I gerani: dall'Africa alle Alpi, un racconto dell'amore per la propria terra

Dai balconi delle Dolomiti alle case dell’Appennino, è forse il fiore che più di ogni altro associamo alla villeggiatura in montagna. È semplice, resistente, spesso rosso. E, dietro quelle fioriere, si celano diverse storie

Sebbene l'estate sia oramai giunta al termine, nei mesi precedenti c'è stato un momento, arrivando in un paese di montagna d’estate, in cui le cime quasi passate in secondo piano. Sono stati i balconi che hanno catturato l’occhio e acceso l'emozione. Quelli di legno scuro, con le finestre aperte e le fioriere che traboccano di rosso e le tende al vento. 

Esclamazioni di ogni tipo: “Quanti fiori su quel balcone! Quanto sono rossi! Fiori da ogni parte!”.  I gerani, quei fiori, sono ovunque; sulle case, sui masi, sulle pensioni, sulle facciate delle vecchie stazioni turistiche. È un’immagine talmente familiare da sembrare naturale, come se quel fiore fosse nato insieme alle montagne a cui oggi appartiene. 

In realtà arriva da molto lontano.

Dall’Africa alle Alpi

Quello che chiamiamo comunemente geranio da balcone è in realtà, nella maggior parte dei casi, un Pelargonium. I veri gerani appartengono però ad un altro genere botanico. La confusione è antica e soltanto alla fine del Settecento i due gruppi furono formalmente separati.

I gerani ornamentali, quelli delle nostre vacanze, provengono soprattutto dall’Africa meridionale. Le prime specie raggiunsero infatti l’Europa già nel 1600, trasportate lungo le rotte che passavano dal Capo di Buona Speranza, in Sudafrica. Una volta arrivate nei giardini botanici e nelle collezioni europee, furono osservate, incrociate e selezionate dai floricoltori. Da alcune di quelle specie sarebbero nati anche i pelargoni che oggi conosciamo come gerani zonali e gerani edera.

Il viaggio di uno dei simboli più riconoscibili dell’estate montane, è quindi piuttosto curioso; figlio di una pianta africana e “opera” della floricoltura europea.

Non sorprende però che il pelargonio abbia trovato nelle località di montagna, uno dei suoi habitat d’elezione. Ama infatti le giornate luminose e il fresco delle notti alpine, una combinazione che ne favorisce la crescita e la fioritura. Resistente e poco esigente, prospera sui balconi più esposti al sole, tollera senza troppi problemi brevi periodi di siccità e regala colore per tutta la bella stagione. 

È la classica pianta da montagna: affidabile, generosa e capace di continuare a fiorire anche con poche attenzioni.

Un balcone, e qualcosa di più

C’è anche un dettaglio meno conosciuto. Alcuni gerani dalle foglie profumate contengono oli essenziali ricchi di sostanze come geraniolo, citronellolo e altri composti aromatici. Caratteristiche uniche che permettono a questo fiore di svolgere un'attività insetticida e repellente attraverso oli essenziali che allontanerebbero insetti e zanzare che rendono così il balcone, una barriera naturale. 

Un fiore tanto bello quanto pratico, ed è anche questa combinazione di semplicità e utilità ad averne favorito la fortuna.

Poi succede qualcosa di ancora più interessante. Il fiore smette di essere soltanto una pianta ornamentale e comincia a diventare un segno, anzi, un simbolo.

L’“amore ardente”

In Alto Adige il geranio rosso ha un nome che sembra già raccontare una storia: Brennende Liab, “amore ardente”. Il riferimento è al colore acceso dei suoi fiori, ma il nome è rimasto nel tempo legato alla tradizione dei masi e dei balconi altoatesini, dove il geranio è ancora oggi uno dei simboli più riconoscibili dell’estate.

E quell’"amore", a un certo punto, è entrato anche nella storia di questa terra.

Nel 1939, durante le Opzioni, quando la popolazione sudtirolese di lingua tedesca fu chiamata a scegliere tra l’emigrazione nel Reich e la permanenza in Italia, il geranio rosso comparve nella poesia del tempo, nata attorno a quella scelta, tra chi partiva e chi decideva di restare.

Karl Felderer, vicino agli optanti, immaginò il fiore strappato dal balcone e portato via insieme a chi lasciava la propria terra. Schierato con i Dableiber, Hans Egarter descrisse il geranio sul davanzale come il simbolo della scelta di restare e della Heimat, la terra d'origine tirolese. Questo gesto rappresentava un modo silenzioso ma incisivo per manifestare il proprio attaccamento viscerale alla patria e opporsi all'esodo.

La stessa pianta diventava così un'immagine di casa e di appartenenza, capace di raccontare sentimenti diversi senza smettere di essere, prima di tutto, un fiore appeso a un balcone.

Forse è anche per questo che il rosso è rimasto così profondamente legato all’immaginario dei balconi altoatesini. Dietro una cascata di fiori può esserci molto più di una decorazione. Può esserci l’idea di casa, di affetto e di un luogo che, per chi lo abita, significa qualcosa.

Dal balcone alla cartolina

A un certo punto il geranio non è più soltanto qualcosa che gli abitanti mettono sui balconi. Diventa qualcosa che i visitatori si aspettano di trovare. La trasformazione è legata anche alla nascita del turismo alpino moderno: case, balconi, fiori e facciate entrano progressivamente nell’immagine che i paesi costruiscono di sé, fino a diventare parte del paesaggio della villeggiatura. 

Nel 1948, per esempio, la rivista della Società degli Alpinisti Tridentini raccontava a Trento l’iniziativa dei “balconi fioriti” promossa dall’Azienda Autonoma del Turismo. I gerani rossi spiccavano sul legno scuro dei balconi e il concorso avrebbe dovuto essere ripetuto per creare una tradizione e stimolare l’emulazione.

È un dettaglio che racconta bene come il paesaggio turistico non sia fatto soltanto di montagne. Anche un balcone può diventare una cartolina. Gli albergatori, le aziende di soggiorno, le pro loco e più in generale chi viveva di villeggiatura impararono il valore di un’immagine riconoscibile: il legno, i fiori, le facciate curate, i prati e, sullo sfondo, le montagne. Non si trattava necessariamente di inventare un paesaggio dal nulla, ma di rendere più visibili alcuni elementi che sarebbero diventati parte dell’immaginario della vacanza alpina.

Il geranio era perfetto per questo scopo. Il suo rosso si vede da lontano, dialoga con il legno scuro e con il verde, riempie una facciata senza modificarla. Non nasconde la montagna, anzi, la completa. Così, dalle Dolomiti alla Valle d’Aosta, dalla Val di Fiemme all’Appennino, cambiano le case, i dialetti e i paesaggi, ma sotto una finestra ritorna spesso lo stesso fiore.

L'estate finisce anche per i gerani

Poi arrivano le prime gelate e la neve, i balconi si svuotano e lasciano il posto ad altri fiori o alla neve.

Per qualche mese scompare quel rosso che associamo alle vacanze, alle finestre aperte e alle montagne d’estate. Ma forse è proprio questo che rende il geranio così adatto alla montagna. E' arrivato da lontano, ha trovato il suo posto, è diventato utile, poi simbolo, infine paesaggio. Semplice e comune, ma capace di raccontare una storia che dalle montagne arriva molto più lontano delle montagne stesse.

E quando torna il sole, torna anche lui; una cascata di rosso dai davanzali, a brillare negli occhi di chi è in vacanza e a far sentire a casa chi, appena ne vede uno, sa di essere finalmente arrivato in montagna.

COSA FARE PRIMA CHE ARRIVI L'INVERNO

Il geranio, però, sulle montagne deve fare i conti con una stagione che non conosce mezze misure. Il Pelargonium non sopporta il gelo e, prima delle prime gelate, va portato al riparo. Ma oggi anche l’estate presenta qualche difficoltà in più. Il caldo non lo spaventa, mentre l’umidità persistente, i ristagni e i periodi di pioggia intensa possono favorire marciumi, muffe e malattie fungine.

Per chi vuole far durare il proprio geranio oltre una stagione, poche attenzioni possono fare la differenza:

  • luce: d’inverno va tenuto in un luogo luminoso, ma protetto dal gelo;
  • temperatura: meglio un ambiente fresco, indicativamente tra 7 e 10 °C;
  • acqua: poca, lasciando asciugare il terriccio tra un’annaffiatura e l’altra;
  • umidità: niente ristagni e soprattutto niente ambienti chiusi e poco ventilati; nei mesi freddi l’eccesso di umidità può favorire muffe e marciumi;
  • potatura: prima del riposo si possono accorciare i rami, soprattutto quando la pianta è diventata troppo grande;
  • talee: a fine estate si possono prelevare giovani porzioni di ramo e farle radicare, ottenendo nuove piante da conservare durante l’inverno.