Prospettiva del Grand couloir visto dall'Aiguille de Gouter verso il ghiacciaio del Tete Rousse, dove è avvenuta la frana che ha portato alle restrizioni © Anthospace, wikicommons
Il rifugio del Goûter, a 3.815 metri, può ospitare fino a 120 alpinisti. © Coronium, wikicommons
Il Tête Rousse, a 3.165 metri, è l'altro rifugio interessato dal provvedimento di Peillex
Panoramica del Rifugio Marco e Rosa, al centro della foto © Gaggi Luca 76, wikicommons
Bianco Lenatti, rifugio Marco e Rosa © Bianco Lenatti
Cascate d'acqua sul versante svizzero del Cervino, immortalate da Harry Lauber. Una foto diventata virale (giugno 2026) © Harry Lauber / Facebook
Non è stato un inizio di settimana usuale per il primo cittadino di Saint-Gervais-les-Bains, balzato agli onori delle cronache per la decisione di negare l’utilizzo dell’elisoccorso a 32 alpinisti bloccati al rifugio Goûter, che chiedevano di essere riportati a valle. Proprio secondo Jean-Marc Peillex, il sindaco che ha preso questa decisione di comune accordo con il comandante del Pghm, il Plotone di gendarmeria d’alta montagna, non sussisteva infatti alcuna condizione di pericolo quando è stato richiesto l’intervento dei soccorsi. L’ascesa al Monte Bianco per la via normale francese, che inizia proprio dal comune di cui Peillex è sindaco, era stata sconsigliata nei giorni precedenti dalle guide di Saint-Gervais, Chamonix e Courmayeur, che segnalavano le scariche di sassi provocate dal caldo record delle ultime settimane e dal conseguente scioglimento del permafrost in alta quota. A partire dalle 14.00 dell’11 agosto, per questo motivo, lo stesso Peillex aveva ordinato la chiusura dei rifugi Tête Rousse, a 3.165 metri, e Goûter, a 3.815 metri, per scoraggiare l’avvento di ulteriori alpinisti in quota.
L’ordinanza era entrata in vigore proprio mentre i 32 erano giunti al Goûter in un contesto decisamente poco ospitale, da giorni contornato dalle continue scariche di sassi dovute allo scioglimento del permafrost in quota. Ma, alla richiesta di soccorso trasmessa a valle dai rifugisti, il primo cittadino e il Pghm hanno risposto con un secco rifiuto: “Questa mattina (cioè la mattina del 12 agosto, ndr.), essendo le condizioni di attraversamento del couloir del Goûter tornate a ‘condizioni calme’, nulla impediva loro di intraprendere la discesa. Avevano consapevolmente rifiutato di ascoltare i messaggi delle compagnie delle guide di Saint-Gervais, Chamonix e Courmayeur e dell'ufficio di Alta montagna, che raccomandavano di non effettuare più l'ascensione o di tenere conto della realtà delle scariche di sassi”, ha scritto Peillex in un comunicato.
Non un semplice rientro in elicottero
Su un totale di 37 tra alpinisti e guide bloccati al rifugio, alcuni dei quali hanno accusato il sindaco di averli messi in una condizione di pericolo negando loro l’elisoccorso, ben 32 si sono affidati a una compagnia privata di eliservizi per tornare a valle, pagando circa 95€ a testa. Altri cinque, invece, hanno deciso di intraprendere il percorso a ritroso, tornando a valle a piedi. Nonostante l’esito positivo della vicenda, gli interrogativi che ne emergono vanno ben oltre le modalità con cui il gruppo di alpinisti è rientrato a valle. Il solo sorvolo del massiccio del Monte Bianco da parte di una compagnia privata di elicotteri, inoltre, è un’eccezione rispetto alla normalità, dal momento in cui le attività di svago in elicottero come l’eliski o il semplice trasporto di persone in quota sono vietate sul massiccio.
I sorvoli in questione, infatti, sono stati espressamente autorizzati dal sindaco. Una decisione presa per risolvere una controversia che rischiava di monopolizzare il dibattito pubblico trascendendo il vero senso del mancato impiego dell’elisoccorso. Secondo il primo cittadino, infatti, gli alpinisti coinvolti hanno richiesto aiuto in condizioni di sicurezza, oltre a non aver individuato le condizioni opportune per il rientro a valle dopo aver ignorato i consigli delle guide. A ogni modo, si è trattato di un caso più unico che raro. Il primo cittadino, infatti, ha espressamente dichiarato che questa autorizzazione speciale “non verrà concessa di nuovo”, oltre ad auspicare che questo caso possa “fare giurisprudenza, contribuendo a riscrivere le leggi che disciplinano il soccorso in alta montagna”. Dietro la vicenda mediatica, però, resta un dato ben più ampio. Le chiusure di rifugi e vie normali che si sono susseguite quest'estate sulle Alpi non sono più episodi isolati, ma conseguenze dirette di una stagione di caldo record.
La montagna che cambia, anche a 3mila metri
Lo scioglimento del permafrost e delle nevi perenni in alta quota, infatti, sta destabilizzando canaloni e pareti fino a pochi anni fa considerati relativamente sicuri, moltiplicando le situazioni di pericolo lungo le vie di ascesa. Non è un caso che la stessa sorte del Tête Rousse e del Goûter sia capitata, nei giorni scorsi, anche al rifugio Marco e Rosa, situato in Val Malenco a 3609 metri di quota e tappa fondamentale per l’ascesa al Bernina. Nei primi giorni di agosto il rifugista Bianco Lenatti aveva dichiarato: "È la prima volta nella storia che succede una cosa del genere. Sopra le condizioni sono belle, ma sotto i 3.000 metri sono disastrose per il caldo. Anche le guide si stanno rifiutando di accompagnare i clienti sulle vie interessate dalle attuali condizioni”.
Attorno ai primi del mese di agosto, infatti, le vie provenienti dal versante svizzero sono state chiuse, mentre la via italiana è stata colpita da una frana sotto i 3mila metri che l’ha resa inagibile. E domenica 16 agosto, anche Lenatti è stato costretto a lasciare il rifugio dopo la chiusura agli alpinisti di pochi giorni fa. La causa è sempre la stessa, sul Bernina come su altre vette alpine, cioè lo scioglimento del permafrost e l’arretramento dei ghiacciai. Con il ritritarsi di queste superfici, infatti, le rocce intrappolate al loro interno vengono liberate e corrono verso valle, provocando frane anche di grandi dimensioni. Un cambiamento che sta attraversando trasversalmente le Alpi, rendendo impraticabili vie considerate sicure e canoniche fino alla scorsa estate. O semplicemente amplificando un fenomeno che c'è sempre stato, ma su scala diversa.
La discussa “non chiusura” del Cervino
Nelle scorse settimane, anche la Valle d’Aosta era stata attraversata dalle chiusure di vie d’accesso storiche alla vetta del Cervino. Un caso che, essendo il primo di questa estate in ordine temporale, aveva scatenato un grande clamore mediatico. Si era infatti diffusa la notizia secondo la quale era l'intera montagna a essere ufficialmente “chiusa”. Un accaduto accentuato oltretutto dalle immagini delle impetuose cascate d’acqua che fluivano dal versante svizzero della montagna già a fine giugno di quest’anno. Come già emerso nei giorni successivi, però, si trattava in realtà di un'imprecisione diffusa dai titoli più allarmistici.
Il Cervino, infatti, non è mai stato "chiuso" nel senso istituzionale del termine, e non sono mai stati emanati provvedimenti equiparabili a quello adottato da Peillex a Saint-Gervais. Ad agire sul versante svizzero della montagna attorni sono state le società di guide alpine, con Zermatters e l’Associazione svizzera delle guide alpine che a metà luglio hanno smesso di proporre ascensioni commerciali dopo la morte di due alpinisti sulla cresta dell'Hörnli.
Sul versante italiano, invece, la Società Guide del Cervino ha temporaneamente sospeso gli accompagnamenti alla Gran Becca attorno ai primi di agosto a causa di temporali intensi e frane. Due decisioni legate, in ogni caso, a giudizi di responsabilità dovuti alla mancanza delle opportune condizioni di salita su entrambi i versanti della montagna, anche se in momenti diversi.
Il nostro rapporto con la montagna deve cambiare?
Ma tra i due rifugi sul Monte Bianco chiusi per ordinanza, così come per il Marco e Rosa sul Bernina e per le guide che sul versante svizzero del Cervino rinunciano ad accompagnare i clienti, il filo conduttore è sempre lo stesso. Le montagne risentono più di altri luoghi del cambiamento climatico e di condizioni anomale non in senso stretto, ma nel modo di proporsi, nell'estremizzazione dei fenomeni. Sarebbe riduttivo dire che si tratta di episodi isolati, legati alle condizioni meteo di una singola stagione. Sono, al contrario, parte di un cambiamento profondo, prodotto talvolta dallo scioglimento del permafrost e in altri casi all'innalzamento stabile dello zero termico in quota.
Resta, allora, la domanda da cui siamo partiti. Se diversi itinerari possono proporre condizioni mai viste, è ancora sensato affrontarle con gli stessi criteri di sempre? O il nostro rapporto con la montagna, cioè i tempi, le finestre di sicurezza, la fiducia nella propria e altrui esperienza, deve essere in parte ripensato o per lo meno affrontato con maggiore attenzione, soprattutto alla voce di chi in montagna lavora da sempre?