Un turista intento ad attaccare un adesivo su un cartello stradale in quota © Iijjccoo, wikicomons
La ricercatrice Ines Millesimi intenta, in foto, nella pulizia di un punto geodetico © Ines Millesimi
La croce di vetta di Punta Penia ricoperta di adesivi a 3343 metri s.l.m., nel gruppo della Marmolada © F. Zoller, 2022
La pratica dell'attività alpinistica e scialpinistica è la prima causa di inqinamento da microplastiche ad alta quota © Mattsjc, wikicommons
Un particolare della croce di vetta di Punta Penia © F. Zoller, 2022
Copertura dell'abbigliamento tecnico in occasione di uno dei prelievi di neve © E. Ferri, 2023
Qualcuno è tornato sull'astronave della Grignetta, e stavolta non si è fermato alle bombolette. Dopo la rimozione delle scritte nere che avevano imbrattato il bivacco Ferrario, infatti, un nuovo intervento anonimo ha staccato anche gli adesivi accumulatisi per anni sulla porta e sulle pareti e ripulito la superficie. Il guscio di alluminio, installato nel 1968, è tornato così a riflettere la luce chiudendo apparentemente una vicenda che ha fatto a lungo discutere, pur lasciando aperto un interrogativo: cosa succede a tutta quella plastica quando nessuno sale a staccarla?
"Adesso, purtroppo, c'è questa moda di andare in montagna e attaccare l'adesivo della propria associazione come segno di presenza", aveva raccontato la presidente del CAI Lecco Paola Frigerio, aggiungendo di aver visto persone attaccarli anche sulle croci di vetta, sotto gli occhi di tutti. E a quella domanda, da qualche mese, esiste una risposta che proviene dall’Appennino centrale.
I dati raccolti sulla “montagna dietro casa”
A misurare per la prima volta il livello di microplastiche in Appennino è stata la ricerca di dottorato di Ines Millesimi, dottoressa di ricerca in ecologia e gestione sostenibile delle risorse ambientali, condotta sul massiccio del Terminillo assieme a un gruppo di lavoro che ha poi sottoposto il materiale alla rivista Water, Air, & Soil Pollution, dove è stato pubblicato: "Si tratta della prima ricerca scientifica sull'inquinamento da microplastiche in Appennino e riguarda soprattutto il passaggio antropico, quindi l'abbigliamento alpinistico", spiega Millesimi, che si è concentrata su sei aree di raccolta per cinque campioni di neve l’una, in un arco di tempo compreso tra il 16 febbraio e il 12 marzo 2023.
I prelievi sono stati condotti preferibilmente in “assenza di vento, e al fine di evitare rilascio di microplastiche addizionali non si sono usati né guanti, né cappello e, nell’eventualità, solo guanti in cotone e cappello di lana”, si legge nei contenuti accademici. Ed è proprio tra i materiali che rilasciano microplastiche in quota che gli adesivi rivestono un ruolo non secondario, contribuendo alla dispersione di frammenti in luoghi un tempo immacolati: “Tutta una serie di componenti come il nostro abbigliamento alpinistico, le corde e i caschi, per sfregamento o per usura, sono delle possibili sorgenti, e non per ultimi gli adesivi, anch’essi in plastica”, afferma Millesimi.
Più frammenti in vetta al Terminillo che sull'Everest
Una volta filtrata la neve, infatti, dai campioni sono emerse ben 1.651 microparticelle delle quali, una volta ossidata la materia organica, ne sono rimaste 777 accertate come microplastiche. E la parte più consistente si è concentrata dove ognuno di noi se lo aspetterebbe di meno. È stata la vetta, infatti, a restituire il valore più elevato, cioè il punto più alto e più faticoso da raggiungere dell'intera area campionata. Lì, alpinisti e, in misura inferiore, scialpinisti, giungono e sostano indossando oggigiorno materiale tecnico prevalentemente sintetico. E non è un caso, dunque, che la concentrazione media abbia toccato le 74,69 particelle per litro di neve fusa proprio nei punti di maggiore calpestìo.
Per avere un termine di paragone, nella neve raccolta a 8.440 metri sull'Everest, in uno degli studi più citati sull'argomento, ne erano state contate circa 30 per litro. Il confronto, però, va maneggiato con prudenza, e gli stessi autori scrivono che i protocolli andrebbero standardizzati per rendere davvero comparabili i risultati. La variabilità tra un prelievo e l'altro, infatti, è alta, ma anche solo un confronto tra i due valori è in grado di restituire una prima impressione nonostante il ridimensionamento della distanza dovuto al margine di errore delle due misurazioni.
A dare un indizio sull'origine dei microframmenti è un dettaglio apparentemente minore rispetto a composizione e colore, cioè la lunghezza. Le microfibre che arrivano dall’atmosfera, infatti, una volta trasportate per centinaia di chilometri dal vento, sono più corte rispetto a quelle superiori ai cinque millimetri, troppo grandi per aver viaggiato e, per questo, trasportate in zona. E la vetta del Terminillo è l'unico dei sei punti in cui abbondano, nonché l’unico in cui compaiono tutti e nove i polimeri identificati che, tradotti in oggetti, sono riconducibili a nylon di giacche e corde, poliestere dei pile, il PET, il cellophane degli imballaggi, il politetrafluoroetilene, cioè il cuore del Gore-Tex, e un frammento di ABS, la plastica dura dei caschi e delle suole tecniche.
Bandierine tibetane e adesivi: un impatto non trascurabile
Proprio sulla cima, del resto, due prelievi hanno restituito i valori più anomali dell'intera campagna: quello centrale, effettuato a ridosso del pilastro trigonometrico attorno al quale erano avvolte da anni le bandierine tibetane ormai ridotte in brandelli, e quello sul lato ovest, in direzione di Rieti e della piana reatina. Lo studio, sul punto, non lascia troppi margini interpretativi, riconducendo buona parte delle fibre trovate in vetta proprio allo sfilacciamento delle bandierine di preghiera che accolgono chi raggiunge la cima.
Le bandierine residue, infatti, sono state asportate nell'estate successiva e portate in laboratorio per un confronto diretto, dal quale è emerso che si trattava di poliestere PBT al 95% e di cotone per il restante 5%, con una corrispondenza pressoché totale rispetto alle fibre colorate isolate dai campioni di neve. Insieme a loro, dal punto trigonometrico sono state rimosse anche quattro ghirlande tahitiane. Sulla cassetta di ferro che custodisce il libro di vetta, invece, i vecchi adesivi sono stati lasciati in loco.
Dalla vetta alle falde, il viaggio delle fibre sintetiche
Ed è proprio sugli adesivi che la ricerca si sofferma, definendoli una pratica “con scopo pubblicitario sempre più diffusa e producente inquinamento da plastica”, al pari degli orpelli in fibre sintetiche colorate apposti sulle croci o alla base dei punti trigonometrici ripuliti da Millesimi ogni estate. Una definizione che, sfogliando le fotografie a corredo del capitolo, trova riscontro immediato nelle immagini del traliccio di croce di Punta Penia, sulla Marmolada, interamente ricoperto di adesivi: “Ovviamente non c'è scritto che una specifica componente di polipropilene dipende proprio dall'adesivo, ma è comunque plastica depositata in vetta – spiega Millesimi –. […] È evidente, quindi, che sono destinati a degradarsi col sole e col vento e a finire nelle falde acquifere e nell'aria che respiriamo”.
La ricerca, di fatto, attribuisce proprio alla presenza dei cosiddetti land-markers, cioè croci di vetta, ometti e segnali trigonometrici, e all'abitudine di apporvi volontariamente oggetti simbolici personali, dalle bandiere ai rosari, dai fiori in tessuto sintetico agli adesivi, un ruolo fondante – seppur in misura minore – nella diffusione in quota di microplastiche. Un atteggiamento definito "intenzionale e superfluo” dai ricercatori che, con l’aumento del numero di frequentatori delle quote alte, è destinato ad accrescere nel tempo l’impatto di questo tipo di materiali sull’ambiente.
“Il fenomeno è in crescita, c’è la croce, come quella del Gran Sasso, ormai tempestata di adesivi, e per questo serve un grande lavoro di educazione e sensibilizzazione anche nel CAI per far comprendere che le vette vanno rispettate e non trasformate in luoghi dove lasciare segni del proprio passaggio”, conclude Millesimi, che nella sezione finale del suo lavoro ha sottolineato anche l’importanza di promuovere, da parte delle aziende produttrici di materiale da alpinismo, l'adozione di quantità sempre più elevate di fibre alternative o naturali.