Lo stemma del CAI: i simboli che raccontano l'amore per la montagna

Il 12 agosto 1863, con la salita al Monviso, Quintino Sella dava inizio a un'avventura che avrebbe presto portato alla nascita del Club Alpino Italiano. L'idea del fondatore è ancora oggi racchiusa in un logo che in pochi elementi racconta una passione senza tempo

Il 12 agosto 1863 Quintino Sella saliva sul Monviso insieme a Giovanni Barracco, ai fratelli Paolo e Giacinto Ballada di Saint Robert e alle guide Raimondo Gertoux, Giuseppe Bouduin e Giovan Battista Abbà. L’esperienza al Monviso lo ispirò profondamente, tanto che già durante la discesa cominciò a concepire l’idea di un’associazione che potesse riunire sotto un unico nome alpinisti, studiosi e appassionati di montagna. 

Sella guardava infatti agli inglesi, che avevano già fondato il loro Alpine Club, e si chiedeva se si potesse fare una cosa simile anche in Italia.

"Or non si potrebbe fare alcunché di simile da noi? Io crederei di sì" Quintino Sella

La risposta arrivò naturale e pochi mesi dopo, il 23 ottobre, a Torino, nel Castello del Valentino, nasceva il Club Alpino Italiano. Sono passati più di 160 anni da quella salita e da quelle parole, e quell’idea è ancora visibile, quasi nascosta in bella vista, nello stemma del CAI. 

 

Aquila, corda, piccozza, binocolo e stella non sono semplici ornamenti ma elementi che insieme raccontano un modo di intendere la montagna “Lo stemma del Club Alpino Italiano è costituito da uno scudo gotico antico d'azzurro alla stella a cinque raggi d'argento orlato dello stesso - recita l'articolo 1 del regolamento generale-. Esso è accollato su una piccozza posta in banda, affiancato a destra da un binocolo e a sinistra da una corda riavvolta, ornato in capo da un cartiglio ondulato con le estremità bifide recante la scritta Club Alpino Italiano e sorretto per lo stesso con gli artigli da un'aquila ad ali spiegate”. 

 

Salire, conoscere, osservare. Questi sono i tre verbi che appartengono al tempo di Sella, ma che continuano, con strumenti e sensibilità diverse, a descrivere il rapporto tra il Club Alpino Italiano e la montagna.

Un'idea in uno scudo

Lo stemma che conosciamo oggi non fu quello con cui nacque il Club. Il primo distintivo, del 1863, era circolare e raffigurava montagne, un'aquila e un camoscio. Nedl 1874 arrivò invece lo scudo che, attraverso diverse modifiche grafiche, avrebbe conservato nel tempo gli elementi fondamentali ancora riconoscibili oggi.

 

Non serve però ripercorrere tutte le trasformazioni dello stemma per capirne il significato, ma basta guardarlo come avrebbe potuto guardarlo un alpinista di fine Ottocento per il quale ogni oggetto racconta un modo di stare davanti alla montagna.

L'aquila: i grandi spazi

In alto, sopra lo scudo, c’è l’aquila, con le ali aperte. È il simbolo dei grandi spazi, della possibilità di guardare lontano e di osservare la montagna da una prospettiva diversa.

 

Per i primi alpinisti italiani quella visione aveva anche un significato molto concreto. Le Alpi erano ancora un territorio da esplorare, attraversare, misurare e comprendere, perciò salire significava conquistare quota, ma soprattutto scoprire ciò che dalla valle non era possibile vedere: una cima oltre il crinale, un nuovo passaggio, la forma di una valle nascosta. La montagna cambiava quando cambiava il punto da cui la si osservava.

 

È un’idea che racconta bene anche il pensiero di Quintino Sella. Superare una parete non significava soltanto raggiungere la vetta, ma aprire una possibilità nuova di conoscenza trasformando una salita in uno strumento per comprendere meglio il territorio.

 

Oggi per guardare oltre un crinale abbiamo strumenti completamente diversi. Una traccia GPS ci indica dove siamo, una fotografia satellitare mostra ciò che l’occhio non può raggiungere e un drone può sorvolare un versante nascosto. Sono cambiati i mezzi, non la necessità di spostare il proprio punto di vista.

 

L’aquila rappresenta questo: non tanto o solo la conquista della montagna, quanto la libertà di alzarsi abbastanza da poterla vedere tutta.

La stella: la cima, e ciò che ci porta verso di lei

Al centro dello scudo azzurro brilla una stella d’argento a cinque raggi. È la meta. Il punto verso cui si dirige lo sguardo e, idealmente, il cammino dell’uomo di montagna.

 

Nel linguaggio dello stemma rappresenta la montagna come meta eccelsa. Accanto all’aquila costruisce l’immagine di qualcosa che sta in alto, lontano, e proprio per questo invita a essere raggiunto. Ma quella stella per Sella prima come per noi oggi può raccontare qualcosa di più della semplice vetta.

 

Quando nacque, il Club Alpino era una associazione nata dall’iniziativa di un gruppo di appassionati. Nel corso dei decenni è diventato una comunità fatta di sezioni, scuole, rifugi, sentieri, attività culturali e ambientali. La montagna ha così smesso di essere soltanto il terreno di esplorazione di pochi pionieri per diventare un patrimonio condiviso, da vivere secondo sensibilità e capacità diverse.

 

Per qualcuno la meta sarà una cima; per altri un rifugio raggiunto dopo una lunga camminata, un sentiero nel bosco, un prato dove fermarsi o semplicemente la possibilità di conoscere meglio il territorio che si attraversa. La stella rimane sempre la stessa, ma cambia ciò che ciascuno vede in quella luce. È l’universalità della montagna come obiettivo comune e, allo stesso tempo, la possibilità che ognuno trovi la propria vetta. 

 

Perché nel CAI la meta non è necessariamente la cima più alta ma è quella che, per ciascuno, vale la pena raggiungere.

Corda e piccozza: azione e impegno per la fatica, anche insieme

Sui lati dello scudo compaiono la corda e la piccozza, gli strumenti che raccontano la parte più concreta dell’alpinismo. Pragmaticità, necessità ma anche gesto, fatica, tecnica e responsabilità. La piccozza è l’oggetto con cui l’alpinista entra fisicamente in rapporto con la montagna. La lunga piccozza degli alpinisti di fine Ottocento serviva a sondare la neve, mantenere l’equilibrio, scavare gradini e, se necessario, arrestare una scivolata. 

 

Oggi gli strumenti sono cambiati. Esistono attrezzi specifici per il ghiaccio, il misto e le diverse forme di alpinismo, materiali più leggeri e tecnologie che hanno trasformato profondamente il modo di affrontare la salita. Eppure, nello stemma non c’è un modello preciso di piccozza ma semplicemente una piccozza. 

 

È il simbolo dell’azione, della preparazione e della capacità di affrontare ciò che la montagna mette davanti. Gli strumenti cambiano perché cambia il mondo, ma rimane la necessità di sapere cosa si sta facendo e di essere preparati ad affrontare l’ambiente che ci circonda. La corda poi, che aggiunge qualcosa di diverso. 

 

L’alpinismo non è soltanto il rapporto tra una persona e una montagna, ma anche quello tra le persone che quella montagna decidono di affrontare insieme.

Nell’alpinismo ottocentesco come quello moderno erano uno strumento indispensabile per legare una cordata e proteggere i compagni. Oggi continua a esserlo e il suo significato va oltre l’attrezzatura. La corda è anche fiducia legata al gesto con cui una persona affida la propria sicurezza a un’altra e accetta, nello stesso momento, di essere responsabile della sua.

 

È un simbolo che racconta qualcosa di molto umano ma anche assai concreto. La necessità di avere l’attrezzatura adatta all’ambiente che si decide di affrontare. La corda protegge, la piccozza aiuta a salire, entrambe richiedono preparazione e conoscenza del loro utilizzo.

 

Raccontano così gli aspetti inseparabili dell’impegno individuale e la responsabilità verso gli altri, ricordando che l’alpinismo continua, da sempre, a chiedere preparazione, tecnica, prudenza e capacità di scegliere ciò che serve alla montagna che abbiamo davanti.

Il binocolo per guardare oltre e conoscere

Poi c’è il binocolo. Tra gli oggetti dello stemma è probabilmente quello che appare più lontano dalla montagna di oggi. Oggetto quasi vintage, appartenente a un’epoca in cui per osservare una parete, una cima lontana o un animale bastava fermarsi e portare gli occhi dentro due piccoli cerchi di vetro. Eppure, il suo significato è molto attuale. Il binocolo rappresenta l’osservazione e la conoscenza. Quel momento che precede l’azione e permette di guardare prima di decidere come muoversi.

 

È anche l’oggetto che più si avvicina all’idea di montagna di Quintino Sella: non soltanto salire, ma conoscere ciò che si ha davanti. Una parete, un ghiacciaio, una valle, un animale o semplicemente la forma del territorio diventano così qualcosa da osservare e comprendere. È proprio questo a renderlo ancora attuale.

 

In una frequentazione della montagna sempre più legata a dati, prestazioni e strumenti tecnologici, il binocolo ricorda che osservare è già un modo di conoscere la montagna. Non tutto ciò che guardiamo deve diventare una meta e non tutto ciò che incontriamo deve essere misurato o registrato.

Il più anacronistico degli oggetti dello stemma finisce così per ricordare uno dei principi più semplici dell’alpinismo: prima di affrontare bisogna imparare a guardare.

Sella e lo stemma 163 anni dopo

Guardando oggi quello stemma è inevitabile accorgersi di quanto sia cambiato il mondo nel quale quei simboli erano stati scelti.

L'alpinista di Sella si muoveva con strumenti e conoscenze che oggi sembrano lontanissimi. La montagna era ancora un grande spazio bianco sulle mappe, e molte delle tecnologie che oggi fanno parte della nostra esperienza quotidiana semplicemente non esistevano.

Oggi possiamo conoscere una cima prima ancora di partire, seguire una traccia sul telefono, controllare il meteo in tempo reale, comunicare da luoghi remoti e osservare dall'alto territori che un tempo richiedevano giorni di viaggio.

 

Ma cambiare gli strumenti non significa necessariamente cambiare il motivo per cui li utilizziamo.

L'esploratore è figlio del proprio tempo. Lo era Sella, lo siamo noi.

Proprio per questo lo stemma del CAI non sembra un oggetto appartenente soltanto al passato. Infatti, la sua forza sta nel fatto che racconta ancora molto bene il pensiero del suo fondatore e della sua idea di Club di alpinisti italiani e della montagna che voleva che questi potessero vivere.

 

La montagna da conoscere.

La montagna da esplorare.

La montagna da osservare.

La montagna da vivere insieme.

 

Come lui ebbe quell’idea salendo sul Monviso, forse scrutandola con il binocolo, oggi quella stessa idea divenuta realtà è più vicina di quanto sembri.

Basta guardare quello scudo azzurro per ricordarcelo.