Ianes sulla placca del quarto tiro © Gremes e Ianes
Gremes in apertura del settimo tiro © Gremes e Ianes
Gremes sul quarto tiro © Gremes e Ianes
il tracciato della via © Gremes e Ianes
Il tiro chiave © Gremes e Ianes
foto di vetta © Gremes e Ianes
Ianes in apertura del primo tiro © Gremes e Ianes
Fatina Nera (360 metri, VII, RS3) è una via alpinistica chiodata in libera dal basso il 12 luglio 2026 sulla parete sud di Cima d'Asta, da Andrea Gremes ed Elia Ianes. L'itinerario segue un sistema logico di placche e fessure quasi sempre proteggibili con protezioni veloci. La via è stata pulita da alcuni massi instabili e le soste sono tutte attrezzate per eventuali calate, anche se la discesa avviene per sentiero. A seguire il racconto di Gremes.
La Fatina nera
di Andrea Gremes
La via Fatina nera nasce, come tutte le vie, da una serie di aneddoti e momenti precedenti alla scelta del nome. Esattamente l’anno scorso mi trovavo con Elia – amico, forte scalatore e ambizioso alpinista – proprio in Cima d’Asta. Avevamo deciso di salire la via White Out ma, vista la quantità di neve, abbiamo iniziato ad attraversare la base della parete puntando a quello che credevamo fosse l’attacco.
Saliamo per circa 120 metri, attrezzando tutto a friend. Il terreno ci sembra molto più duro di quello che ci aspettavamo dalla relazione e così, dopo tre tiri, ci troviamo su una grande cengia d’erba, rendendoci conto che non eravamo sulla via giusta. Proprio quando, sconfortati, siamo quasi tentati di calarci, intravedo una sosta. Cerco di capire bene dove fossimo e mi rendo conto che eravamo finiti sulla via Brontolone, opera del grande Mauro Giovanazzi, papà di Martin, mio caro amico che da poco l'aveva salita sistemando le soste e richiodando dove necessario.
Saliamo alternati e in poco tempo arriviamo in cima, scendiamo e raggiungiamo il rifugio, dove Emanuele ci aspetta con una buona birra. Neanche il tempo di arrivare alla macchina ed Elia già disegna sul telefono la linea che avevamo salito, chiedendomi quando saremmo tornati a chiodare quella sezione percorsa prima di arrivare alla grande cengia d’erba. Purtroppo il periodo è quello di luglio che, per me, segna il della stagione arrampicatoria; mettiamo quindi in pausa il nostro progetto fino al weekend dell'11-12 luglio di quest’anno, quando, decisi e motivati, programmiamo la chiodatura della via.
I preparativi
Qualche giorno prima della salita Emanuele, gestore del rifugio Ottone Brentari, ci trasporta su al rifugio il materiale alpinistico: trapano, spit, chiodi, friend e corde. Noi partiamo il sabato scarichi, un po' titubanti per il meteo ma molto motivati, in compagnia di Alice e Blue. Al rifugio Emanuele e Margherita, ormai veterana del rifugio, ci accolgono come se fossimo a casa e nell’aria si percepisce l'entusiasmo generale per l’apertura della domenica. Tra qualche birra e qualche partita a carte arriva il momento di preparare il materiale e il campo base per la notte. Come mia consuetudine in Cima d'Asta, preparo l’amaca per la notte, mentre Elia monta la tenda per loro. Dopo cena scopriamo da Margherita che un altro gruppo di scalatori la domenica avrebbe aperto una via sulla parete sud, e nell’aria c’era molto fermento per queste nuove aperture. Passiamo la notte sereni sotto un cielo di stelle, con una serie di lampi in lontananza che illuminano la parete. L’indomani a colazione Blue, la nostra mascotte, viene coccolato e accarezzato da tutti, in particolare da una ragazza che dal nulla dice: "Che bella fatina nera!". Quel nome sarà ripetuto più e più volte durante la salita.
La salita
Alle 9, aspettando un sole timido, ci incamminiamo verso la base della via. Per l’occasione anche Elia indossa la sua camicia decisamente non alpinistica, che per me è ormai un rito d’apertura. Carichi come muli partiamo. Il primo tiro lo fa Elia, scala veloce; conosciamo già i primi tiri e quindi sappiamo come muoverci. In poco tempo siamo alla base del terzo tiro, che è quello più difficile. Lo scaliamo e prima delle 11 siamo a destra della grande cengia d’erba. Come regola per l’apertura abbiamo deciso di scalare con il trapano all’imbrago e di chiodare solo se veramente necessario nei punti non proteggibili a friend, senza l’uso di cliff.
Elia decide di aprire il quarto tiro, che si preannuncia molto impegnativo. Sale rapido la prima parte e in breve arriva alla grande placca che sognavamo già il sabato; la scala proteggendosi bene e in poco la supera, arrivando sotto un grande canale detritico. Facciamo sosta, ci cambiamo le scarpe e saliamo rapidi il canale di circa 100 metri per facili roccette, puntando a una grande torre. La salgo veloce: ci sono una serie di passaggi tecnici in diedro per poi uscire su una placca che in 15 metri mi porta in cima. Sono le 14. Faccio un urlo liberatorio e attrezzo la sosta. Recupero Elia, ci abbracciamo e ci incamminiamo lungo le tracce che in poco tempo ci riservano il rientro al rifugio. Per strada ci raggiungono Alice e Blue e il mio primo pensiero, vedendo il cane, è stato proprio l’aneddoto della Fatina Nera. E così, dopo avere abbracciato Emanuele, prendiamo due birre e, senza pensarci troppo, nasce ufficialmente la nostra via: Fatina nera, ispirata da Blue.
Ringraziamo Emanuele per la disponibilità del rifugio, per l’accoglienza, Margherita per la sua carica e per il continuo controllo della parete durante la salita, e la Ferramenta Frisanco che ha messo a disposizione una sostanziale quantità di materiale per l’apertura.