Prima libera italiana della 'Voie Petit' per Marco Sappa

L'alpinista valdostano ha ripetuto la via al Grand Capucin tracciata dallo scalatore francese nel 1997, con difficoltà fino all'8b. "Per me è una delle cose più belle che ho fatto nella mia vita da scalatore"

 

Marco Sappa è un alpinista che sentiamo con una certa regolarità: il suo approccio all'arrampicata predilige itinerari particolari, non sempre tra i più ripetuti, spesso con una storia poco conosciuta al grande pubblico, o che vanno semplicemente al di là della moda del momento. Alla dittatura del grado Marco preferisce un viaggio dentro stili di scalata che richiedono altissima specializzazione e una dedizione quasi maniacale. 

 

Pubblichiamo perciò molto volentieri questo suo scritto, che racconta la prima ripetizione italiana della Voie Petit (450 metri, 8b max) al Grand Capucin (3.838 metri): è una via aperta ormai 30 anni fa da Arnaud Petit e Stephanie Bodet - anche se sembra impossibile che sia trascorso così tanto tempo- e liberata solo 8 anni dopo da uno specialista di "missioni impossibili" di quella epoca, Alexander Huber. La via è stata tra l'altro percorsa in libera, stile ground up, nel 2010 proprio dallo stresso Petit.

 

La Voie Petit corre sulla parete est del Grand Capucin passando a sinistra della mitica via Bonatti, aperta con Luciano Ghigo nel 1951, un itinerario che rappresentò in assoluto la prima salita del Grand Capucin.

Il sogno fuori dal cassetto

di Marco Sappa


Ci sono progetti che tieni in un angolo della mente per anni. Guardi quella linea ogni volta che ti trovi nel bacino del Glacier du Géant per lavoro o per piacere, ma aspetti il momento giusto. Senti il bisogno di maturare, di mettere chilometri di fessure nelle dita e - soprattutto- di trovare quella freddezza psicologica necessaria per decifrare un labirinto di granito a quasi 4.000 metri di quota.

Per me, la Voie Petit sul Grand Capucin (8b max, 450 metri) era esattamente questo: il sogno supremo, verticale, situato proprio nel giardino di casa mia. Qualche settimana fa (il 3 luglio), quel sogno si è trasformato in realtà, regalandomi una grande soddisfazione: realizzare la prima ripetizione italiana in libera.

 

Il Grand Capucin non ha bisogno di presentazioni per chi vive di verticalità. È un monolito di granito rosso impressionante, severo, magnetico. Su questa struttura, nel 1997, Arnaud Petit e Stéphanie Bodet hanno tracciato una linea visionaria, liberata poi nel 2005 da Alexander Huber con difficoltà che toccano l’8b in altissima quota. Scalare a questa altitudine cambia radicalmente le regole del gioco. È un’arrampicata complessa, fatta di aderenza, micro-fessure e precisione, e dove spesso l'ultima protezione è lontana.

 

“Per me, la Voie Petit sul Grand Capucin era il sogno supremo, verticale, situato proprio nel giardino di casa mia”. Marco Sappa

Due giorni e una notte sospesa

La salita ha richiesto due giornate incredibili e una notte sospesa in parete. L'intesa con Andrea Venturin, il mio compagno di cordata, è stata fondamentale: la sua presenza mi ha trasmesso calma e serenità, dandomi le giuste energie mentali per affrontare e scalare una via di questa portata. Spesso si tende a idealizzare la vita dell’atleta professionista, immaginandola come una sequenza infinita di giornate dedicate esclusivamente all'allenamento e ai propri progetti sulla roccia. La mia realtà quotidiana ha sfumature diverse.

 

Il mio focus principale rimane saldamente ancorato alla mia attività di atleta e ai miei progetti personali, ma a questa dimensione affianco e faccio convivere la mia professione di guida alpina per la società guide di Courmayeur, un ruolo che richiede una concentrazione e un'alta responsabilità quotidiana nell'accompagnare le persone. Anche se fare la guida è un mestiere decisamente faticoso a livello mentale, in questo equilibrio riesco sempre a tenermi strette le energie necessarie per affrontare i miei limiti e dedicarmi ai miei progetti personali.

 

A questo si aggiunge la dimensione per me più importante: quella di padre di due figli. Gestire i ritmi di una famiglia, essere presente per i propri bambini e parallelamente mantenere il livello fisico e mentale necessario per liberare tiri di 8b a 4.000 metri richiede una pianificazione rigorosa. Non si tratta di fare sacrifici estremi o di dipingere una vita di privazioni, ma di saper ottimizzare ogni singola ora. La mia famiglia non è mai stata un freno per la mia attività di atleta, bensì il mio baricentro. Sapere di poter tornare a valle e ritrovare la mia quotidianità mi dà una serenità psicologica fondamentale quando mi trovo appeso a un micro friend o su un passo di aderenza precario.

La prima ripetizione italiana

Arrivare in cima al Grand Capucin è sempre una grande emozione; farlo per la Voie Petit è stata un'emozione indescrivibile, che mi ha lasciato addosso un profondo senso di felicità. Firmare la prima ripetizione italiana in libera su una linea così iconica, proprio nel massiccio di casa, è per me una delle cose più belle che ho fatto nella mia vita da scalatore, e per questo sono davvero molto contento.

 

Un ringraziamento speciale e fraterno va ad Andrea Venturin: senza la sua determinazione, la sua amicizia e la perfetta sinergia della nostra cordata in parete, questa salita non sarebbe stata la stessa cosa. Grazie anche ai miei sponsor per il supporto fondamentale in questa bellissima avventura.