Un fulmine si scaglia in ambiente montano © Top Ten Alternatives, wikicommons
Un fulmine si abbatte sulla città di Salta, in Argentina, a 1.152 metri sul livello del mare © StockSnap, Pixabay
Una fulminazione che sovrasta una città e si abbatte sulla vetta di una montagna © Joël, pixabay
Un esempio concreto di effetto punta in pianura: un fulmine colpisce la torre della TV di Berlino, il punto più alto della città © Matt Biddulph, wikicommons
È pesante il bilancio delle fulminazioni in montagna nelle ultime settimane. Sono due gli escursionisti deceduti il 16 agosto scorso, colpiti durante due distinti temporali. Il primo, un cittadino statunitense di 30 anni, ha perso la vita in Sicilia, lungo le pendici dell’Etna, in località Montagnola. Nello stesso giorno è morto anche un escursionista di 42 anni originario di Tubre, in Alto Adige, colpito da un fulmine sulle montagne di casa durante un violento temporale in Val Monastero, sul Piz Starlex.
Numerosi altri episodi, più o meno gravi, si sono verificati nel corso del mese lungo tutta la penisola. Tra i casi più gravi quello di uno scout di 16 anni, colpito da un fulmine durante un campo estivo a Subiaco, in provincia di Roma. Feriti, invece, anche due alpinisti raggiunti da una scarica mentre si trovavano in parete lungo la via mamma e papà sul Ra Gusela, sopra Cortina d’Ampezzo. Complessivamente, dall’inizio dell’estate 2026, sarebbero circa 20 le persone rimaste ferite a causa di fulminazioni mentre si trovavano all'aperto, in quota e non.
I falsi miti
Un primo indicatore di come, in merito alle fulminazioni, siano molti i falsi miti che ancora oggi guidano i comportamenti delle persone che si trovano a fronteggiare un temporale inaspettato, spesso mettendosi ancor più in pericolo di quanto non lo fossero in precedenza: “Il fulmine si scarica sulle punte, qualsiasi esse siano: un albero, un abete o un campanile. Non ha importanza il materiale, che sia ferro o una catenina d'oro. Sono tutte credenze di un tempo, senza fondamento”, afferma Luca Mercalli, climatologo e divulgatore scientifico italiano, nonché presidente della Società meteorologica italiana, che aggiunge: “La prima norma per non essere bersaglio di un fulmine è non rappresentare mai una punta. Il problema è cosa hai attorno. Se sei su una spiaggia deserta o sulla vetta di una montagna, la punta sei tu rispetto alla cresta di roccia”. Un fulmine, sottolinea Mercalli, può abbattersi anche in luoghi pianeggianti, ma è in quota che il problema si moltiplica. Su una cresta esposta, infatti, non si ha possibilità di rifugio e le difficoltà di movimento si moltiplicano: “Trovarsi su una cresta esposta o su una vetta durante un temporale è un po' una sorta di bersaglio obbligato”, afferma il meteorologo.
“Non ha importanza il materiale, che sia ferro o una catenina d'oro. Sono tutte credenze di un tempo” Luca Mercalli
Autoprotezione: la “posizione a uovo”
Per diminuire le possibilità di rappresentare un bersaglio preferenziale anche in un contesto privo di ripari, però, basta seguire una semplice procedura: “La posizione standard per non essere colpiti dal fulmine quando si è in una zona aperta è quella a uovo, proprio come uno sciatore che sta per lanciarsi lungo un pendio. I piedi devono essere ravvicinati e la testa chiusa, a formare una sagoma il più possibile tondeggiante”, specifica Mercalli, che sottolinea l’importanza di mantenere i piedi uniti per evitare la cosiddetta corrente di passo. Questa corrente, afferma il meteorologo, deriva dalla differenza di tensione che si genera quando il fulmine si scarica nelle vicinanze: “Se i piedi sono vicini non c’è differenza di tensione e la corrente passa nel suolo ignorando il corpo umano. Se i piedi sono lontani, la corrente passa dentro il corpo umano. È questo il motivo per il quale i quadrupedi muoiono quasi sempre quando si abbatte un fulmine nelle vicinanze. Avendo quattro zampe, le hanno sempre distanti l’una dall’altra e sono purtroppo fatalmente colpiti dalla corrente che passa attraverso il cuore”, descrive, ricordando come sia fondamentale – per lo stesso motivo – evitare di sdraiarsi per terra.
“Se i piedi sono vicini non c’è differenza di tensione e la corrente passa nel suolo ignorando il corpo umano".
Ma, oltre a non rappresentare una punta col proprio corpo, è necessario far sì che anche il materiale trasportato non attragga le scariche elettriche. E, per farlo, non deve essere rivolto verso l’alto durante un temporale: “Questo, in montagna, vuol dire non maneggiare i bastoncini, che non andrebbero mai alzati verso l’alto. Lo stesso vale per l’ombrello, più comune nelle zone escursionistiche, che rappresenta il perfetto parafulmine e conduce il fulmine proprio in mano. O, ancora, la piccozza, che è uno strumento da non maneggiare durante il temporale. Un moschettone non è una punta, un imbrago non è una punta e un mucchietto di materiale che è messo raso suolo non è un particolare attrattore di fulmine. Un bastoncino in piedi, invece, sì che è una potenziale bersaglio del fulmine, mentre se lo ripongo coricato non è un particolare invito al fulminei”, aggiunge, ribadendo come il materiale non sia vincolante nell’attrarre i fulmini rispetto, piuttosto, alla forma. Per la stessa ragione, sottolinea il meteorologo, non è necessario lanciare gli oggetti metallici lontano da noi, come viene a volte promosso soprattutto sui social network: “Non è che dobbiamo scagliare questi oggetti in un burrone e liberarcene o perderli, anche perché dopo il temporale potrebbero servirci (ironizza, ndr.). Li mettiamo sdraiati sul suolo, non appoggiati a un muro o a una roccia. Altrimenti sarebbero nuovamente verticali e potrebbero creare proprio l'effetto punta”, afferma.
In caso di pericolo immediato, inoltre, è controproducente ripararsi a contatto o nelle vicinanze col tronco di un albero: “Conviene il più possibile entrare in una zona riparata, ma non bisogna mai mettersi contro un albero perché l'albero può attirare il fulmine e, anche stando seduti al suo riparo, si resta comunque esposti alla scarica”, aggiunge. Pur non essendo disponibile una casistica legata alle ferrate, si può applicare lo stesso principio fisico dal momento in cui il cavo di acciaio rappresenta un conduttore in caso di scarica elettrica nelle vicinanze: “È chiaro che un cavo d'acciaio lungo che arriva, più in alto, in una zona più esposta potrebbe essere un perfetto parafulmine. Toccarlo vuol dire subire una scarica che arriva, magari, da qualche centinaio di metri di distanza se la ferrata è unita. Sicuramente non è saggio aggrapparsi a un cavo di questo genere durante un temporale, perché il parafulmine è fatto esattamente così”, raccomanda Mercalli.
Come anticipare il temporale: le buone pratiche da seguire
Oltre a diminuire in loco le probabilità di venire colpiti da un fulmine, però, gran parte del lavoro deve essere fatta a casa tramite la prevenzione: “Da un lato bisogna evitare le giornate riconosciute come a forte rischio temporalesco, dall'altro, nelle zone in cui il telefono ha connessione, si ha il vantaggio di poter consultare il radar meteorologico in tempo reale”, spiega Mercalli. Il radar, precisa, “ci dice dove sono i temporali vicino a noi. È un piccolo aiuto per spostarsi prima che il temporale arrivi”. I radar meteorologici sono strumenti di facile consultazione, che si basano su colori e scale di intensità: “Il temporale è rappresentato da macchie di colore con, a fianco, una scala da leggere. Il blu vuol dire pioggia debole, il rosso e il viola grandine e temporali forti”, ricorda il meteorologo. E, in base alla lontananza delle celle segnalate, si ha un margine di tempo più o meno elevato per anticiparne l'arrivo spostandosi o mettersi al riparo il prima possibile.
Ma per capire se si sta avvicinando un temporale con attività elettrica c’è un segnale, avverte Mercalli, che non lascia margine di dubbio: “Se i capelli si elettrizzano è segno che c’è una forte elettricità atmosferica e bisogna immediatamente assumere la posizione a uovo, perché non c'è tempo di muoversi. Se ci sono pause sufficienti, invece, è possibile fare pochi passi e raggiungere un punto più protetto. Ma sono tutte decisioni che vanno prese caso per caso”, chiarisce. I fulmini, infatti, si sviluppano sempre in presenza di una nube temporalesca, magari ancora in formazione, che quindi non ha ancora generato i segni tipici di un temporale in atto come la pioggia.
Il rischio in gruppo: una questione di statistica
Anche il numero di persone coinvolte, come nel caso del giovane scout colpito durante il campo estivo di Subiaco, incide sul bilancio di un episodio, senza però cambiarne le regole di base: “Non ci sono comportamenti particolari legati alla probabilità che il fulmine colpisca un gruppo o un singolo, è un problema statistico. Se il fulmine cade dove ci sono più persone vicine, purtroppo è possibile che ne ferisca o ne uccida di più”, spiega Mercalli, che consiglia di non restare tutti uniti in un unico gruppo, dove lo spazio lo consente. Una pratica che non sempre, però, è possibile attuare: “Se siamo su una cresta esposta non abbiamo molto spazio. L'unico modo resta, nuovamente, assumere la posizione a uovo. È l'unica garanzia di non essere la sporgenza più alta. Bisogna cercare che ci siano altre sporgenze più alte di noi, una roccia, uno spuntone, una croce di vetta, e restare piccoli e bassi, per evitare di rappresentare l'elemento culminante”, ricorda.
Nel caso in cui non fosse possibile sfuggire alla fulminazione, poi, il fattore tempo nei soccorsi è determinante. Il meteorologo chiarisce che chi presta aiuto non corre rischi legati alla scarica: “Una volta abbattutosi il fulmine, la corrente non c'è più e bisogna immediatamente prestare soccorso. In linea generale ci si può avvicinare subito, perché la corrente non permane”, raccomanda. In caso di perdita di conoscenza, ricorda, “la prima cosa da fare è la classica posizione laterale di sicurezza, per evitare il soffocamento. Poi, se c’è un arresto cardiaco, intervenire con il massaggio". L'unica accortezza, conclude Mercalli, riguarda chi soccorre: “Il problema si pone se il temporale è ancora in corso. In quel caso bisogna valutare con attenzione per non rischiare di essere colpiti a propria volta mentre si presta soccorso”.
“Una volta abbattutosi il fulmine, la corrente non c'è più e bisogna immediatamente prestare soccorso".
Non solo arresto cardiaco: temperature altissime e zone a rischio
A rendere il fulmine pericoloso non è soltanto il passaggio di corrente attraverso il cuore: “Un fulmine sprigiona una tensione dell'ordine di un milione di volt, per un tempo brevissimo”, spiega Mercalli. “Il fulmine, inoltre, raggiunge temperature di decine di migliaia di gradi, e dove colpisce può generare ustioni”. Quanto ai luoghi maggiormente colpiti dal fenomeno, invece, il meteorologo indica un'area precisa: “I territori maggiormente soggetti alle fulminazioni sono in generale le zone prealpine: tutta la fascia che va dalle Alpi Carniche del Friuli fino al Biellese, nella parte più esterna delle Alpi, quella più vicina alla pianura”.
Non c'è invece, secondo Mercalli, un'evidenza chiara di un aumento dei fulmini in sé, quanto un allungamento della stagione delle fulminazioni: “Essendo le fulminazioni legate ai temporali, l'aumento delle temperature sta dilatando la stagione estiva, che ormai comincia già a maggio e si protrae fino a ottobre invece di limitarsi ai canonici mesi di giugno, luglio e agosto. Il risultato è una finestra più ampia in cui i temporali, e con essi i fulmini, possono generarsi”. A questo si somma un fattore prettamente sociale: “La pericolosità del fulmine è sempre stata la stessa, ma cresce l'esposizione umana al rischio. Più aumenta la frequentazione della montagna, più aumenta la probabilità che un fulmine colpisca una persona anziché, come un tempo, un albero”, conclude.