Gender gap nel CAI, a piccoli passi si scalano grandi montagne

Tra le modifiche statutarie approvate all'assemblea generale di Modena, l'articolo 4 introduce l'obiettivo di perseguire la parità di genere. Fabiola Fiorucci: "Abbiamo imparato l'importanza del linguaggio, di come sia attivatore e precursore di un cambiamento del pensiero"

Il Club Alpino Italiano, nell'assemblea generale del mese scorso a Modena, ha approvato una modifica statutaria che punta a promuovere “la parità di genere e le pari opportunità tra le Socie ed i Soci del Sodalizio; favorisce un clima organizzativo teso al riconoscimento del principio di parità di genere nell’accesso agli organi elettivi e nella partecipazione alle attività associative; adotta provvedimenti contro ogni forma di discriminazione fondata sul genere”. 

Questa decisione può apparire come un mero adeguamento formale dettato dai tempi, ma si tratta invece del risultato di un processo partecipato che negli ultimi tre anni ha portato a convergere verso la sintesi di cui sopra. Ciò non toglie che tutto il percorso effettuato, con le dovute differenze di vedute, sia stato prezioso per arricchire l'associazione di spunti di riflessione. Perché tutti sappiamo che, più delle regole, conta il retroterra culturale su cui si innestano. 

Abbiamo perciò voluto chiedere un contributo a Fabiola Fiorucci, che ha coordinato i lavori della commissione sull'equità di genere, per comprendere meglio come la nostra associazione sia arrivata all'introduzione di questo importante cambiamento statutario. 

UNA MONTAGNA DA SCALARE

di Fabiola Fiorucci

Un nuovo passo nel segno dell’inclusione e della rappresentanza: la parità di genere entra nello statuto del CAI, sancendo formalmente un principio che guarda al futuro dell’associazione e alla piena partecipazione alla vita sociale.
Il Club Alpino Italiano, sulla base della Legge 26 gennaio 1963, n. 91, è ente pubblico non economico, e rappresenta a livello Centrale una manifestazione amministrativa dello Stato italiano. A livello territoriale il CAI è anche una galassia di associazioni, ETS, APS, ODV... unite dal rispetto di statuti, tutti un po' diversi in funzione delle diverse realtà, ma accomunati da valori condivisi.​

​Il CAI sono anche, e soprattutto, i soci: quelli che nel passato hanno compiuto spedizioni importanti, quelli delle imprese alpinistiche oltre i limiti all'epoca conosciuti, quelli che hanno insegnato a conoscere la montagna nelle prime gite fuori porta dalle città, quelli che hanno reso fruibile il loro territorio di nascita tracciando sentieri e fondando rifugi come punti d'appoggio alle scalate.

Il CAI di oggi è fatto di tante sezioni, di commissioni, di strutture operative, di gruppi regionali, di consigli direttivi, di collegi di revisione, di gruppi di lavoro che si occupano di montagna in tutti i suoi aspetti: dai grandi carnivori alla speleologia, dall'alpinismo ai più alti livelli all'avvicinamento dei più piccoli nelle scuole o all'alpinismo giovanile.
Ora, caro lettore, ti chiediamo di pensare ad una, a due, a tre figure di spicco dell'alpinismo... 

Forse, d'istinto, non hai pensato a Mary Varale, Ninì Pietrasanta, Nives Meroi, Wanda Rutkiewicz, Catherine Destivelle o Lynn Hill.
​Il CAI è stato, ed è tuttora, specchio dei suoi tempi; da sempre il mondo è fatto di uomini e di donne, ma in certi periodi ci è parso normale notare una sola metà per alcuni aspetti (la forza, il coraggio, l'arditezza...) e l'altra metà per altri (la grazia, la pazienza, la leggerezza...). ​Ora il CAI è fatto di soci e di socie che frequentano la montagna, e di soci e di socie che mettono a disposizione il loro tempo per organizzare attività e consentire a tutti l'esperienza collettiva di vivere la montagna in mille aspetti.

​E da qui è cominciato il nostro percorso nel 2023, quando per volontà del presidente Antonio Montani è stato istituito il gruppo di lavoro Politiche sociali e Parità di genere. Erano gli anni del post-COVID e del PNRR, in cui l'Italia ha individuato tra gli obiettivi strategici della ripresa la riduzione del divario di genere, in coerenza con l'obiettivo 5 dell'agenda 2030 e con le misure trasversali previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Il gender gap, però, non è solo una questione di numero ma è quella sottile linea d'ombra che attraversa il nostro modo di guardare il mondo e di raccontarlo. È il motivo per cui, forse, pensando a una figura simbolo dell'alpinismo, il tuo pensiero non è andato immediatamente a una donna.
E non hai pensato a una figura femminile per semplice ignoranza; semplicemente non si parlava spesso o volentieri di donne e alpinismo... come se in passato fosse uno spazio riservato agli uomini.

E così, per una volta, il CAI ha deciso di guardarsi dentro, di non concentrarsi solo su cosa può fare verso l'esterno del Sodalizio, verso l'ambiente, verso la società o la comunità delle terre alte... ma ha deciso di focalizzare lo sguardo sul benessere dei suoi componenti, degli uomini e delle donne che sono il cuore appassionato di questa realtà.
​Il gruppo di lavoro è stato chiamato con il nome un po' altisonante di "commissione permanente..." ed è stato costituito scegliendo un gruppo di donne che, per i ruoli ricoperti e per le sensibilità personali, avrebbero avuto il coraggio di avventurarsi ad affrontare un tema che nel CAI era pressoché sconosciuto.
Abituate alle cordate, a muoverci in gruppo tra boschi fitti e rocce, abbiamo messo insieme le nostre conoscenze professionali e le nostre curiosità per sviscerare questo argomento apparentemente semplice in superficie, ma in realtà scivoloso e ambiguo.

Ma torniamo al racconto di questa piccola avventura: per poter presentare all'assemblea di Assisi i risultati, a primavera del 2024 abbiamo ottenuto il permesso di somministrare al corpo dirigente e al corpo istruttore un breve questionario anonimo. L'obiettivo era capire come mai, a fronte di una costante crescita di iscrizioni al sodalizio tra le donne, fino a raggiungere il 40% del corpo sociale, solo il 20% occupi ruoli apicali (e percentuali minime si occupino di soccorso alpino o siano entrate nel CAAI) e, più in generale, comprendere se anche nel CAI di oggi ci siano fattori che limitano un contesto sereno in cui uomini e donne si sentano equamente valorizzati e considerati.
​Tra i potenziali 13.000 destinatari del questionario, le risposte sono state solo 2.000. La comunicazione tramite le email associate ai profili CAI sulla piattaforma ha ampi margini di miglioramento... ma 2.000 risposte, equamente e correttamente distribuite secondo i criteri statistici, rappresentano un campione significativo.

Ne è emerso un quadro per alcuni tratti rassicurante, per altri aspetti fastidioso e quasi doloroso: dove il questionario ha consentito al compilatore di esprimersi liberamente, abbiamo letto di uomini e donne che si sono sentiti limitati o favoriti nel loro agire da condizioni connesse al loro genere. Ciò che ci ha disturbato di più, però, è stata la sordità, l'indifferenza di altri soci e socie verso il tema dell'equità di genere, solo perché non li toccava personalmente, senza pensare che, poiché esso è subdolamente presente nell'agire quotidiano, anche nell'attività del sodalizio non si può dire assente.

​I dati raccolti e la relazione interpretativa sono conservati negli archivi CAI. ​La Commissione, nel suo procedere su un sentiero non battuto, ha sperimentato modi di confronto un po' fuori dalla liturgia degli organi consolidati: a fianco delle tradizionali riunioni in presenza o da remoto, lo spazio di confronto in questi anni è stato il gruppo WhatsApp, su cui sono stati condivisi articoli scientifici, puntate di podcast, filmati... che hanno dato spunto ai nostri commenti e alle nostre reazioni. ​E qui abbiamo imparato l'importanza del linguaggio, di come sia attivatore e precursore di un cambiamento del pensiero. Da qui sono nate le prime proposte di modifica del regolamento generale, per cercare di abbattere gli ostacoli emersi con chiarezza dalle risposte al questionario. Sono state predisposte delle linee guida sull’utilizzo del linguaggio inclusivo.

Le proposte... di fatto sono state cassate forse perché il principio del perseguimento dell'equità di genere non era declinato nello statuto.
​Ma come?! È stato un pugno nello stomaco. Nel secondo ventennio degli anni 2000 c'è davvero bisogno di mettere nero su bianco che il sodalizio vuole perseguire, come l'Italia di cui fa parte, l'obiettivo di eliminare il gender gap tra i suoi valori condivisi? Ma non è scontato?!

Come si diceva, parlare di equità di genere è un tema ambiguo e scivoloso... quando meno te lo aspetti il sentiero si fa impervio, quasi impossibile. ​Ed eccoci ai giorni nostri... con il passo lento del montanaro, siamo giunti alla modifica statutaria, con l'aggiunta del comma 6 all'articolo 4, approvato all'assemblea del 2026. ​Ora il Sodalizio ha scelto, con l'ampia maggioranza dell'assemblea dei soci, di perseguire l'obiettivo di ridurre il gender gap.

​Non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza: ci sono tante piccole e grandi cose da fare... Vi siete accorti che la vostra tessera blu è firmata "IL presidente" e che molti dei moduli che firmate iniziano con "IL sottoscrittO"? Quando basterebbe pochissimo per scrivere "IL/LA presidente" e "IL/LA sottoscrittO/A"... aprendo al pensiero che quell'azione possa essere compiuta indifferentemente dal genere di chi la compie.

Secondo il World Economic Forum ci vorranno 132 anni all'umanità per arrivare alla parità di genere tra uomini e donne. ​In montagna vale da sempre il detto che “a piccoli passi si scalano grandi montagne” e con questo auspicio vogliamo sperare che nel CAI ci metteremo un po' meno, in condivisione dal vertice alla base.