L'impronta ben evidente, di grandi dimensioni in rapporto a una moneta © Mirko Demozzi
Gli strati di sedimento evidenziati © Mirko Demozzi
Il sito è punteggiato di pannelli descrittivi © Mirko Demozzi
Impronte nella roccia © Mirko Demozzi
Le impronte sono catalogate © Mirko Demozzi
Le impronte su un costone © Mirko Demozzi
I dinosauri sono scomparsi, ma non mancano gli incontri con la fauna locale © Mirko Demozzi
Passerella e impronte © Mirko Demozzi
I Lavini di Marco © Mirko Demozzi
Il Kayentapus ambrokholohall presenta delle impronte della stessa tipologia di quelle individuate ai Lavini di Marco
Rappresentazione di un dinosauro carnivoro, il Dilophosaurus
Poco a sud di Rovereto, ai piedi del Monte Zugna (1.865 metri), un ripido pendio di roccia calcarea conserva centinaia di impronte lasciate dai dinosauri quasi 200 milioni di anni fa. È il sito paleontologico dei Lavini di Marco (Rovereto, provincia di Trento), uno dei più importanti d’Europa per numero, varietà e qualità delle piste. L’area, inserita nell’inventario dei geositi trentini, è visitabile seguendo un percorso didattico che si sviluppa tra strade forestali, sentieri e punti panoramici.
Una incredibile, recente scoperta
Le impronte furono riconosciute alla fine degli anni Ottanta dal naturalista roveretano Luciano Chemini. Le orme dei dinosauri sono sparse in diversi punti del pendio roccioso (noto con il nome colatoio ovvero pendio roccioso inclinato libero da detriti) e sono state e studiate negli anni ’90.
Ma come è possibile trovare impronte di dinosauro a Rovereto, sulle Alpi? La risposta è scritta nella geologia. All’epoca (200 milioni di anni fa, Giurassico inferiore), il territorio trentino non aveva ancora l’aspetto attuale e si trovava a latitudini tropicali, sul margine orientale di un vasto ed arido continente affacciato sull’Oceano della Tetide. Al posto delle montagne si estendeva una piana costiera fangosa, periodicamente sommersa da acque marine poco profonde e intervallata da stagni, superfici emerse e distese di fango più asciutto. Quest’area costiera, spesso in condizioni di emersione, non si trovava quindi dove lo è ora (46° parallelo), ma era localizzata a latitudini tropicali con temperature medie annue di 20-25° costanti tutto l’anno.
I dinosauri "trentini"
Su questa piana si muovevano dinosauri di dimensioni e abitudini differenti. Le orme tridattili, ben riconoscibili per la presenza di tre dita, furono lasciate soprattutto da dinosauri carnivori bipedi, i teropodi.
Altre tracce, più tondeggianti e profonde, appartengono invece a grandi erbivori quadrupedi, tra cui antichi sauropodi. È bene ricordare che le impronte non permettono quasi mai di riconoscere con certezza la specie che le ha prodotte: gli studiosi ne analizzano forma, dimensioni e disposizione, confrontandole con gli scheletri fossili conosciuti.
Gli studi hanno evidenziato che le direzioni delle piste sono prevalentemente nord e sud e come i dinosauri erbivori preferissero le aree della piana dove c’erano dei piccoli stagni costieri e probabilmente più specie vegetali di cui cibarsi (anche sei ai Lavini non sono stati praticamente trovati resti vegetali); mentre i carnivori prediligevano le aree dove il suolo era più asciutto, più solido per muoversi e correre meglio! Alcuni dinosauri procedevano lentamente, altri più rapidamente. In una pista attribuita a un grande erbivoro, un solco e l’improvvisa irregolarità dei passi suggeriscono che l’animale possa essere scivolato nel fango, perdendo per un attimo l’equilibrio.
Molte impronte appaiono oggi come semplici buche nella roccia. Il loro aspetto infatti dipende dalla consistenza del sedimento: su un fondo molto molle il piede sprofondava, spingendo il fango ai lati e formando bordi rialzati, ancora visibili dopo milioni di anni.
In altri casi sono rimasti soltanto tre solchi paralleli, prodotti dalle punte delle dita. La presenza, negli stessi strati, di piccoli bivalvi e gasteropodi indica che il sedimento si trovava in un ambiente marino poco profondo. Una possibile interpretazione è che il dinosauro stesse nuotando e toccasse occasionalmente il fondale con le dita.
La frana dello Zugna
Perché un’impronta possa conservarsi, deve essere protetta prima che acqua, vento o altri animali la cancellino. Ai Lavini il fango carbonatico, dopo il passaggio dei dinosauri, si indurì superficialmente e venne ricoperto da nuovi sedimenti. Con il passare del tempo questi materiali si trasformarono in roccia calcarea. Molto più tardi, le spinte che portarono alla formazione delle Alpi sollevarono, inclinarono, piegarono e fratturarono gli antichi strati costieri.
L’ultimo passaggio di questa lunga storia avvenne circa 3.000 anni fa (prof. S. Martin et al. 2014), quando una grande frana si staccò dal versante dello Zugna, scivolando lungo le superfici degli strati e mettendo allo scoperto le rocce con le impronte. Quello che oggi appare come un ripido lastrone sul versante occidentale del Monte Zugna era dunque, nel Giurassico, una vasta piana fangosa percorsa dai dinosauri.
Ai Lavini di Marco sono stati riconosciuti sette livelli dinoturbati (Avanzini, Petti, 2008) all’interno di una successione spessa circa sette metri. Le orme visibili appartengono dunque a ripetuti episodi di emersione, calpestamento e successivo seppellimento della piana, non a un unico giorno della storia terrestre. Gli strati dei Lavini, su cui sono impresse queste orme, sono quindi da immaginarsi con una sorta di “fotografia a lunga esposizione”: alcune piste furono impresse quasi contemporaneamente, altre forse a distanza di ore o giorni, settimane prima che la superficie venisse definitivamente coperta da nuovo sedimento.
Camminare ai Lavini di Marco significa leggere una pagina di storia della Terra: un paesaggio tropicale trasformato in montagna, un fango diventato roccia e i passi di animali scomparsi rimasti impressi per quasi 200 milioni di anni.