Il costo invisibile dei consumi italiani: 600mila ettari di bosco a rischio in 19 anni

Secondo un report di Università di Padova ed Etifor, l’Italia è il terzo stato dell’Unione Europea per deforestazione associata a quello che acquistiamo, più o meno consapevolmente, tutti i giorni

 

Nel parlare di deforestazione il pensiero corre subito al dramma della foresta amazzonica, il polmone verde del pianeta terra con i suoi sei milioni di chilometri quadrati che garantiscono la termoregolazione del clima. In molti meno casi, invece, la riflessione si sofferma su quelle che sono le cause stesse della deforestazione, che molto spesso possono essere individuate proprio nei nostri consumi. Ma, nei giorni scorsi, l’Università di Padova in collaborazione con Etifor ha pubblicato la seconda edizione del report Deforestation Made in Italy, un’indagine poco meno che ventennale dei consumi italiani e dell’impatto di sette filiere produttive proprio sul disboscamento indotto nelle principali zone boscose del mondo, la cosiddetta “deforestazione incorporata”.

Ammonterebbe a 594.245 ettari, secondo lo studio, il rischio di deforestazione associato ai consumi italiani tra il 2005 e il 2023 in relazione a sette tra materie prime e prodotti trasformati che, ogni giorno, acquistiamo e consumiamo più o meno consapevolmente.  In diciannove anni, per produrre le quantità richieste di olio di palma, bovini, soia, legno, cacao, caffè e gomma naturale richiesti dalla popolazione, sarebbe stata deforestata, quindi danneggiata permanentemente, un’area equivalente al 5% della superficie forestale italiana, pari all’intera provincia di Roma. Un valore che si inserisce in un quadro altrettanto drammatico, cioè quello relativo alla perdita di ben mezzo miliardo di ettari di superficie forestale nel mondo dal 1990 ad oggi, poco più del 10% del totale. 

I prodotti più impattanti sui polmoni verdi

Ad impattare maggiormente sulle zone boschive di Indonesia e Amazzonia brasiliana, individuate dallo studio come le due aree verdi maggiormente prese d’assalto dalle abitudini di consumo italiane, sarebbero soprattutto olio di palma e prodotti bovini, tra pelli e carne, che da soli contribuirebbero per il 50% circa al rischio di deforestazione incorporato nei prodotti che ogni giorno compriamo e mangiamo. La presenza dei prodotti derivanti dai bovini in questo elenco, però, non deve sorprendere. Con deforestazione, infatti, non si intende il “semplice” disboscamento, cioè il solo abbattimento di alberi, ma la definitiva “conversione delle foreste in altre forme d’uso del suolo tra aree agricole, pascoli, aree urbane, miniere” o altre forme di sfruttamento che danneggiano irreparabilmente il suolo. 

L’impatto medio annuo della conversione, in particolar modo, di terreni forestali ad uso pastorale, così come dell’abbattimento di alberi per la produzione di olio di palma, un fenomeno che si concentra nella sola Indonesia per l’85,2% del rischio associato al prodotto, risulta così di “circa 31.300 ettari, due volte l’estensione di Milano e 13 mila volte la superficie del Colosseo”, affermano nello studio. Il consumo medio indotto dal singolo cittadino italiano, dunque, si attesterebbe attorno ai 100 metri quadri a persona nel periodo considerato, che hanno complessivamente comportato un impatto di 9,45 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno immesse in atmosfera che costituiscono circa il 2,5% delle emissioni nazionali.

Il peso delle filiere internazionali e del Made in Italy

Mentre olio di palma e bovini rappresentano oltre la metà del rischio complessivo, il restante 48% è distribuito invece lungo altre cinque filiere, anch’esse coinvolte mercati globali che si sviluppano in decine di paesi. La soia pesa per il 15,4% del totale, seguita da legno e prodotti legnosi provenienti da piantagioni (13,1%), cacao (12,2%), caffè (5%) e gomma naturale (2,5%). Il 76% della deforestazione associata ai consumi italiani si concentra in appena sei Paesi e oltre il 90% in quattordici. Dopo Indonesia e Brasile, infatti, emergono Costa d’Avorio, Argentina, Cina, Malesia e Paraguay, a testimonianza di quanto il fenomeno sia in realtà esteso contemporaneamente in Sud America, Africa e Sud-est asiatico.

Tra gli aspetti più interessanti messi in luce dallo studio c’è soprattutto il peso delle filiere, talvolta anche del Made in Italy, considerate meno problematiche nell’immaginario collettivo. Il legno e i prodotti derivati, infatti, rappresentano da soli oltre il 13% del rischio complessivo, mentre il cacao contribuisce per più del 12%. Anche il caffè, simbolo culturale e bene di consumo quotidiano, mostra una filiera particolarmente diffusa dal punto di vista geografico che diffonde il rischio di deforestazione associato a circa cinquanta Paesi produttori, coinvolgendo soprattutto Costa d’Avorio, Vietnam, Brasile e Honduras. 

La diminuzione del tasso annuo di deforestazione non basta

Nonostante il quadro rimanga preoccupante, il rapporto evidenzia anche alcuni numeri e segnali che possono essere considerati incoraggianti. Rispetto al 2005, il rischio di deforestazione associato ai consumi italiani è diminuito di circa il 60%, passando da oltre 51 mila ettari annui a poco più di 20 mila. Un miglioramento che gli autori attribuiscono a una maggiore efficienza delle filiere, ad un’evoluzione costante dei mercati internazionali e soprattutto a una crescente attenzione una crescente sostenibilità delle catene di approvvigionamento. Un calo che, tuttavia, non basta a ridurre le responsabilità dell'Italia, che continua a collocarsi al ventesimo posto al mondo e al terzo nell'Unione Europea per rischio di deforestazione incorporata nei consumi. 

Una virata decisa, ad ogni modo, dovrebbe avverarsi con l’entrata in vigore del Regolamento europeo sui prodotti a deforestazione zero (EUDR), approvato dall'Unione Europea per impedire l’ingresso sul mercato comunitario di merci che portano con sé un’eredità produttiva legata proprio alla deforestazione. Le sette filiere analizzate nello studio, infatti, rientrano tra quelle disciplinate in uno degli allegati della futura normativa, e la piena applicazione dell'EUDR rappresenterebbe uno degli strumenti più importanti per ridurre l'impronta nascosta dei consumi europei sugli ecosistemi forestali del pianeta, affermano i ricercatori. L’attuazione del regolamento, già entrato in vigore nel giugno 2023 ma non ancora applicato, è già slittata due volte a causa delle pressioni di numerosi governi ed è attualmente prevista per dicembre 2026.