La natura non è una risorsa infinita: la lezione moderna della Stella Alpina

Per secoli è stata il fiore più desiderato delle Alpi. 64 anni fa diventava una specie protetta: la storia dell'Edelweiss, il "nobile bianco" che ha insegnato a generazioni di montanari ed escursionisti il valore della tutela ambientale

Tra pochi giorni ricorreranno sessantaquattro anni da una data che ha cambiato il destino di uno dei simboli più celebri delle Alpi. Il 28 giugno 1962 la raccolta della stella alpina, e di altre specie, venne vietata per la prima volta in Italia con la Legge Regionale 28 giugno 1962 n. 10 del Trentino – Alto Adige. Oggi la notizia sembra quasi scontata e chiunque incontri una stella alpina durante un'escursione sa che deve lasciarla dov'è. Ma per capire il significato di quella decisione bisogna tornare indietro nel tempo, quando questo piccolo fiore bianco non era soltanto una pianta d'alta quota ma un vero e proprio oggetto del desiderio.

Il fiore che tutti volevano

Per generazioni la stella alpina è stata il fiore che tutti cercavano. Compariva nei racconti degli alpinisti, nelle leggende di montagna, nelle cartoline e nei ricordi di viaggio. Era il simbolo delle vette più alte e dei luoghi più difficili da raggiungere. Un fiore così raro e così legato all'immaginario alpino da sembrare quasi magico. Poi, a un certo punto, si rese necessario proteggerlo.

 

Molto prima che diventasse una specie protetta, la stella alpina era soprattutto una conquista.

 

Cresceva tra rocce, ghiaioni e pendii d'alta quota, spesso in luoghi difficili da raggiungere. Trovarla significava spingersi dove la montagna diventava più severa e selvaggia, raccoglierla voleva dire portare a valle una prova tangibile del proprio passaggio in quei luoghi.

Attorno a questo fiore nacquero racconti che contribuirono ad alimentarne il fascino. Una delle storie più diffuse nelle Alpi raccontava di giovani innamorati pronti a rischiare la vita pur di raccogliere una stella alpina da donare alla donna amata. Il fiore diventava così una dimostrazione di coraggio, una dichiarazione d'amore ma anche una prova di valore personale.

 

Non sorprende quindi che nel 1861 lo scrittore tedesco Berthold Auerbach scrivesse nel suo romanzo Edelweiss che possederne una rappresentava “Una prova di eroismo fuori dal comune”.

 

La sua fama si diffuse rapidamente in tutta Europa, eppure, non tutti ne comprendevano il fascino. Durante un viaggio nelle Alpi svizzere, Mark Twain osservò con il suo consueto sarcasmo quello che definì “quel tanto celebrato brutto fiore della Svizzera”, sostenendo che il suo colore ricordava più la cenere di un sigaro che un fiore particolarmente affascinante.

 

Probabilmente Twain aveva colto un aspetto importante. La stella alpina non è mai stata amata per la sua bellezza in senso stretto. Il suo valore era soprattutto simbolico. Non era il fiore più appariscente delle Alpi, ma era quello che sembrava appartenere di più alla montagna stessa.

Il segreto della regina delle Alpi

Oggi il suo nome scientifico è Leontopodium alpinum,  "zampa di leone alpina", ma il nome con cui è diventata famosa in tutto il mondo è un altro: Edelweiss, che in tedesco significa "nobile bianco". Non è sempre stato così. Per secoli naturalisti e abitanti delle montagne la chiamarono semplicemente Wollblume, il "fiore di lana", per via della sottile peluria biancastra che ricopre foglie e infiorescenze ma in realtà ciò che osserviamo non è un singolo fiore. La stella alpina è un'infiorescenza composta da decine, a volte centinaia, di piccoli fiori riuniti in capolini e circondati dalle caratteristiche brattee bianche e vellutate disposte a forma di stella.

 

Quella peluria che la rende così riconoscibile non è soltanto un dettaglio estetico. È una sofisticata strategia di sopravvivenza. Le fibre bianche proteggono la pianta dalle intense radiazioni ultraviolette tipiche dell'alta quota, limitano la perdita d'acqua e la aiutano a resistere alle forti escursioni termiche. Dietro l'apparente delicatezza della stella alpina si nasconde quindi una pianta straordinariamente resistente.

 

Forse è anche per questo che le sono state attribuite qualità quasi leggendarie. Per secoli le vennero associate proprietà curative e poteri protettivi. Alcune tradizioni popolari la consideravano capace di allontanare gli spiriti maligni, mentre antichi erbari le attribuivano effetti benefici contro diversi disturbi.

 

Fragile all'apparenza, ma capace di sopravvivere dove molte altre piante non riescono a farlo: la stella alpina era già un simbolo prima ancora che qualcuno decidesse di trasformarla in tale.

Quando si capì che poteva sparire

Fu proprio il suo successo a metterla in pericolo. Tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del Novecento il numero di escursionisti, alpinisti e turisti che desideravano raccoglierla aumentò costantemente. Portarne una a casa significava conservare un ricordo della montagna e, in qualche modo, appropriarsi di un piccolo frammento di quel mondo. In alcune zone delle Alpi la raccolta divenne così intensa da suscitare le prime preoccupazioni.

 

La Svizzera intervenne già nel 1878 con uno dei primi provvedimenti europei di tutela. Nel 1892 anche il Tirolo introdusse sanzioni per chi raccoglieva stelle alpine: da uno a venticinque fiorini, che potevano raddoppiare in caso di recidiva. Era un segnale importante. 

Per la prima volta si iniziava a comprendere che persino un simbolo apparentemente eterno come la stella alpina poteva scomparire.

 

In Italia questo percorso culminò il 28 giugno 1962, quando la sua raccolta venne ufficialmente vietata. Non era soltanto una misura di protezione botanica, ma rappresentò il riconoscimento che anche la flora alpina aveva bisogno di essere difesa. Da allora la tutela della specie è stata rafforzata attraverso normative regionali e sistemi di protezione sempre più articolati. Ma la vera conquista non è stata la legge.

La generazione delle stelle alpine

La storia della stella alpina racconta infatti qualcosa che va oltre la botanica. Per molti bambini cresciuti tra gli anni Settanta e Novanta, questo piccolo fiore rappresentava uno dei simboli più immediati della natura da proteggere. Compariva nei libri scolastici, nei sentieri di montagna, nelle campagne ambientali e nell'immaginario collettivo. Insieme ad altri esempi come il panda del WWF, contribuì a formare una generazione che iniziava a guardare l'ambiente con occhi diversi. Non più una risorsa inesauribile da utilizzare o conquistare, ma un patrimonio da custodire.

 

“Poco vale l'azione dello strumento coercitivo della legge, se nei cittadini non nasce una convinzione autentica del rispetto per la flora”. Accademia Roveretana degli Agiati

Lo aveva intuito bene anche l'Accademia Roveretana degli Agiati, che commentando le prime misure di tutela osservava come “poco vale l'azione dello strumento coercitivo della legge, se nei cittadini non nasce una convinzione autentica del rispetto per la flora”. Una convinzione che, ricordava l'istituzione, non è innata ma si costruisce lentamente attraverso la conoscenza. Forse è proprio qui che si trova il significato più profondo della storia della stella alpina.

 

Per secoli il suo valore era legato alla conquista. Bisognava trovarla, raggiungerla, raccoglierla e portarla a valle. Oggi il gesto più importante è esattamente l'opposto. Fermarsi a osservarla, fotografarla e lasciarla dov'è. Perché il fiore che un tempo rappresentava il coraggio di chi lo coglieva è diventato il simbolo di una consapevolezza diversa: capire che non tutto ciò che possiamo prendere ci appartiene davvero.

 

E forse è proprio per questo che, a sessantaquattro anni da quel divieto, la stella alpina continua a essere uno dei simboli più potenti delle montagne. Non soltanto per la sua bellezza o per le leggende che la circondano, ma perché ci ricorda che il rispetto per la natura nasce prima di tutto dalla capacità di conoscerla.