Federica Mingolla © Fabio Fin
Andrea Schiavo e Federica Mingolla © IG Federica Mingolla
Andrea Schiavo e Federica Mingolla © Fabio Fin
Federica Mingolla durante un'uscita scialpinistica, poche settimane fa © IG Federica Mingolla
Federica Mingolla e Aurora, ancora ben nascosta © Francesco BonatoLa prima volta che ho sentito parlare di Federica Mingolla ero in quarta superiore e gli appena due anni che ci separavano mi parevano una distanza incolmabile. Una dozzina di anni più tardi, i suoi trentuno e i miei ventinove non sono mai sembrati così vicini, anche se a dividerci in maniera ancora più perentoria vi è una scelta di vita che ogni donna, prima o poi, è chiamata a compiere: quella della maternità.
Quando la vera sfida è rallentare
In un mondo sempre più competitivo e performativo, decidere di rallentare per mettere al mondo un figlio può sembrare una mossa controcorrente, quando non ossimorica. Eppure, nella mia decisione di non farlo, almeno per ora, non è soltanto l'assenza di una relazione strutturata alle spalle a giocare un ruolo fondamentale. E no, non è nemmeno la cattiveria di una società perennemente in guerra, sia essa metaforica o reale. A farmi accantonare questo desiderio, che pure provo prepotente, è il rischio di non identificarmi più al di fuori degli standard altissimi su cui ho settato la mia produttività. Se una maternità mi costringesse a decelerare i miei ritmi, anche solo parzialmente, saprei ancora riconoscermi?
Di fronte alla scelta opposta di Federica - desiderare d'essere madre all'apice della propria carriera e diventarlo - ho deciso di intervistarla, per farmi raccontare più da vicino e senza filtri non soltanto come sta vivendo questo periodo della sua vita ma anche che cosa ha significato pianificarlo, per lei che è sempre stata un'alpinista e un'atleta pronta a farsi guidare dall'istinto piuttosto che dal controllo.
Federica, anzitutto come stai?
Molto bene. Ora sono quasi al termine e ogni settimana di questo viaggio è stata una scoperta sempre nuova. Mi ha ‘costretta’ ad ascoltare il mio corpo con un'attenzione particolare, anche verso quei gesti e quegli aspetti che solitamente diamo per scontati: il controllo del respiro, ad esempio.
Una scoperta a cui, però, eri pronta.
Sì, è stata una gravidanza desiderata ed ero pronta ad un cambiamento come questo, nella mia vita. Inizialmente pensavo che il percorso sarebbe stato più difficile e invece mi sono sempre sentita bene, il che ha contribuito a sostenermi moralmente. Mi sento molto fortunata e penso che imparare ad ascoltarmi bene, adattando le attività che faccio ai bisogni miei e della bambina, sia stato un privilegio. Anche la vita che faccio non ha subìto modifiche troppo sostanziali: all'ottavo mese è iniziata per me una fase più rilassata, ma fino ad allora ho deciso di continuare a lavorare come guida, scegliendo ovviamente le uscite che più si confacevano a questo mio nuovo ‘status’.
A proposito del tuo lavoro di guida: forse anche scegliere di diventarlo è stato, a suo tempo, un piccolo discrimine fra la tua vita di prima - da atleta sponsorizzata - e quella di adesso.
Di base ho sempre fatto quello che volevo e anche di questo sono molto grata. Ho iniziato ad arrampicare in un periodo nel quale gli sponsor riuscivano ad investire molto nel mondo dell'outdoor e sono conscia di essere riuscita a costruirmi un futuro grazie a loro. Però non ti nego di aver avuto anche delle difficoltà nel riuscire a vivere soltanto di questo. Volevo crearmi una sorta d'indipendenza e i corsi per diventare guida alpina rispondevano esattamente a questa mia esigenza. A volte, nella mia vita di prima, provavo una sorta di ‘felicità tradita’ nella diffusione così massiva della mia immagine: una sensazione che non riesco a spiegare in altri termini. Invece, condividere la montagna con le persone, guidandole, è gratificante e dà un senso più pieno alla mia passione per questo sport. Da quel momento ho anche pensato molto al cosiddetto ‘piano B’, ad avere in mano qualcosa che potesse darmi una progettualità diversa. Mi sono iscritta alla scuola di osteopatia e ho recentemente finito il terzo anno. Dopo essere stata immersa per così tanto tempo soltanto nell'ambiente dell'arrampicata e della montagna, questo percorso di studi mi ha permesso di capire non soltanto che esiste dell'altro ma che, proprio grazie a questo ‘altro’, puoi rinnamorarti del mondo a cui ti senti più legata e che magari davi per scontato. Non mi pento affatto delle mie esperienze di vita ma confesso che mi è mancato crearmi una struttura parallela a quella dello sport, nella quale poter comunque vivere e identificarmi.
La maternità come si inserisce in questo ‘cambio di rotta’?
Negli ultimi due/tre anni è stato un desiderio che è cresciuto gradualmente dentro di me, anche se ho sempre cercato, nella vita in generale, di non pensare mai ad una versione diversa di me stessa rispetto a quella che già stavo vivendo. Ho sempre rifuggito la stabilità o i progetti troppo stretti: per questo, soprattutto all'inizio, mi piaceva perseguire un certo nomadismo, che forse allora m'impediva anche di fare scelte di questo tipo. Poi ho incontrato Andrea e ho capito che era la persona giusta con cui cominciare a trovare un equilibrio personale che prima non avevo mai vissuto. Non sono mai stata una donna dalle idee chiare, mi facevo spesso trascinare dalla volontà casuale, anche nei progetti di arrampicata. Affidarsi all'ignoto, come ho sempre fatto, ha richiesto una buona dose di fortuna. Allo stesso tempo, però, non penso che tradirò fino in fondo mai questo aspetto più ramingo della mia personalità, che ho imparato ad apprezzare.
Si tratta, insomma, di diventare più consapevoli senza per forza essere più rigide.
Sì, in un certo senso. Forse si è trattato anche di aprirmi un po' di più all'ascolto delle persone che mi stavano attorno, così come delle sensazioni che provavo e che forse prima tendevo ad ignorare. Mi sento in perenne evoluzione e anche questa maternità la vivo come una fase di trasformazione. Non ho mai capito davvero chi desidera fare la stessa vita per sempre: a me cambiare non ha mai spaventato. Era semplicemente arrivato il momento di rallentare e di moderare la mia innata iperattività. Moderarla però non significa domarla del tutto o rinunciarvi: magari, invece, la condividerò con Aurora.
Che consiglio ti senti di dare alle giovani donne che vorrebbero fare questo passo?
Sicuramente di non inciampare nell'errore di pensare e programmare tutto quanto. Viviamo in una società che vuole avere ogni cosa sotto controllo, ma una gravidanza sbaraglia ogni certezza. Per lo stesso motivo occorre essere sicure di ciò che si vuole e si desidera. Nessuno potrà mai sostituirsi a te, nella vita che vuoi costruire.