Raffaella Romagnolo: "La montagna ci insegna a capire e accettare la nostra fragilità"

La scrittrice ovadese, da 30 anni ammalata di sclerosi multipla, ha pubblicato il romanzo autobiografico 'La segreta cura', in cui ripercorre la sua malattia. La rinuncia a salire il Monte Bianco diventa il frutto di una maggiore consapevolezza dei propri limiti

Un banale formicolio, una seduta dal fisioterapista come ce ne sono tante, poi la corsa da un neurologo e subito una diagnosi spietata: sclerosi multipla. Difficile da accettare a 27 anni, quando le tue gambe sono pronte per salire alla Capanna Margherita, per allenarti a raggiungere la vetta del Monte Bianco. Però questa è la storia narrata in La segreta cura (pp. 168, 19,50 euro, Mondadori), l’ultimo libro di Raffaella Romagnolo, scrittrice due volte finalista allo Strega, docente alle superiori, studiosa di Ugo Foscolo, appassionata di montagna, e l’ordine è cronologico all’inverso. Se infatti la passione per la montagna pre-esiste al resto, il dottorato in lettere su Foscolo ha dovuto cedere il passo all’insegnamento, mestiere più affidabile per chi deve affrontare un percorso di cura permanente, nel frattempo la capacità di scrittura si è affinata fino ad arrivare a un passo dal premio più ambito (con La figlia sbagliata, 2016, e Aggiustare l’universo, 2024). 

Trent'anni dopo

Sono passati più di trent’anni da quel giorno che l’avrebbe precipitata in cure così pesanti, da intaccare ogni sfera della sua vita, nella consapevolezza di “essere corpo”, più che di “avere un corpo”. Quei trent’anni la scrittrice di Ovada (a Casale Monferrato è nata perché quello era l’ospedale più vicino), classe 1971, li ha tutti ripercorsi attraverso le cartelle cliniche, le prescrizioni di farmaci, le rinunce nella vita personale e famigliare (alla maternità, per fare l'esempio forse più delicato), mettendo per la prima volta se stessa al centro del racconto, lei che ha abituato i suoi lettori a romanzi dall’orizzonte ampio, affreschi collettivi della storia dell’Italia contemporanea attraverso lo sguardo di figure femminili. 

Tutto parte da un’intervista realmente rilasciata, in quanto malata di sclerosi multipla, a una antropologa per il suo dottorato. Il guizzo della romanziera ha visto in quella testimonianza personale un valore universale: il risultato è un racconto condotto con una scrittura lucida, totalmente priva di retorica, precisa come il bisturi di un chirurgo, limpida come il cielo di quelle montagne che continua a frequentare, con la tenacia che le è sempre appartenuta. Pagina dopo pagina, oltre al racconto micidiale degli effetti delle cure, la malattia viene distillata, filtrata, ripassata, decantata, fino a spostare l'attenzione sulla necessità di riconoscere e accettare la fragilità che appartiene a tutti noi.

Uno spazio di equilibrio

Raffaella Romagnolo, molte persone ritengono che la montagna in sé sia una fonte di “cura”, intesa come benessere. Anche lei, dopo la diagnosi, la vive come cura?

Sono cambiate le quote, si sono accorciati i percorsi, è diminuito il dislivello. Tutto si è ridotto, ma mai interrotto. In questo momento storico la montagna occupa una dimensione che gli esseri umani percepiscono come curativa, e infatti molti vi hanno cercato un rifugio, spinti dal caldo o dal Covid. Il cambiamento climatico ci mostra gli effetti dell’attività dell’uomo sul pianeta e ci porta a cercare luoghi dove quegli effetti sembrano meno opprimenti. La montagna cambia e soffre, ma continua a rappresentare uno spazio in cui ritrovare un equilibrio.

 

Non ha mai avuto la sensazione che la montagna potesse diventare il luogo in cui si misura il limite imposto dalla malattia?

No, anzi. Non posso nemmeno dire di aver fatto pace con la montagna, perché non ci sono mai stata in guerra. I sintomi della sclerosi multipla, essendo una malattia del sistema nervoso, peggiorano con il caldo perché questo abbassa la conducibilità elettrica dei nervi, quindi già salire di quota mi fa stare meglio. Oggi mi godo quello che la montagna può dare secondo le mie possibilità, senza amarezze né rimpianti. Resta una relazione molto diretta: ogni escursione è una cartina di tornasole. Mi segno i tempi dei percorsi e li confronto con quelli degli anni precedenti. A volte mi faccio i complimenti, altre penso che andrà meglio la prossima volta.

 

Oggi mi godo quello che la montagna può dare secondo le mie possibilità, senza amarezze né rimpianti. Resta una relazione molto diretta: ogni escursione è una cartina di tornasole. 

Dove ama andare? Nel libro c’è una vera dichiarazione d’amore per il Monte Bianco e una predilezione per Chamonix.

Sì, quella per il Monte Bianco è una passione autentica, condivisa con mio marito. Ma amo moltissimo anche l’Alta Engadina, forse perché, almeno all’apparenza, è una montagna più dolce: un grande altipiano intorno ai 1800 metri, dove si ha la sensazione di essere già in quota senza affrontare grandi dislivelli. Per chi ha qualche difficoltà in più è un modo diverso di vivere la montagna. E poi Sils Maria è un luogo che considero davvero incantato (Nietzsche la definì la “perla perlissima” della Svizzera, NdR).

 

Nei suoi libri torna spesso anche il Monferrato, le Langhe, la montagna di mezzo insomma, dove organizza fra l’altro la rassegna Sconfinamenti (si è appena conclusa). Si definisce una provinciale: quanto conta questo nella sua identità?

Conta molto, perché ho sempre vissuto in piccoli centri. Vengo da una famiglia di origini contadine: mio padre era fornaio, i miei nonni vivevano in campagna. Sono cresciuta a Ovada, poi ho studiato a Genova, ma oggi vivo in un paese ancora più piccolo. Questa è la mia dimensione. Frequentare città come Milano o Roma, grazie ai libri, non ha cambiato il mio sguardo. Non è una questione di meglio o peggio: è semplicemente un modo diverso di guardare il mondo, che ho cercato di raccontare in tutti i miei libri. Uno sguardo che a volte viene considerato marginale, ma che ha raccontato una parte fondamentale della storia italiana: in fondo la stessa Resistenza è in grandissima parte una storia provinciale. Come dice Paolo Conte, “l’Italia è tutta provincia”.

Una salita non realizzata

Il libro si apre con la preparazione per la salita sul Monte Bianco, che poi non si realizza. Rinuncia è un concetto fondante dell’alpinismo contemporaneo, che cosa è stato più difficile accettare per lei?

Più che di rinuncia parlerei di consapevolezza. Una malattia come la mia accelera un percorso che, in fondo, riguarda tutti: capire che siamo esseri limitati, fragili, mortali. A me è successo a ventisette anni, quando ci si sente nel pieno delle proprie forze. Ma quella consapevolezza sarebbe salutare per chiunque, perché è la condizione umana. Viviamo invece in una società che ha rimosso il limite, come se tutto fosse possibile. Lo vediamo anche nel rapporto con l’ambiente: pensiamo di poter fare qualunque cosa, dimenticando che il Pianeta ha dei limiti. La malattia mi ha costretta ad affrontare questa realtà prima di altri, ma non è un’esperienza esclusiva della malattia: alla stessa consapevolezza ci si può arrivare anche senza passare necessariamente da un percorso di malattia. La fragilità appartiene a tutti noi, anche se facciamo fatica a riconoscerla.

Una malattia come la mia accelera un percorso che, in fondo, riguarda tutti: capire che siamo esseri limitati, fragili, mortali. 

Da dove nasce la sua passione per la montagna?

Non è una tradizione di famiglia, né mia, né di mio marito. È una passione di coppia, che abbiamo costruito insieme. Fin da bambina, però, ho avuto un rapporto molto forte con la natura, forse per le mie radici contadine. Passavo molto tempo in campagna con mia nonna e facevo scoutismo. Poi quella vicinanza alla natura ha piegato verso la montagna e l’escursionismo.

Suo marito ha continuato a fare alpinismo, le è mai pesato?

No, anzi. Sono contenta che continui a fare ciò che lo rende felice.

Che cosa le ha insegnato la montagna? Pensavo a Primo Levi che nel lager pensava alla carne dell’orso per fare un parallelo. 

Ferro è un racconto meraviglioso, dovrebbero leggerlo tutti quelli che vanno in montagna. Credo che la montagna non ti si confà, ma permette di esprimere ciò che sei già. Se ami la fatica, la costanza, il desiderio di migliorarti, la montagna è il terreno di gioco giusto in cui queste qualità emergono con più forza. Non succede il contrario: non è la montagna a trasformarti in una persona che ama la fatica. Piuttosto, è l’occasione per rendere visibile una parte di te che ritroverai anche nel resto della vita. Ed è anche per questo che non piace a tutti. Non è che la montagna ti insegna delle cose, sei tu che trovi te stesso andandoci. 

Se ami la fatica, la costanza, il desiderio di migliorarti, la montagna è il terreno di gioco giusto in cui queste qualità emergono con più forza. (…) Non è che la montagna ti insegna delle cose, sei tu che trovi te stesso andandoci. (Raffaella Romagnolo)

Lei insegna ai ragazzi. Che rapporto hanno oggi con la fatica?

Non la amano molto, ed è comprensibile. Viviamo in una società che, anche grazie alla tecnologia, tende a eliminare ogni sforzo. Naturalmente esistono ancora ragazzi molto motivati, ma è cambiato il contesto. Molte occasioni di fatica, che erano anche occasioni di apprendimento, oggi sono venute meno. Questo rende ancora più importante il compito degli adulti: continuare a trasmettere il valore dell’impegno, perché la fatica resta la strada attraverso cui si raggiungono i risultati. Non è facile però.

Nel libro scrive: “Più il mio mondo si restringe, più scrivo”. L’immaginazione può essere un modo per frequentare la montagna?

Sì, perché scrittura e montagna hanno un elemento in comune: il viaggio. Un’escursione è un viaggio fisico, ma anche mentale. Lo stesso vale per la scrittura. Chi scrive sa che è un’attività molto più fisica di quanto sembri: richiede disciplina, costanza, presenza. E, nello stesso tempo, è un viaggio di cui conosci il punto di partenza, ma non quello di arrivo. Ogni libro ti cambia, ti fa capire qualcosa che prima non vedevi. È l’analogia più forte che sento tra queste due esperienze.

Come si è sentita dopo aver scritto La segreta cura?

Sono stata felice di averlo scritto, e non era scontato. Ho avuto la sensazione di essere riuscita a racchiudere quello che mi era successo dentro una cornice. Mettere su carta quell’esperienza, darle un ordine e una forma, ha aiutato anche me a leggerla con maggiore chiarezza e ad apprezzare tutto ciò che, nella mia vita, non è malattia. Adesso torno con il cuore più leggero alla narrativa.

Ci sarà ancora il Monferrato nel prossimo romanzo? Potrà forse pensarne uno sul concetto di limite in montagna, dal suo punto di vista?

Il Monferrato ci sarà sicuramente. Ho già scritto un libro per ragazzi ambientato in montagna, Respira con me, appena pubblicato anche in tedesco: racconta di un padre che costringe il figlio adolescente a seguirlo in escursione e di come quel cammino diventi l’occasione per ritrovarsi. Quanto a un romanzo sulla montagna e sul limite... potrebbe essere un’idea.