Finale Ligure, un mondo a parte? Fornaro: "Lì le vie si chiamano per nome"

Il climber migrato in Spagna, dove ha ripetuto 'Red Ram' 9a+, non vede l'alta difficoltà nel futuro della famosa località di arrampicata. "Non credo che ci sia spazio per interi settori dove spingere la difficoltà e l'arrampicata è demodé. Ha un sapore particolare"

 

Tra gli arrampicatori di nuova generazione che stanno portando un po’ di energia fresca alle falesie di Finale Ligure, Lorenzo Fornaro è un solido punto di riferimento. Oltre ad avere ripetuto praticamente tutte le vie storiche, si è dedicato anche alla chiodatura di nuove linee, diventando uno degli arrampicatori più esperti della zona. Oggi Lorenzo vive, lavora e arrampica in Spagna, da dove ci è arrivata la notizia della sua recente ripetizione di Red Ram, 9a+ a Montserrat. Il traguardo raggiunto, che la dice lunga sul suo livello su roccia e che ci apre nuovi scenari rispetto alle possibilità che le vie da lui chodate a Finale Ligure – e ancora da liberare – possono regalare agli arrampicatori più forti, ci ha dato il pretesto perfetto per fare una chiacchierata su arrampicata, alta difficoltà e situazione del finalese.

L'arrampicata in Spagna

Lorenzo, la tua esperienza di vita in Spagna ti ha portato a esplorare le falesie dei dintorni di Barcellona, tra cui Montserrat. Come ti trovi ad arrampicare in questo contesto e su una roccia nettamente diversa da quella a cui sei abituato?

È un contesto che mi piace. Monserrat è un luogo carico di storia. Le piastrine delle vie classiche, che sembrano linguette di coca cola arrugginite, ne sono un monito. È anche un luogo dove per secoli gli eremiti hanno condotto un’esistenza radicale, scandita da preghiere e un’ascetica desolazione. La roccia è austera, i clasti cementati in questo conglomerato, o le impronte che essi lasciano una volta caduti, concedono molteplici soluzioni ma allo stesso tempo negano un certo privilegio visivo. Tutto appare affidato ad una strana uguaglianza. Per questo l’arrampicata a vista è difficile. Ma in una falesia come Monserrat non sei il fine di alcun processo pedagogico. Cerchi solo di resistere, di stringere con le tue dita di burro quei ciottoli finiti lì cinquanta milioni di anni fa e capisci che sei al loro stesso livello gerarchico. Parentele impreviste tra uomo e roccia.

Red Ram è indubbiamente un traguardo importante: liberata da Ramon Julian Puigblanque nel 2013, è poi stata ripetuta da due grandi nomi dell’arrampicata, Alex Megos e Alberto Gines Lopez. Insomma, non proprio una via per tutti. Com’è stata la tua personale esperienza?

È stata una piacevole scoperta. Un giorno dalla Cova de l'Arcada, noto un’onda di roccia bianca e lucente sull'altro lato della valle. I ragazzi in falesia mi prestano la guida, è la Bauma del Gaiato, un settore chiodato da David Macià, venticinque anni fa, per allenare Ramonet. Sebastian Bush mi suggerisce di andarci. Con lui ho chiodato diverse vie a Finale. Scaliamo insieme dai
tempi della scuola e conosce bene i miei limiti e cosa invece mi è congeniale. “Giovane vai. Il crux è su monodito”. Il primo giorno risolvo quel movimento ma nel complesso mi sembra troppo dura e la stagione è al termine. Ci torno quest’anno, più in forma. La provo insieme con il mio coinquilino, un atleta peruviano di punta noto come El Señor de la Noche, e capisco che è nelle mie corde. Da lì ho dovuto gestire micro-infortuni ma non ho mai perso troppi appuntamenti. La difficoltà proposta da Ramonet e i nomi degli altri salitori hanno aggiunto del pepe. Però l’ambiente
circostante e i movimenti della via sono stati la motivazione principale.

Finale Ligure, quale futuro?

Sei cresciuto a Finale, dove l’arrampicata non perdona e aiuta sempre a tenere a bada il proprio ego. Ti è capitato di trovarti in momenti in cui sei stato particolarmente grato di aver avuto Finale Ligure come scuola?

È difficile dirlo. Finale ti insegna i piedi piccoli. Ti insegna a mettere l'indice qui. L'anulare più in là. Ogni presa chiede qualcosa di diverso e spesso non è una cosa istintiva. Devi impararla su ogni via. Ma, nella mia esperienza, Finale ti rende forte soprattutto a Finale. Puoi arrivare con mesi di allenamento alle spalle e scoprire che è stata fatica rubata all’agricoltura. Se sei abituato a uno stile più internazionale puoi perdere un grado netto. E il contrario è ugualmente vero. Se scali solo a Finale ti senti debole altrove. È una lingua specifica.

Anche se da una parte i tiri di Finale hanno la fama di essere molto duri per il grado, negli ultimi decenni si è radicato un nuovo punto di vista, che vede Finale come una falesia dove manchi l’alta difficoltà. Pensi che la salita di Tomatis di Salto del Drago (9a), tra l’altro via intuita e chiodata da te, abbia dato uno scossone in questo senso?

In generale non credo che Finale sarà mai una grande meta dell'alta difficoltà. Per due ragioni: la prima è che lo stile di arrampicata, salvo qualche eccezione, è demodé. La seconda è che non esistono falesie con una concentrazione di tiri duri uno accanto all'altro come puoi trovare in Catalogna, ad Arco o anche nella vicina Albenga. A Finale si va per una via. Per quella via. È questo il suo sapore. Le vie si ricordano per nome. Non diresti mai: “Provo l'8a in fondo a destra”. Piuttosto dici: “Vado a provare Vienna”. Ricordo un'intervista di Guido Cortese nella guida di Andrea Gallo. Faceva notare la stessa cosa. Quanto al Salto del Drago, salita dal fortissimo Giorgio Tomatis, sicuramente attirerà qualche scalatore da fuori. Me compreso.

Hai chiodato altre vie di questo livello a Finale, che ancora attendono di essere liberate? Quanto spazio pensi che ci sia per lo sviluppo di nuove vie di questo tipo a Finale Ligure?

Ho chiodato e salito alcune vie che potrebbero avere una difficoltà simile. Non ho mai scomodato gradi più alti dell’8c, sia per essere coerente con alcune vie finalesi che non va a provare nessuno, come Vienna 8a, Birbo 8b, Urka 8b+, Dingo 8c+ (queste ultime due non sono mai riuscito a ripeterle) e molte altre che per me sono di riferimento, sia per non proporre gradi che non avessi già raggiunto in altre falesie europee. Riguardo alla possibilità di chiodare nuove falesie, il terreno è stato già battuto. A meno che non vengano rimossi divieti da alcune zone sul mare, non credo che nasceranno grandi settori. Le vie che ultimamente ho chiodato sono corte e intense. Su questo genere si potrebbe trovare ancora qualcosa.

La maggior parte delle vie dall’8a in su, dopo quelle storiche di Andrea Gallo, Guido Cortese e Luca Lenti, sono state aperte da Matteo Caropreso e Gianni Duregato. Loro due, insieme, hanno
lasciato il più grande contributo su questo range di difficoltà. A queste poi ne abbiamo aggiunta qualcuna io, Sebastian Bush e Davide Carena, un ragazzo giovane che chioda insieme a suo padre Mauro. Sul futuro però dell’alta difficoltà qui a Finale, credo che qualcosa possa ancora spuntare, ma si
tratterà di singole vie o piccoli grottini.

Abbiamo esordito parlando di Red Ram, che immaginiamo sia stata una soddisfazione enorme, soprattutto nel momento in cui hai capito che era nelle tue possibilità. Ci racconti anche un momento di difficoltà, che in qualche modo ti ha aiutato a conoscere un nuovo aspetto su te stesso?

Non saprei rispondere. Ovviamente mi diverto di più quando sento il tintinnio della catena che si chiude. È inutile fingere di essere estranei al meccanismo della prestazione. Ma attraverso lunghi periodi in cui scalo poco, ho qualche kg di troppo e arranco sul 7b. Sono abituato ad essere un verme schifoso che si trascina sulla roccia e non mi genera particolare soggezione né senso di rivalsa. Guardo con diffidenza l’idea che ogni fallimento debba trasformarsi in crescita personale. Non mi piace lo Sport. Credo nel fallimento fine a se stesso, senza insegnamenti. Nelle sconfitte irreversibili. Dove l’unica cosa che rimane è ridere di sé stessi.