqua e prevengono il disseccamento. È chiaro che siamo di fronte a una storia evolutiva e molecolare molto antica che ha dimostrato di saper funzionare molto bene tanto da essere in grado di protrarsi per centinaia di milioni di anni.

Un lichene fruticoso © Denis Perilli


Fu Simon Schwendener, nel 1867, a ipotizzare che non si trattasse di un unico organismo, ma la sua teoria fu a lungo contestata, finché, dieci anni dopo Albert Bernhard Frank non coniò il termine “simbiosi” confermando gli studi precedenti.
Come sono fatti i licheni? Dipende, le morfologie e le dimensioni sono le più svariate e dipendono perlopiù dall’organizzazione dei filamenti fungini. Il corpo vegetativo può essere foglioso (lamine bidimensionali che crescono parallele al substrato), fruticoso (crescita in verticale e con diramazioni), crostoso (appiattito e aderente al substrato, polveroso, continuo o suddiviso in aree poligonali) o composto (insieme delle varie forme di crescita).
Anche i licheni sono organismi pionieri e, ancor più dei muschi, in grado di colonizzare ambienti ritenuti estremi per qualsiasi altra forma vivente.

Lichene crostosi su roccia © Denis Perilli