Gran Zebrù, il racconto di una prima salita tra realtà e fantasia

Nel 1854, Stephan Steinberger dichiarò di essere riuscito a compiere l'ascesa della difficile vetta sul confine tra Lombardia e Alto Adige. Ma la sua storia presentava troppe lacune e solo il 3 agosto 1864 la cima fu conquistata, da Tuckett e dai fratelli Buxton

 

L’alpinismo è arrivato sulle Alpi centrali verso la metà dell’Ottocento. L’apparizione più eclatante, e anche più discussa, è stata quella di Stephan Steinberger, un seminarista bavarese che aveva contratto molto precocemente il fuoco delle vette e s’era messo in testa di salire il Gran Zebrù, 3857 metri, la cima più bella e slanciata del massiccio dell’Ortles-Cevedale, che all’epoca era considerata una scalata quasi impossibile per la migliore cordata e dunque rappresentava la follia per un ragazzo solitario.

Un racconto sfuocato

Il 26 agosto 1854, ancora accecato dall’oftalmia contratta sulle nevi, Steinberger giurò a un doganiere dello Stelvio di essere arrivato in vetta due giorni prima, con il solo aiuto di un bastone ferrato e di rudimentali grappette sotto le scarpe per non scivolare. Salito di notte verso la Vedretta Piana e il Madatsch, bordeggiata la costa tra la Cima di Campo e la Punta Thurwieser, superato con gran rischio il crepaccio terminale, all’alba del 24 aveva raggiunto il colle delle Pale Rosse salendo il canalone. Il Gran Zebrù era lì, sembrava a portata, ma poi il racconto della salita si complicava e il ragazzo si confondeva, anche se era certo di essere arrivato in vetta e di essere tornato allo Stelvio nella notte seguente, diciotto ore dopo la partenza, quasi cieco per il riverbero: “Lo splendore della neve aveva raggiunto il massimo di lucentezza e i ghiacciai intorno brillavano come scrigni di puro cristallo. La luce cominciò a farmi bruciare tremendamente gli occhi e tremolare la vista, prima leggermente e poi sempre di più, tanto da offuscare il paesaggio in una bianca coltre di nebbia. Scomparve alla mia vista anche il sottostante precipizio e rimasi lì, sospeso tra la vita e la morte, nel mezzo dell’immensa landa ghiacciata…”.

"Scomparve alla mia vista anche il sottostante precipizio e rimasi lì, sospeso tra la vita e la morte, nel mezzo dell’immensa landa ghiacciata…”. Stephan Steinberger

Di sicuro Stephan tornò allo Stelvio e poi a casa sua, e per certificare il racconto dell’ascensione pubblicò su un giornale cattolico una dettagliata descrizione dal titolo Über
das Stilfser Joch auf den Zebru oder die Königsspitze (Dal Passo dello Stelvio allo Zebrù o Königsspitze), firmandosi con lo pseudonimo di Traunius. Quando si scoprì chi fosse l’autore dell’articolo nacque una piccola querelle. Aveva scritto il vero? S’era confuso in buona fede? La questione aveva il suo valore, perché se Steinberger fosse riuscito davvero nella scalata si sarebbe trattato di una delle maggiori imprese dell’alpinismo pionieristico. Ma c’erano dei punti interrogativi: il canalone era troppo ripido per i suoi mezzi e la descrizione troppo fantasiosa. 

La storia segue un altro corso

I più gentili conclusero che avesse confuso il Gran Zebrù con una cima vicina e la storia ufficiale dell’alpinismo, di fatto, assegnò la prima ascensione a Francis Fox Tuckett e ai fratelli Buxton con le guide svizzere Christian e Franz Biner, che salirono il 3 agosto 1864, dieci anni dopo il seminarista che nel frattempo era diventato sacerdote e si era dedicato ad altre missioni.