Il rifugio Marco e Rosa
La copertina di Capanat
Il rifugio Longoni
Il rifugio Palù
Il rifugio Tartaglione
Il rifugio Zoia
"Perché lo fai?" e a volte anche "Ma chi te l'ha fatto fare?" sono domande che i rifugisti si sentono fare o si pongono loro stessi. Perché si sa, il rifugista è un mestiere tosto, su cui aleggia uno strano fascino per chi lo vede da lontano, magari salendo dalla città. Un'attrazione che spesso però sbiadisce nella difficile pratica quotidiana, indagata da Giovani Scognamiglio in Capanat, un libro dedicato ai rifugisti della Valmalenco, uscito proprio in questi giorni.
Una indagine sul campo
L’obiettivo dell’autore, è aprire una sorta di dietro le quinte a chiunque desideri intraprendere la professione di gestore di rifugio, rispondendo ad alcune domande poste direttamente a chi ha in mano le stretture gestite. Quali caratteristiche deve avere un buon custode? Come è cambiato il turismo in quota? Quanto il cambiamento climatico sta incidendo sulle montagne e su chi le abita ogni giorno? A questi e a molti altri interrogativi, Scognamiglio ha risposto, attingendo dai racconti di vita quotidiana e dall’esperienza diretta di gestione di 35 "capanat", come vengono definiti in dialetto lombardo i rifugisti, attuali e storici della Valmalenco.
Il viaggio tra le mura dei rifugi ha affrontato l’evoluzione della professione e, più in generale, il cambiamento dei frequentatori delle “terre alte”: l’evoluzione da semplice riparo a icona di cultura alpina e il difficile equilibrio tra tradizione e innovazione, cercando di fornire spunti e chiavi di lettura per i giovani desiderosi di intraprendere questo antico mestiere.
Mollo tutto e apro un chiringuito
La fuga dalla modernità è un mito duro a morire. “Sempre più amanti della montagna, stressati e insoddisfatti da un’esistenza filtrata dallo schermo di un pc, sognano una vita in quota - spiega l'autore. È un po', per me che vengo dagli anni '80, una sorta di trasposizione montana del "mito del chiringuito" della mia generazione. Si dimenticano però, troppo spesso, le insidie legate a una passione che diventa un lavoro e le fatiche di un mestiere in continua evoluzione che, al giorno d’oggi, richiede dedizione, fatica, versatilità, conoscenza del territorio e competenze manageriali".
“Sempre più amanti della montagna, stressati e insoddisfatti da un’esistenza filtrata dallo schermo di un pc, sognano una vita in quota" Giovanni Scognamiglio.
Questo mito è alla base anche delle scelte poi realmente effettuate?
Nella gran parte dei casi sì, ma in una misura meno mitizzata, credo anche per via del mio terreno di indagine.
Nel senso che la Valmalenco non è una meta per sognatori di città?
I rifugisti interpellati vengono dal territorio. Alcuni hanno ereditato una passione di famiglia, altri avevano l'idea di togliersi da contesti più antropizzati o da una vita frenetica. Ma non sono cittadini completamente a digiuno di montagna o che hanno sogni scollegati dalla realtà. Non sarebbe comunque affrontabile la professione con tale approccio.
Cosa dicono i rifugisti guardandosi indietro, o quando fanno il punto della situazione?
Un tratto comune riscontrato è che ritengono la gestione familiare un punto di forza. Non è sempre semplice gestire il personale, perché chi viene a lavorare da fuori, da lontano, senza esperienza, spesso poi si accorge che la vita al rifugio non è tutta una favola. Se però il rifugio è anche la tua casa, o comunque una attività che ti coinvolge totalmente...in quel caso l'approccio cambia.
Cosa serve per fare funzionare un rifugio oggi?
Ho rilevato che tutti mettono in primo piano l'importanza di sapere fare un po' di tutto. Ma non nel senso di arrangiarsi. Bisogna proprio avere un approccio alla professione ricco di diverse competenze: manageriali e pratiche.
La solitudine? È un tema sapere vivere lontano dalla "civiltà"?
Sì, assolutamente. I gestori sanno bene che le relazioni, i contatti sono diversi, soprattutto in certi periodi. Sono consapevoli che bisogna convivere con una certa solitudine, che il rapporto umano a volte è sostituito dal rapporto con la natura. Ma è anche quello che alcuni cercano, o sanno prendere nel migliore dei modi, facendo diventare questa condizione il punto di partenza per un benessere.
Un libro per beneficenza
I proventi della vendita di Capanat saranno interamente devoluti all’associazione Per Bianco…e chi come lui, fondata da Giancarlo “Bianco” Lenatti, guida alpina emerita e custode della capanna Marco e Rosa, che ha l’obiettivo di aiutare i bambini affetti da malattie rare e le loro famiglie attraverso raccolte fondi volte a migliorare le cure e le strutture di assistenza pubblica e alla fondazione Mondino istituto neurologico nazionale Irccs, il più antico istituto italiano specializzato nell’ambito delle neuroscienze, punto di riferimento nazionale e internazionale per la ricerca, la diagnosi e cura delle patologie neurologiche.
Il volume, che si apre con una prefazione di Giovan Battista Bonomi, presidente del CAI, sezione Valtellinese, è già disponibile in libreria.