Verso il Bec du Corbeau © Stefano Ardito
Chamonix, piazza Balmat © Stefano Ardito
Il ghiacciaio dei Bossons dal sentiero © Stefano Ardito
Il Bec du Corbeau e l'Aiguille du Goûter © Stefano Ardito
Il Monte Bianco dal Brévent © Stefano Ardito
La statua di Balmat e de Saussure © Stefano Ardito
Lo Chalet des Pyramides e Chamonix © Stefano Ardito
La statua di Paccard © Stefano Ardito
Alla storia dell’alpinismo, nel mondo, sono dedicate poche statue. La più famosa è a Chamonix, a pochi metri dalle acque impetuose dell’Arve, il fiume alimentato dai ghiacciai del Monte Bianco. Mostra due uomini che guardano verso la vetta, è stata realizzata e installata nel 1887, ogni giorno la fotografano centinaia (o migliaia) di persone. È una celebrazione, ma contiene una clamorosa bugia.
Ricapitoliamo la storia. La prima ascensione ai 4.810 metri del Bianco, 4.807 per le mappe francesi, viene compiuta l’8 agosto 1786, da due uomini di Chamonix. Jacques Balmat, guida e cercatore di cristalli, e Michel-Gabriel Paccard, studente di medicina a Torino, arrivano in vetta alle 18.23, quando la luce del giorno inizia a lasciare il posto al crepuscolo. Secondo il barone tedesco Adolf von Gersdorf, che li osserva con un cannocchiale, i due salgono allo stesso passo, e nell’ultimo tratto seguono itinerari diversi, come se impegnati in una gara. Il loro è un exploit straordinario, perché Paccard e Balmat non hanno corde, piccozze o ramponi, ma solo scarpe chiodate e dei lunghi alpenstock, bastoni con la punta ferrata.
Un richiamo per turisti
È un exploit che cambia la storia delle Alpi perché, nei decenni successivi, un numero crescente di viaggiatori (prima britannici, poi anche del resto del mondo)
trasformerà l’ascensione in una frequentata variante del Grand Tour. Grazie a Balmat e Paccard, e a chi li ha incitati a salire, aumenteranno le guide, i portatori, gli
alberghi. E nascerà il turismo alpino, destinato a trasformare le montagne.
A spingere a tentare Jacques Balmat, Michel-Gabriel Paccard e altri chamoniards, sudditi fino al 1860 del Regno di Sardegna, è stato un ricco scienziato di Ginevra,
Horace-Bénédict de Saussure, che ha promesso “una assai considerevole ricompensa” a chi troverà una via per la cima, e che nel 1787 ripete l’impresa insieme a 18 guide e al suo domestico.
Luci e ombre
Prima dell’ascensione vittoriosa, sia Paccard sia Balmat tentano più volte di salire. Poi s’incontrano, mettendo insieme la loro esperienza e la loro abilità in montagna. Il 9 agosto 1786, quando tornano a Chamonix senza altri danni che dei principi di oftalmia causati dalle lunghe ore sulla neve, vengono entrambi portati in trionfo. Poi però il solo Balmat va a trovare de Saussure a Ginevra, e intasca il premio.
Negli anni che seguono, il fossato tra i protagonisti si allarga. Il primo a scrivere di un Paccard “senza fiato, stanco e spaventato” è Marc-Théodore Bourrit, un
ginevrino che ha tentato più volte l’ascensione. Paccard reagisce, e fa firmare alla guida una smentita. Ma non basta.
Ben 44 anni dopo, nel 1830, Alexandre Dumas padre, celebre autore dei Tre moschettieri e del Conte di Montecristo, intervista l’ormai anziano Balmat presentandolo come l’unico protagonista dell’impresa. Paccard, che è scomparso da tre anni, non può opporsi. La statua del 1887, che mostra il solo Jacques che indica la via della cima a de Saussure, nasce da questo racconto sbagliato.
La statua “riparatrice”
Solo un secolo dopo, nel 1986, dopo che lo storico Philippe Joutard ha pubblicato L’invention du Mont-Blanc, le autorità di Chamonix colmano finalmente la lacuna, installando, accanto all’altra, anche una statua di Paccard. Nell’opera, però, il dottore, sembra ancora arrabbiato.
Chamonix, la “capitale mondiale dell’alpinismo e dello sci”, non offre molti elementi per approfondire la storia della prima ascensione. Il Musée Alpin, ristrutturato da poco, si concentra sull’esplorazione tra Otto e Novecento.
Chi ama la storia, nei negozi, trova i libri della guida Gaston Rébuffat e le magnifiche foto in bianco e nero di Pierre Tairraz. La piazza, dedicata al solo Balmat, rende
legittimo il dubbio che Chamonix, in fondo al cuore, continui a preferire la ruvida guida al più colto Paccard, che studiava nella lontana (e oggi straniera) Torino.
Una o più escursioni nella storia
Per chi ama camminare, e vuole scoprire il Monte Bianco com’era, le mete da non perdere sono due. La prima (e più famosa) è il Brévent, una cima di 2.525 metri che offre un fantastico panorama. Una volta ci si arrivava a piedi o a dorso di mulo, oggi si sale in funivia da Chamonix.
Chi vuol seguire la via dei pionieri può farlo, anche se i 1500 metri di dislivello sono ripidi e spesso assolati.
Un’alternativa più tranquilla (390 metri di dislivello, 1.30 ore a/r) consiste nel salire con l’impianto e raggiungere il rifugio di Bellachat, 2.136 metri, per un meraviglioso sentiero affacciato da un lato sul Bianco e dall’altro sulle Aiguilles Rouges.
Una soluzione intermedia è di proseguire la discesa oltre Bellachat, superando un facile tratto attrezzato e raggiungendo il Parc animalier di Merlet e Les Houches,
tra gli escursionisti impegnati sul Tour du Mont-Blanc. Se invece si risale al Brévent, e si scende a piedi a Planpraz, 1999 metri, si ammirano le guglie dei Clochetons rese celebri dalle foto di Rébuffat, di Catherine Destivelle e di tanti altri.
Se paragonato alle folle che salgono al Brévent o al Montenvers, il sentiero dei pionieri del Monte Bianco è sconosciuto. Una seggiovia, o un’ora a piedi dalla strada, portano ai 1425 metri dello Chalet du Glacier des Bossons, che nonostante il ritiro del ghiacciaio resta un ottimo belvedere. Da qui un ripido sentiero a tornanti, sempre in vista dei seracchi dei Bossons, porta ai 1895 metri dello Chalet des Pyramides (2.30 ore a/r dallo Chalet du Glacier), con la sua deliziosa atmosfera d’altri tempi. Da qui si procede su terreno via via più ripido, affrontando tratti rocciosi, piccole frane e passaggi con vegetazione intricata.
Il percorso è frequentato da escursionisti avventurosi, dai gestori del rifugio dei Grands Mulets (che si raggiunge con un lungo tratto su ghiacciaio), da guide appassionate di storia come il grande Christophe Profit, che viene qui più volte all’anno con clienti.
Solo escursionisti di piede sicuro, a loro agio su percorsi EE, possono raggiungere il torrione del Bec du Corbeau (il “Becco del Corvo”), 2221 metri, e la grotta della Gite à Balmat ( “Capanna di Balmat”), 2530 metri, dove compare una targa e il sentiero lascia il posto al ghiacciaio. Il luogo è magnifico, dallo Chalet des Pyramides occorrono 5 o 6 ore a/r.
Qui, a parte il ritiro dei ghiacciai, il Monte Bianco sembra quello di due secoli fa.