Attività di disboscamento a fini residenziali a Vantaa, in Finlandia © Coen, wikicommons
Predisposizione di un'area della Glengennet Forest al trasporto del legname, in Finlandia © Mary and Angus Hogg, wikicommons
Una foresta vicino a Muurame, nella Finlandia centrale © Tiia Monto, wikicommons
Lavori di deforestazione per scopi residenziali a Vantaa © Eero Happonen, wikicommons
250mila alberi abbattuti in un’area di 3,3 chilometri quadrati. È questo il costo che la natura sta pagando a Muhos, cittadina di 9mila abitanti della Finlandia centro-settentrionale, per la costruzione di un data center di proprietà di Google. La stessa sorte è toccata, pochi giorni dopo, anche al cantiere realizzato a Otanmäki, circa 100km a sud-est, dove sarebbero stati abbattuti altri 150mila alberi, per un totale di 400mila. I due centri abitati, di modeste dimensioni, sono così balzati agli onori della cronaca per l’irregolarità dei lavori eseguiti dalla big tech statunitense, ora in fase di stallo. A mancare, scrive il quotidiano finlandese Helsingin Sanomat che ha divulgato la notizia, sarebbe stata la valutazione di impatto ambientale, un documento necessario per le attività che prevedono il disboscamento di un’area oltre i due chilometri quadrati.
Google, riportano i quotidiani locali, avrebbe richiesto un’esenzione temporanea tramite una sussidiaria, la Tuike Finland, non ottenendola. Ma, nonostante ciò, i lavori sarebbero stati eseguiti comunque. Antti Järvinen, uno dei responsabili per la Finlandia, dopo la sospensione imposta dall'Autorità finlandese per le licenze e la supervisione si è scusato per quanto accaduto. In ogni caso, il referente ha sostenuto di aver dato il via ai lavori “secondo la miglior interpretazione disponibile della legge all'epoca”, ha affermato, rivelatasi poi errata. La vicenda ha comunque suscitato rabbia e indignazione tra le associazioni ambientaliste locali e internazionali, riportando a galla il tema del consumo energetico e del costo ambientale dei data center, sempre più numerosi e – per questo – impattanti.
I data center, la nuova “risorsa” della Finlandia
Con 145 nuovi data center in fase di progettazione, scrive il The Guardian, la Finlandia è oggi una delle nuove frontiere dei data center. Il suo territorio, infatti, è particolarmente ambito grazie alla stabilità geologica e geopolitica, così come all’abbondanza di territorio ritenuto “disponibile”, scrivono, a costo di centinaia di migliaia di alberi abbattuti e terreni erosi dai macchinari. Una prospettiva condivisa anche dal governo finlandese, con il primo ministro Petteri Orpo che ha accolto di buon grado i 13 miliardi di euro investiti da Google nel progetto che coinvolge anche queste due strutture.
Un ulteriore elemento a favore dei grandi impianti di elaborazione dati, inoltre, è sicuramente il clima. Costruire queste server farm in luoghi in cui la temperatura esterna è particolarmente bassa, infatti, permette ai gestori di sostenere costi di raffreddamento inferiori rispetto a quelli ordinari. Un meccanismo che riporta al caso tutto italiano di Intacture, il data center costruito per l’80% nei locali della cava di dolomia Tassullo, in Val di Non. In quel caso, però, le basse temperature – a circa 12° costanti, aveva spiegato in un’intervista il consigliere delegato di Trentino Data Mine, Dennis Bonn – vengono sfruttate non solo come un vantaggio per ridurre i costi di gestione, ma anche per non impattare eccessivamente sull’ambiente.
La situazione nei cantieri e le proteste della popolazione
I processi di costruzione, in ogni caso, sono sospesi e non annullati, specificano dall'Autorità finlandese per le licenze e la supervisione, e nelle due località i data center potrebbero comunque vedere la luce, seppur con qualche ritardo. Il blocco dei lavori, entrato definitivamente in vigore lo scorso 23 ottobre, riguarda abbattimenti, rimozione del suolo, scavi, strade di cantiere e depositi, e resterà in vigore fino al completamento delle valutazioni di impatto ambientale. Nel frattempo, riporta il quotidiano inglese, oltre 93.000 cittadini hanno firmato una petizione chiedendo più regole per i data center e indennizzi per i centri abitati colpiti dai danni ambientali legati a queste infrastrutture.
A Muhos, infatti, residenti e ambientalisti hanno denunciato come l’acqua proveniente dalle zone interessate dai lavori sia sporca e piena di detriti, oltre ad aver subito una progressiva acidificazione, mentre altri cittadini hanno riportato come l’inquinamento acustico e la distruzione di alcuni habitat abbiano spinto alcune specie ad avvicinarsi nuovamente alle città più vicine. La presidente della Finnish Association for Nature Conservation, Hanna Halmeenpää, ha dichiarato nei giorni scorsi al The Guardian di aver assistito incredula alla violazione delle norme da parte della big tech statunitense, definendo come “pura arroganza” le azioni compiute.
E, se per le foreste di Muhos e Otanmäki il futuro è incerto, non si può dire la stessa cosa per quello dei data center, destinati a rivestire un ruolo di assoluta importanza nello sviluppo tecnologico dei prossimi anni. Secondo un report pubblicato a giugno dall’Onu, entro il 2030 la sola IA consumerà l’acqua necessaria a 1,3 miliardi di persone. Un computo al quale è necessario aggiungere il consumo di suolo e le emissioni di anidride carbonica per comprendere il reale impatto delle tecnologie del presente nel futuro. Google, intanto, ha annunciato che rimboschirà circa 1,3 chilometri quadrati proprio a Muhos, così da favorire il ripristino della qualità delle acque. Ma gli ambientalisti sono preoccupati: “Ci vorranno comunque tra i 10 e i 15 anni per far sì che la foresta acquisisca la sua forma originaria”, ha dichiarato Mari Annala, della Finnish Association for Nature Conservation.