Lo stambecco in Veneto: un incontro per capirne il futuro

La sezione CAI di Conegliano organizza sabato 31 ottobre un pomeriggio dedicato ai gruppi presenti in Antelao, Marmarole e Sorapis. In Italia vive quasi un terzo della popolazione alpina, ma tra cambiamento climatico e altre criticità, la tutela dell'animale è ancora un tema attuale

 

Lo stambecco è un animale ormai ben noto a chi frequenta la montagna, anche per la relativa facilità con cui si lascia avvicinare. Rispetto al XIX secolo, quando era a rischio estinzione, la popolazione italiana oggi gode indubbiamente di migliore salute, ma le conoscenze che la popolazione ha di questo ungulato, soprattutto dove la sua diffusione è piuttosto recente o limitata, rimangono parziali.

Un'occasione per imparare

Di particolare interesse è perciò l'incontro di sabato prossimo, 31 ottobre, presso la sezione CAI di Conegliano, dove si terrà un pomeriggio dedicato all’approfondimento, alla formazione e alla condivisione. L'evento si terrà nell’ambito del progetto di ricerca Studiamo insieme gli stambecchi di Antelao, Marmarole e Sorapis, promosso e coordinato dal comitato scientifico Veneto Friulano Giuliano del Club Alpino Italiano.


L’iniziativa nasce con l’obiettivo di accrescere ulteriormente le conoscenze dei soci sulla specie, approfondendone gli aspetti biologici, ecologici e gestionali e di sensibilizzare sull’importanza della sua conservazione. Nel corso del pomeriggio si alterneranno docenti universitari, ricercatori, soci titolati del CAI impegnati nel coordinamento del progetto e rappresentanti delle realtà locali che stanno portando avanti un’importante iniziativa di rinforzo genetico della colonia oggetto di studio. Sarà un’occasione per condividere esperienze, risultati e prospettive future, mettendo in dialogo ricerca scientifica, monitoraggio sul campo e partecipazione attiva dei soci.

Le minacce per il futuro dello stambecco: l’esperienza della Marmolada

Ad aprire gli interventi sarà il professor Maurizio Ramanzin, già docente di wildlife conservation and management all’Università di Padova. Nel suo intervento illustrerà le principali minacce che ancora incombono sul futuro dello stambecco alpino.

 

Nonostante la consistenza numerica della specie possa far pensare a una situazione rassicurante - con circa 52.000 esemplari sulle Alpi, di cui oltre 16.000 in Italia- permangono infatti diverse criticità che richiedono attenzione e approfondimento: la frammentazione delle popolazioni, spesso isolate e di dimensioni ridotte, che le rende maggiormente vulnerabili a eventi critici, come la diffusione di malattie quali la rogna sarcoptica, già presente nelle Alpi Orientali.

 

La scarsa variabilità genetica è un altro fattore: può limitare la crescita delle popolazioni e ridurne la capacità di adattamento e resilienza ai cambiamenti ambientali.

 

Infine, ma non per importanza, grava il cambiamento climatico, che può influire sullo stambecco attraverso diversi meccanismi. Tra gli effetti più significativi vi è l’anticipo della fenologia della vegetazione: le piante raggiungono prima il loro picco qualitativo e il valore nutritivo diminuisce rapidamente nel corso dell’estate, con possibili conseguenze negative sulla crescita e sulla sopravvivenza dei capretti. Anche il comportamento degli stambecchi risente delle temperature elevate. Quando queste superano i 15 gradi centigradi, gli animali soffrono il caldo e riducono il tempo dedicato all’alimentazione. 

 

Uno studio condotto sulle femmine della Marmolada ha evidenziato come questa riduzione nelle ore più calde del giorno venga compensata nelle prime ore della notte e del mattino. Di fronte a un futuro in cui le temperature critiche saranno sempre più frequenti, resta tuttavia da capire fino a che punto tale capacità di compensazione potrà essere efficace. Infine, l’aumento delle temperature può spingere gli stambecchi a frequentare quote più elevate, alla ricerca di condizioni termiche più favorevoli. Ma anche questa strategia presenta dei limiti, soprattutto nelle Alpi orientali e nelle Dolomiti specificatamente: salendo di quota, lo spazio disponibile diminuisce e gli habitat ricchi di vegetazione lasciano progressivamente il posto a ghiaioni e pareti rocciose, dove le risorse alimentari sono più scarse.

Il ritorno del camoscio sul Monte Grappa

Seguirà l’intervento della dottoressa Stefania Busatta, biologa con dottorato di ricerca in scienze ambientali, esperta di gestione faunistica e conservazione della biodiversità. Dopo oltre vent’anni di attività dedicate alla gestione della fauna, è attualmente è funzionaria della Regione del Veneto, dove opera nell’ambito della strategia regionale per la biodiversità e i parchi.

La sua relazione sarà dedicata al ritorno del camoscio sul Monte Grappa, frutto di un importante progetto di reintroduzione avviato dalle amministrazioni provinciali tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila.


Dopo uno studio di fattibilità, che aveva permesso di verificare la presenza di condizioni ambientali e sociali favorevoli al ritorno della specie, furono reintrodotti 137 esemplari, di cui 82 a opera della Provincia di Treviso e provenienti dal Parco delle Alpi Marittime. Le operazioni di rilascio e il successivo monitoraggio anche radio telemetrico, in particolare sul versante trevigiano, videro il coinvolgimento attivo di residenti, studenti, cacciatori e ambientalisti. Una partecipazione ampia e trasversale che, a ragione, può essere considerata uno dei primi esempi di citizen science applicata al monitoraggio faunistico del territorio.

 

A oltre vent’anni dall’avvio del progetto, anche oggetto di una tesi di dottorato di ricerca, l’esperienza sarà ripercorsa per riflettere sulle caratteristiche della reintroduzione e sull’evoluzione della popolazione.

Cinque anni di ricerca sugli stambecchi di Antelao, Marmarole e Sorapis

Il terzo intervento sarà affidato a Davide Berton, operatore naturalistico e culturale nazionale, coordinatore per il CAI del progetto di studio promosso dal comitato scientifico Vfg sullo stambecco. Berton è inoltre coordinatore nazionale del gruppo di lavoro grandi carnivori.

 

La sua relazione sarà dedicata al progetto Studiamo insieme gli stambecchi di Antelao, Marmarole e Sorapis, ormai prossimo alla conclusione.

 

Sarà l’occasione per fare il punto sul lavoro svolto e presentare alcune riflessioni basate sui dati raccolti, con particolare attenzione alla distribuzione della colonia, al suo stato di salute e alla stima della consistenza della popolazione. Non mancherà un bilancio dell’esperienza maturata in questi anni, che ha coinvolto numerosi soci CAI, offrendo loro la possibilità di acquisire e consolidare competenze in ambito faunistico, sia attraverso la formazione teorica sia mediante le attività svolte direttamente sul campo. Si tratta di un’esperienza che testimonia il valore della citizen science e il contributo concreto che i soci possono offrire alla ricerca e alla conservazione della biodiversità.

Immagini, testimonianze e il progetto di rinforzo genetico

Il pomeriggio sarà arricchito anche da momenti di approfondimento audiovisivo, pensati per rendere ancora più coinvolgente il racconto delle attività svolte. Sarà proiettato il trailer del documentario, attualmente in fase di realizzazione, dedicato allo stambecco del Cadore e al progetto di studio del CAI. 

 

Seguirà la visione di un video che documenta le catture e i rilasci effettuati nell’ambito del progetto Stambecco 1965-2025, realizzato in occasione dell’intervento di rinforzo genetico curato dalla Riserva Alpina di Caccia di San Vito di Cadore. Interverrà il regista che ha realizzato i documentari: Marco Omodei Salè, agronomo esperto di sostenibilità e film-maker naturalista.


Al termine delle proiezioni interverranno Stefano Sommacal, presidente della riserva alpina di caccia di San Vito di Cadore, e la dottoressa Silvia Barbolan, impegnata nella gestione scientifica del progetto e nell’elaborazione dei dati provenienti dai radiocollari applicati agli animali.

 

Il loro contributo permetterà di capire le motivazioni, gli obiettivi e le modalità operative che hanno portato la riserva a intraprendere questa impegnativa ma importante iniziativa, finalizzata al rafforzamento genetico di cui la colonia di stambecchi aveva assolutamente bisogno.

Nuove prospettive per la ricerca e la conservazione

A chiudere il pomeriggio sarà Guerrino Malagola, membro della commissione centrale di tutela ambiente montano del CAI. Il suo intervento sarà dedicato alle possibili prospettive di ricerca sulla colonia di Antelao, Marmarole e Sorapis, con l’obiettivo di individuare nuovi studi e approfondimenti a partire dai dati raccolti durante questi cinque anni di attività.