Sotto la cima del Gyala Peak © T. Sugimoto
Verso la cima Est © T. Sugimoto
Il campo base © T. Sugimoto
La montagna vista da sotto il campo base © T. Sugimoto
Sopra il C1 © T. Sugimoto
La cima del Gyala, con il Manaslu sullo sfondo © T. Sugimoto
Gyala Peak © T. Sugimoto
Festeggiamenti al campo base © T. SugimotoAlle 12:05 dell’11 maggio, i tre alpinisti giapponesi Masayuki Takenaka, Tatsuro Sugimoto e Ryota Nomura hanno raggiunto per la prima volta la vetta del Jarkya Himal. La cima inviolata di 6.473 metri si trova sulla cresta di confine Nepal–Tibet, a Nord del Manaslu (8.163 metri). Fa parte delle 104 montagne aperte ai permessi di scalata dal governo nepalese solo a partire dal 2014. Per Takenaka era la terza volta sul Jarkya Himal: aveva effettuato una prima spedizione a questa montagna nel 2020, giungendo fino a una quota di 5400 metri, era poi tornato nel 2023 con Sugimoto e Nomura, aprendo la via di cresta fino a 6300 metri, per poi ritirarsi in corrispondenza del traverso ghiacciato sotto la cima est.
Prima ancora di tentare il Jarkya Himal, durante l’acclimatamento la squadra ha messo a segno un'ulteriore prima salita assoluta: il Gyala (6.363 metri), anch'esso inviolato e situato nella stessa zona di confine, raggiunto il 27 aprile.
La via di cresta
La squadra di quest'anno ha seguito la via di cresta, sviluppata e affinata nei tentativi precedenti del 2020 e 2023. Non si tratta di un itinerario diretto: dal campo base a 4.550 metri, gli alpinisti hanno risalito un sistema di creste fino alla zona glaciale a quota 6.000 metri, per poi percorrere la cresta di confine verso ovest, superare la cima est (6.451 metri), scendere al colletto a quota 6.315 metri e risalire infine verso la vetta principale a 6.473 metri. In totale, la giornata dell’attacco alla cima ha richiesto 11 ore di movimento continuo.
Dal campo base al C2, la salita copre 1.450 metri di dislivello su terreno misto: pietraie, morene, un breve tratto di roccia attrezzato con una corda fissa prima del ghiacciaio (l'unico tratto attrezzato di tutta la salita), e poi il grande plateau glaciale in cui le nevicate recenti rendevano impossibile camminare senza affondare.
Difficoltà tecniche
Il tratto tecnicamente più delicato dell'intera via si trova prima della cima est, dove la cresta espone un traverso su neve dura inclinata, con un cornicione sporgente verso il versante tibetano. Nel tentativo del 2023, questo traverso era completamente ghiacciato e la squadra era stata costretta a ritirarsi proprio lì, a una quota di circa 6.300 metri. Quest’anno, la neve depositata nelle settimane precedenti aveva coperto il ghiaccio, rendendo il passaggio percorribile: tre lunghezze di corda aperti da Sugimoto, che è riuscito a proteggersi con ancoraggi su fittoni.
Subito dopo la partenza dal C3 si è verificato un imprevisto: Takenaka, che apriva la traccia sul plateau glaciale, ha sfondato il tetto di un crepaccio nascosto, senza conseguenze gravi.
Cinque notti sopra i 6000 metri
Uno degli aspetti più significativi di questa spedizione è stata la permanenza in quota richiesta dall'itinerario. Nell'ultima rotazione (9–13 maggio), i tre alpinisti hanno trascorso cinque notti consecutive sopra i 6.000 metri: due al C2 (6.000 metri) e due al C3 (6.350 metri), con il giorno di vetta nel mezzo. Una prova fisica e psicologica non da poco, resa ancora più difficile dal fatto che al C3 i tre uomini condividevano un bivacco a due posti, scelto appositamente per ridurre il carico.
La notte prima della vetta, al C3, si è alzato un vento con nevicate intermittenti. Al mattino, tuttavia, il cielo si è aperto: quella del 11 maggio era l'unica finestra di bel tempo a disposizione, dopo dieci giorni consecutivi di brutto tempo che avevano immobilizzato la squadra al campo base tra il 29 aprile e l'8 maggio.
Una pazienza ricompensata
Ciò che emerge con chiarezza dai resoconti dei tre alpinisti è che il successo non è stato il frutto di un colpo di fortuna o di un'improvvisazione audace, ma di anni di apprendimento sistematico. La scelta di entrare dal passo Larkya La (5.106 metri) anziché da est, per ottenere una maggiore acclimatazione. Il soggiorno preliminare al Gosainkunda (oltre 4.000 metri) per prepararsi prima ancora di raggiungere il campo base. I ventotto giorni di permanenza al campo base — la più lunga delle tre spedizioni — hanno permesso di aspettare l'unica finestra meteorologica favorevole. E il clima di fiducia reciproca all'interno del gruppo ha consentito a ognuno di esprimere dubbi, stanchezza e timori senza che le difficoltà minassero la coesione.
“Tutto quello che abbiamo vissuto negli ultimi dieci anni non è stato inutile” Masayuki Takenaka
"Tutto quello che abbiamo vissuto negli ultimi dieci anni non è stato inutile", ha scritto Takenaka nel suo resoconto personale. Nomura ha citato una nota che aveva lasciato dopo il ritiro del 2023: "Se saprò trasformare quella battuta d'arresto in qualcosa di utile, allora non sarà stata una sconfitta”. Quella giornata è arrivata. La cresta del Jarkya Himal ha su di sé una traccia umana — e quella traccia porta tre nomi giapponesi.