Non lasciatevi ammaliare: i fiori tossici, affascinanti e pericolosi

I fiori colorati spiccano tra le meraviglie della montagna, ma alcuni di loro nascondono dei pericoli, anche mortali. Andiamo a scoprire alcune di queste piante, per capire come riconoscerle e soprattutto per imparare a evitare le peggiori conseguenze

I pascoli e i prati di montagna ci sanno spesso regalare delle emozioni, punteggiati quai sono, nella stagione estiva, da un dedalo di fioriture in grado di raccogliere nelle loro strutture vitali tutti i colori messi loro a disposizione dalla chimica e dalla fisica. Proprio la chimica, però, gioca talvolta degli scherzi poco piacevoli, fornendo loro delle sostanze che le possono rendere tossiche e urticanti sia per noi umani che per gli altri animali selvatici e domestici.

L’aconito, il primo in classifica

La pianta più velenosa, fra quelle rinvenibili in montagna, è paradossalmente una delle più comuni e pure delle più attraenti, visto l’aspetto curioso e la vivace colorazione delle fioriture che esibisce. Stiamo parlando dell’aconito (Aconitum napellus), alto anche fino a 2 m e riconoscibile per i fiori che ricordano un elmo blu-violaceo. È considerata la pianta più tossica di Alpi e Appennini per via dell’aconitina, molecola presente in tutte le sue parti e ritenuta il secondo veleno vegetale più attivo al mondo. In realtà le sostanze pericolose sono anche altre, molto concentrate nell’apparato radicale, e in grado di colpire il cuore e il sistema nervoso. La dose letale si assesta sui 3-6 milligrammi, ma non esistendo una “quantità sicura” anche il semplice contatto può provocare seri danni quali formicolio al viso, bruciore alla bocca, diarrea, abbassamento della temperatura corporea. Si può arrivare alla paralisi e all’arresto cardiaco.

Aconito napello © Denis Perilli

 

Il panace di Mantegazza, un vero pericolo

Sulle nostre montagne esiste una pianta che, per certi versi, è ancora più pericolosa dell’aconito, in grado di provocare, al tatto, estese lesioni con bolle che possono lasciare cicatrici permanenti. Non di rado, dopo averla toccata, è necessario il trasferimento in strutture ospedaliere. È pericolosa anche per gli occhi, in quanto la sua linfa può provocare una cecità assoluta. Le tossine che generano tutti questi disturbi sono le furanocumarine, che riescono a penetrare nelle cellule epidermiche per legarsi al loro DNA nucleare e provocarne la morte.

Il panace di Mantegazza (Heracleum mantegazzianum), il vegetale di cui stiamo parlando, è stato importato in Europa alla fine del XiX secolo dal Caucaso come pianta ornamentale. Una volta inselvatichito si è rivelato una vera e propria piaga, tanto che ancor oggi sono necessari piani di estirpazione. È un’Ombrellifera e assomiglia a tante altre specie autoctone (come le carote selvatiche e altre Heracleum), presenta però alcune caratteristiche che la rendono inconfondibile. In primis le dimensioni, è infatti una pianta molto grande e robusta, con un fusto simile a quello di un carciofo, pieno di irti peli e con delle striature rosso scuro. L’ombrella delle infiorescenze è decisamente più larga di tutte le altre consimili. Le foglie che, a differenza di specie affini, sono verde brillante (quasi giallo) con profonde lobature. Ci sono infine i frutti ovoidali, che rimangono attaccati fino ad appassire.

È una pianta dannosa per la biodiversità, in quanto, dove si insedia, crea dense popolazioni che diffondono ombra e disturbo per le altre specie autoctone.

In Italia la troviamo in Valle d’Aosta, in Piemonte, nella Liguria occidentale, nella Lombardia settentrionale e, secondo altre fonti, anche nelle altre tre regioni alpine più orientali.

 

Il panace di Mantegazza © Pixabay

Alcune altre specie tossiche

Oltre ai già citati aconito e panace di Mantegazza, le nostre montagne ospitano numerose altre specie di piante che, con vario livello di pericolosità presentano della tossicità.

La prima fra tutte è la vulparia (Aconitum lycoctonum), affine all’aconito ma con fiori di colore giallo pallido che si alza anche alla quota dei ghiaioni e degli ambienti esterni al bosco.

Più celebre, almeno per le leggende e le dicerie che la accompagnano da secoli, è la belladonna (Atropa belladonna), che ha dei piccoli fiori di color porpora e a forma di campanula. Produce delle piccole bacche scure che non devono mai essere confuse con i mirtilli. La pianta, che cresce nei boschi ombrosi, contiene degli alcaloidi che, se ingeriti, provocano allucinazioni e paralisi.

Più appariscente è sicuramente la digitale, presente sulle Alpi con tre specie: digitale gialla piccola (Digitalis lutea), digitale a fiori grandi (Digitalis grandiflora) e digitale purpurea (Digitalis purpurea), quest’ultima naturalizzata. È riconoscibile per i lunghi steli che portano numerosi fiori a forma di campanella. I suoi principi attivi sono usati in medicina da secoli, ma se ingeriti fuori controllo alterano in modo grave il ritmo cardiaco.

Digitale purpurea © Pixabay

Una pianta che, negli ultimi anni, ha creato qualche problema è il colchico autunnale (Colchicum autumnale), che colora con i suoi bellissimi fiori bianchi e viola i prati e i pascoli montani in autunno. Qualcuno è riuscito a scambiarlo per lo zafferano (pianta coltivata), a cui assomiglia molto, la differenza sta nella presenza della colchicina, molecola letale che provoca collasso circolatorio e blocco respiratorio.

Ci sono poi gli insospettabili! I bellissimi fiori gialli delle varie specie di ranuncoli (genere Ranunculus) non vengono mai foraggiati dal bestiame, perché? Perché queste piante contengono la ranuncolina che a contatto con l’aria (quando la pianta viene spezzata) si trasforma in protoanemonina, rendendo la linfa irritante per la pelle (anche per noi umani).

C’è poi un piccolo arbusto poco appariscente che potrebbe però attirare l’attenzione per le sue infiorescenze profumate e rosa che stanno alla fine di uno stelo alto anche 70 cm: il fior di stecco (Daphne mezereum). Manco a dirlo, pure questo è molto tossico, portatore della mezerina, sostanza che può creare vesciche e arrossamenti al solo tocco.

E se il pericolo stesse in alto? I fiori degli alberi non sono immuni da tossicità e a spiegarcelo bene è il comune maggiociondolo (genere Laburnum), albero dalle splendide infiorescenze pendule gialle. Qualcuno, sempre negli ultimi anni, ha pensato bene di friggerli in pastella come si fa con i fiori di acacia. Il problema sta però nella presenza di citisina, un alcaloide neurotossico che nei casi più gravi provoca convulsioni e paralisi respiratoria.

C’è poi chi genera confusione! Le radici e alcune altre parti della genziana maggiore (Gentiana lutea) vengono raccolte per uso erboristico e liquoristico, anche se solo previe autorizzazioni (la pianta è protetta!). Prima di fiorire presenta delle foglie facilmente confondibili con quelle del veratro (Veratrum album), quella pianta assai velenosa che anche le vacche al pascolo evitano con accuratezza.

Veratro o genziana maggiore? © Denis Perilli

In realtà i fiori che contengono sostanze tossiche sono svariati e talvolta piuttosto appariscenti, la lista potrebbe iniziare dal giglio martagone e dagli anemoni per allungarsi fino all'elleboro verde e alle euforbie e proseguire a dismisura con molti altri “insospettabili”.

 

Quali comportamenti tenere

Il vero problema è che difficilmente riusciamo ad associare mentalmente la bellezza di un fiore a un pericolo concreto e proprio questo “bug” ci può portare a commettere errori fatali. Il consiglio che si può dare alla fine è pure banale ma fondamentale: non toccare mai un fiore se non si è certi che sia innocuo. Ovviamente ci aggiungiamo il non mangiarlo, cosa che potrebbe sembrare ridicola se il confondere un qualcosa di commestibile con qualcos’altro di mortale non fosse cosa che può succedere e succede spesso (vedi lo zafferano e il colchico autunnale). Esistono insomma i “falsi amici”. 

Particolare attenzione va data se abbiamo con noi bambini o animali domestici che, ignari del pericoloso, possono toccare o ingerire accidentalmente parti vegetali velenose.

Fondamentale è anche il capire, nel momento in cui si sta male, che può essere stato il contatto con un fiore (chissà quale poi) a creare il disagio. Questo si ripercuote anche nel momento in cui ci sia bisogno del personale sanitario, non sempre è facile ricostruire l’accaduto e soprattutto farlo in tempo utile, prima che le tossine creino danni irreparabili. L’ideale sarebbe saper indicare con certezza o avere dei campioni della pianta in questione (attenzione però a non toccarla ulteriormente!).

Due parole da portare sempre con noi in montagna: attenzione e buonsenso.