L'evoluzione della piccozza: una storia di colpi, salti e idee geniali

Oltre 150 anni di alpinismo sono racchiusi in uno strumento che oggi è molto differente dai primi pesanti bastoni alti anche due metri. Il tutto grazie a intuizioni testate sul campo con coraggiosi esperimenti

Quanti alpinisti, oggi, partirebbero per una salita su neve e ghiaccio con un bastone di legno lungo oltre due metri, pesante e ingombrante, senza ramponi ai piedi? La risposta viene da sé. 

Eppure, per i pionieri dell’alpinismo, questi elementi erano parte essenziale dell’attrezzatura. 

Nei primi decenni dell’alpinismo, nato come attività esplorativa e progressivamente diventato anche una pratica sportiva, ogni passaggio su neve e ghiaccio richiedeva soluzioni che oggi possono sembrare rudimentali. Prima dei ramponi moderni e delle piccozze specializzate, avanzare significava soprattutto cercare appoggi, scavare gradini e capire dove il terreno potesse sostenere il peso di una persona.

Anche più di centocinquanta anni fa, le montagne, il ghiaccio e la neve presentavano le stesse difficolta contemporanee, ma a differenza di oggi, tempo in cui il mezzo giusto ridefinisce ciò che prima era inimmaginabile, prima i mezzi che c’erano, definivano e testavano per la prima volta quella percezione. 

In questa storia, un attrezzo più di ogni altro ha accompagnato il cambiamento: la piccozza. 

La sua evoluzione è il racconto di come l’esperienza maturata in montagna abbia trasformato un semplice bastone in uno strumento capace di ampliare le possibilità dell’alpinista.

Alpenstock, l’antenato

L’Alpenstock, termine tedesco per bastone alpino, pistocco o bastone in italiano, rappresenta il primo esemplare di mezzo di supporto per praticare escursionismo invernale in alta montagna. Già citato più di cinquecento anni fa, con il termine Baculus alpinus, bastone alpino, l’antenato della piccozza moderna era usato da cacciatori di montagna, viaggiatori, ma anche dai primi alpinisti per muoversi su terreni ripidi e innevati.

Lungo sino a due metri e mezzo, pesante e con una punta di ferro alla base, il pistocco, veniva sfruttato principalmente come terzo punto d’appoggio, ma anche e soprattutto per testare la capacità di reggere dei ponti di neve sopra i crepacci e verificare la profondità della neve prima di passarci sopra. La sua lunghezza permetteva quindi di anticipare il pericolo a debita distanza e, sfruttando la sua elasticità e lunghezza, anche di saltare, usato a mo’ di asta, da un lato all’altro del crepaccio. 

Alleato del bastone era anche l’accetta; strumento indispensabile per l’intaglio dei gradini nel ghiaccio, necessari per la progressione sul terreno nevoso.

Gli alpinisti che più hanno reso celebre l’Alpenstock, tra storie ed iconografie, furono i pionieri Jacques Balmat e Michel-Gabriel Pacard, che l’8 agosto del 1786 durante la prima ascensione sul Monte Bianco usarono proprio questi bastoni. Il diario di bordo di Pacard racconta dell’uso comune del bastone ma anche di uno nuovo successivamente riportato anche da Horace-Bénédict de Saussure nel Journal de l'ascension : i due, durante la discesa, per fare più in fretta e fuggire al gelo dell’altitudine, si misero a cavallo del bastone, usandolo come timone tra le gambe grattando la neve, da qui la loro famosa “discesa a raspa”o “à la ramasse”.

L’alpenstock era insomma molto più di un semplice sostegno; era uno strumento versatile, adattato alle necessità di un ambiente in cui ogni gesto doveva essere inventato o perfezionato.

Grivel ed un’idea quasi moderna

Famiglia di fabbri e maniscalchi, i Grivel, nelle fucine della fredda Courmayer di primi ‘800, erano già conosciuti per le loro forgiature in ferro. Ma è proprio tra il 1840 ed il 1860, che sommersi dalle richieste di materiali nuovi e performanti da parte delle guide alpine locali, arrivò l’intuizione. Un’idea semplice, moderna, ma purtroppo ancora ibrida. 

Partendo dal bastone e dall’accetta, decisero di spostare quest’ultima dalla cinta al bastone, unendo così la stabilità del pistocco alla necessità e praticità di avere tutto in un unico elemento. Arrivò così una punta, un becco, da un lato e dall’altro, l’invenzione: una lama. 

Il “modello boscaiolo”, ancora un bastone lungo con lama e punta innestati, purtroppo fece però i conti con la realtà del ghiaccio ed il progresso, non fu quindi immediato. La forma della testa e l’orientamento della lama condizionavano il modo in cui si potevano intagliare i gradini. Per creare un appoggio sufficientemente piano non bastava colpire il ghiaccio ma occorreva controllare la direzione del taglio e rimuovere il materiale in eccesso.  L’idea c’era e andava perfezionata ma mancava poco. La transizione tra i due strumenti era in pieno svolgimento. 

Era necessario che un inglese salisse sul Cervino e la testasse non restando del tutto convinto da quella lama.

Whymper e l’idea della “T”

Quando l’inglese Edward Whymper conquistava per la prima volta la vetta del Cervino nel luglio del 1865, tra la sua attrezzatura, c’era anche “il modello boscaiolo” dei Grivel, così come si può notare anche in una delle più famose foto che lo ritraggono.

L’alpinista inglese, anche maggiormente vicino e attento alle necessità di chi scala, perché scalatore lui stesso, aveva come obiettivo quello di rendere quell’oggetto più prestante, con una testa sempre più adatta a lavorare il ghiaccio.

Fu solamente dopo aver visto la piccozza della guida alpina svizzera Melchior Anderegg, già ruotata di 90 gradi - sull’idea base di un semplice piccone per la terra - che ebbe la sensazione di dover “copiare”, come lui stesso ammetterà, e portare avanti l’idea con disegni, schizzi e progetti. 

La lama ormai perpendicolare al resto dell’attrezzo, usata a mo’ di piccone, era perfetta per scavare il gradino che non c’era. Era nata la piccozza.

Whymper non fu l’unico protagonista di questa evoluzione, né la forma moderna nacque da un’unica intuizione. Il suo contributo testimonia piuttosto una fase in cui le esperienze delle guide alpine, le esigenze degli alpinisti e il lavoro dei fabbri cominciarono a convergere. La piccozza diventava un attrezzo progettato non soltanto per essere robusto, ma per rispondere con maggiore precisione ai gesti richiesti dalla salita. 

Nelle fucine valdostane si iniziò a battere il ferro ruotato di 90 gradi, forgiando così ciò che oggi conosciamo, la piccozza a "T", lo standard globale dell'alpinismo moderno. 

Interessanti, ancora, sono le parole spese da Whymper nella sua opera del 1871 Scrambles Amongst The Alps In The Years 1860-69, nella quale descrive con minuzia quasi ingegneristica, quello che riteneva su come dovesse essere una piccozza da alpinismo:

“È necessario che gli uomini che vanno in montagna siano armati di piccozze, e di buone piccozze. La forma è più importante di quanto si possa supporre. […] Non c'è arma migliore per scavare gradini nel ghiaccio di un comune piccone, e la forma di piccozza che viene ora solitamente impiegata dalle migliori guide è molto simile a un piccone in miniatura. La mia piccozza è copiata da quella di Melchior Anderegg. È di ferro battuto, con punta e bordo affilati. Il suo peso, compreso il manico appuntito, è di quattro libbre. Per tagliare gradini nel ghiaccio, si usa quasi esclusivamente la punta della testa; la parte a scure è utile per lucidarli, ma viene usata principalmente per tagliare nella neve dura”. Edward Whymper

Chouinard e la piccozza moderna

Per quasi un secolo, la piccozza tradizionale mantenne una struttura riconoscibile: un manico lungo, una testa con becco e paletta e una punta metallica alla base. Ma l’evoluzione dell’alpinismo stava cambiando ancora una volta le esigenze dell’attrezzatura.

A partire dagli anni '60 del novecento, con l’affermarsi di salite su ghiaccio sempre più ripide e tecniche, serviva uno strumento capace di penetrare il ghiaccio con efficacia, mantenere una presa affidabile e accompagnare i movimenti del corpo su pareti inclinate.

Tra i protagonisti di questa trasformazione ci fu l’alpinista e artigiano americano Yvon Chouinard. Attraverso la sperimentazione sul campo, contribuì allo sviluppo di piccozze con becco curvo e dentato, progettate per migliorare la penetrazione e la tenuta nel ghiaccio. 

Il manico più corto e la nuova geometria della testa rispondevano a una concezione dell’attrezzo non più soltanto come bastone da usare per avanzare, ma uno strumento da colpire, agganciare e caricare durante la progressione; un’estensione del braccio.

Questa evoluzione si inseriva in una trasformazione più ampia, nella quale contribuirono anche altri progettisti e alpinisti. Negli anni successivi sarebbero arrivati attrezzi sempre più specializzati, con becchi fortemente inclinati, nuove forme e materiali differenti. Il principio, però, rimaneva lo stesso: modificare la forma dell’attrezzo per renderlo più adatto al terreno e ai movimenti richiesti. 

La montagna poneva il problema; l’esperienza e l’ingegno cercavano la soluzione, proprio come con Grivel e Whymper.

La piccozza non si è evoluta da sola

Dal bastone alpino alla piccozza tradizionale, fino agli attrezzi moderni, questa storia non è stata scritta soltanto da chi impugnava il ferro. A trasformare il modo di muoversi su neve e ghiaccio hanno contribuito anche altri strumenti, primo fra tutti il rampone.

Per secoli, quando la presa degli scarponi sul ghiaccio era limitata, la progressione dipendeva dalla capacità di scavare gradini e ricavare appoggi per i piedi. Con l’evoluzione dei ramponi, e soprattutto con l’introduzione delle punte anteriori, l’alpinista poté fare presa direttamente sul ghiaccio e avvicinarsi maggiormente alla parete. 

Cambiò così la posizione del corpo e cambiò il modo di salire. E la piccozza, inevitabilmente, gli andò dietro: il lungo bastone che serviva a sostenersi e a intagliare gradini lasciò progressivamente spazio ad attrezzi più corti, maneggevoli e adatti a colpire e agganciare il ghiaccio.

È un esempio di come, in montagna, l’evoluzione di un attrezzo non sia mai del tutto indipendente da quella degli altri.

La storia dei ramponi meriterà sicuramente un capitolo a parte: dalle prime soluzioni per migliorare l’aderenza sulla neve fino alle punte anteriori che hanno trasformato la progressione sul ghiaccio. Ma è importante capire che la piccozza moderna non è nata soltanto dalla forma di una lama o dalla lunghezza di un manico, ma anche da un nuovo modo di stare sulla montagna.