Sentiero nel foliage con la vetta del Monte Terminillo tra le foglie © Filippo Del Vecchio
La catena del Daisetsuzan, monte Asahidake e il suo foliage
Un faggio nel pieno del foliage - Terminillo © Filippo Del VecchioIn montagna l’autunno non arriva tutto insieme. Si mostra sulle cime, dove le prime notti fredde cambiano il colore della vegetazione, poi scendendo gradualmente lungo i versanti raggiunge il fondovalle. Basta avere lo sguardo rivolto verso l’alto per capire che il paesaggio si muove: il verde si ritira, il giallo avanza, le chiome si accendono. Poi arriverà la neve, i colori scompaiono sotto il bianco e il bosco cambia ancora una volta aspetto.
È il tempo del foliage, una parola ormai inflazionata ma familiare a chi frequenta i sentieri in questa stagione. Si organizzano escursioni tematiche, passeggiate fotografiche ed eventi tra i boschi, mentre intere vallate diventano destinazioni per chi cerca il momento in cui la natura mostra il proprio volto più spettacolare. Eppure, questo momento unico per la natura e ciò che ai nostri occhi appare come un’esplosione di colori è anche il risultato di un lavoro cominciato in primavera, pronto per la sua fase conclusiva.
In fondo, il foliage è uno degli spettacoli più montani che esistano. Racconta il rapporto tra la vita e il clima, tra il tempo disponibile e quello che resta prima dell’inverno, attraverso alberi che, proprio quando sembrano dare il meglio di sé, stanno preparando il momento in cui dovranno fermarsi.
Larice e faggio, emblema di fuoco tra i monti
Sulle Alpi, e nel resto d'europa, pochi alberi rappresentano l’autunno quanto il larice (Larix decidua). In estate si distingue per gli aghi morbidi e di un verde luminoso, raccolti in piccoli ciuffi sui rami. Quando le temperature diminuiscono e le giornate si accorciano, quegli aghi diventano progressivamente gialli, poi dorati, fino a cadere. Interi versanti cambiano colore e, per qualche settimana, il bosco sembra illuminarsi dall’interno.
Il larice è una conifera particolare. A differenza di abeti e pini, perde gli aghi ogni autunno. La sua presenza è legata soprattutto alle montagne dell’Europa centrale e orientale, dove cresce anche ad altitudini elevate e può sopportare condizioni climatiche rigide. Il suo colore dorato non è soltanto una caratteristica estetica, ma il segnale di una strategia che gli consente di attraversare la stagione fredda.
Sugli Appennini e in molti boschi europei, invece, il protagonista del foliage è il faggio (Fagus sylvatica). Le sue chiome passano dal verde a sfumature di giallo, arancione e bruno, mentre le foglie cadute formano sul terreno una copertura che scricchiola sotto gli scarponi. Nei boschi di faggio, soprattutto quando la luce attraversa le chiome nelle giornate limpide, il paesaggio assume tonalità calde che contrastano con il cielo sempre più freddo.
Larice e faggio appartengono a gruppi botanici differenti, ma condividono una caratteristica fondamentale: sono alberi che abbandonano stagionalmente il proprio apparato fogliare. Prima della caduta, recuperano parte delle sostanze nutritive contenute negli aghi o nelle foglie e le trasferiscono agli altri tessuti. È una forma di risparmio biologico, una preparazione alla stagione in cui la crescita rallenta e le condizioni ambientali diventano più difficili.
Il lavoro di una stagione
Perché il larice adotta questa strategia mentre abeti e pini conservano gli aghi? Le foglie sono superfici attraverso cui avvengono gli scambi gassosi e la perdita d’acqua. In inverno, quando il terreno è gelato, le radici possono avere difficoltà ad assorbirla, anche se il sole continua a illuminare la chioma. Per una pianta che mantiene gli aghi, il rischio è perdere acqua senza riuscire a reintegrarla facilmente.
Il larice evita gran parte di questo problema lasciando cadere il proprio apparato fogliare. Una strategia simile è adottata anche da molte latifoglie, come il faggio, che in autunno degradano la clorofilla, recuperano parte dei nutrienti contenuti nelle foglie e poi le lasciano cadere, preparandosi ad affrontare l’inverno. È una strategia particolarmente adatta ai climi freddi, dove la stagione favorevole alla crescita è breve e il riposo invernale è una necessità.
Hokkaido, dove l’autunno scende dalle montagne
Per osservare il foliage come un fenomeno che attraversa un intero paesaggio, bisogna spostarsi molto più a est, sull’isola giapponese di Hokkaido. Qui il freddo arriva prima rispetto a gran parte del Giappone e i primi colori autunnali possono comparire già tra la fine di agosto e settembre, soprattutto nelle zone montane.
Il viaggio del foliage comincia spesso dal massiccio del Daisetsuzan, nel cuore dell’isola. Sul monte Asahidake, che con i suoi 2.291 metri è la vetta più alta di Hokkaido, i primi segnali dell’autunno si manifestano anche nella vegetazione al di sopra del limite degli alberi, dove arbusti e piante basse si tingono di rosso e oro. Più in basso, il cambiamento coinvolge progressivamente i boschi di betulle, aceri e altre specie decidue, fino a raggiungere quote inferiori.
È un movimento che segue il rilievo e le variazioni di temperatura; il colore compare in alto e poi si sposta lungo i versanti, accompagnando la discesa della stagione. Il fenomeno è parte di un più ampio calendario autunnale giapponese, seguito attraverso le previsioni del kōyō zensen, il cosiddetto fronte del foliage, che descrive l’avanzare dei colori nelle diverse regioni del Paese.
Il Daisetsuzan è anche un luogo importante nella cultura del popolo Ainu, la popolazione indigena di Hokkaido. Il nome Kamuy Mintar, tradizionalmente associato all’area, viene tradotto come “il parco giochi degli dèi” o “il giardino degli dèi”. Un’espressione che restituisce il valore simbolico attribuito a queste montagne, senza ridurle a una semplice destinazione per ammirare i colori autunnali.
Momijigari, la bellezza che non si può trattenere
In Giappone, andare nei boschi a osservare le foglie autunnali è diventato nel tempo una vera e propria tradizione. In Giappone, l'osservazione delle foglie autunnali è diventata una tradizione nota come momijigari, letteralmente “caccia alle foglie rosse”. Non consiste nel raccoglierle, ma nel raggiungere i luoghi in cui aceri e altri alberi offrono il massimo spettacolo di colori.
Le origini di questa consuetudine risalgono almeno al periodo Heian (VIII-XII secolo), quando l'aristocrazia frequentava giardini e paesaggi naturali per contemplare il susseguirsi delle stagioni e comporre poesie. Col tempo, il momijigari si è diffuso a tutta la popolazione, diventando un appuntamento atteso nei boschi, nei parchi e attorno ai templi.
Come l'hanami, dedicato alla fioritura dei ciliegi, il momijigari trasforma un fenomeno naturale in un'esperienza condivisa. La bellezza delle foglie autunnali richiede infatti di cogliere il momento giusto, sapendo che durerà solo per un breve periodo. A questa sensibilità si lega il concetto di mono no aware, la consapevolezza della bellezza delle cose proprio perché transitorie. Le foglie raggiungono il loro massimo splendore poco prima di cadere, ricordando che ogni stagione è destinata a trasformarsi.
È una sensazione familiare anche a chi frequenta la montagna, un lariceto dorato o una faggeta nel pieno dell'autunno possono cambiare volto nel giro di pochi giorni. Eppure la caduta di aghi e foglie non segna una fine, ma una nuova fase del ciclo del bosco, arricchendo il suolo e contribuendo al continuo rinnovarsi della vita forestale.
Le foglie prima dei fiocchi
Lo spettacolo naturale del foliage dura poche settimane, talvolta ancora meno. Una perturbazione, una gelata o una nevicata precoce possono cambiare il paesaggio nel giro di una notte. Per questo chi cammina in montagna in autunno deve imparare a cogliere il momento, poiché non esiste un calendario preciso per ogni valle. Esposizione, quota e condizioni meteorologiche fanno la differenza.
Dalle Alpi al Giappone, passando per gli Appennini, seguire i colori dell'autunno significa osservare qualcosa di più di un paesaggio che che muta. Significa riconoscere il lavoro di una stagione che si chiude, le risorse che gli alberi recuperano e il bosco che si prepara ad affrontare il freddo.
Presto i larici resteranno spogli, i faggi lasceranno a terra le loro foglie e la neve coprirà tutto. Sta a noi riuscire a cogliere e a conservare negli occhi la bellezza di questo evento, nel poco tempo che questa stagione, ci mette a disposizione.