Quando una situazione è realmente sicura, avvicinarsi in modo graduale a ciò che spaventa è generalmente più utile sia della fuga automatica sia della costrizione. © Angel Balashev - Unsplash
Imparare ad affrontare la paura è una conquista molto importante © Marjonorn Child - Pixaby
Nei bambini molte paure sono parte del normale sviluppo e la loro comparsa cambia con l’età e con l’esperienza © Vitolda Klein - Unsplash
La paura non è un difetto da correggere, ma uno dei più antichi sistemi di protezione dell’organismo. © Samuel Quek - Unsplash
Non tutte le paure sono uguali e distinguerle è fondamentale © Ilias - Tsatsaronis - Unsplash«Non avere paura.»
È probabilmente una delle frasi che pronunciamo più spesso quando un bambino si blocca davanti a un ostacolo, su un tratto ripido o dinanzi a un animale incontrato sul sentiero. Eppure, la paura non scompare perché qualcuno afferma che non dovrebbe esserci. Per il bambino quella sensazione è reale: il cuore accelera, il respiro cambia, i muscoli si tendono e l’attenzione si concentra su ciò che viene percepito come minaccioso. Dire che «non c’è nulla di cui avere paura» può quindi risultare poco utile e, talvolta, comunicare involontariamente che l’emozione provata sia sbagliata, esagerata o persino motivo di vergogna. La paura, invece, non è un difetto da correggere. È uno dei più antichi sistemi di protezione dell’organismo. Ci rende vigili, ci invita a rallentare e ci prepara a reagire davanti a un pericolo reale o possibile. Il problema non è provarla, ma capire che cosa ci sta dicendo e scegliere come comportarsi.
Perché abbiamo paura?
La paura è una risposta adattiva, indispensabile alla sopravvivenza. Si attiva quando il cervello riconosce una minaccia o interpreta una situazione come potenzialmente pericolosa. Non deve trattarsi necessariamente di un rischio oggettivo e immediato: basta che qualcosa venga percepito come nuovo, imprevedibile o difficile da controllare. Nei bambini molte paure sono parte del normale sviluppo e la loro comparsa cambia con l’età, con l’esperienza e con la progressiva capacità di distinguere ciò che è realmente pericoloso da ciò che è semplicemente sconosciuto. La percezione della minaccia, il ricordo di esperienze precedenti, la valutazione del contesto e la capacità di contenere l’impulso a fuggire dipendono dall’interazione tra numerose reti cerebrali. Queste connessioni continuano a svilupparsi durante tutta l’infanzia e l’adolescenza. Non possiamo quindi aspettarci che un bambino gestisca paura e incertezza con gli stessi strumenti di un adulto.
Quando una situazione è realmente sicura, avvicinarsi in modo graduale a ciò che spaventa è generalmente più utile sia della fuga automatica sia della costrizione. © Angel Balashev - UnsplashNon tutte le paure sono uguali
In alcuni casi la paura è perfettamente proporzionata al pericolo e svolge bene il proprio compito. Un temporale che si avvicina, un terreno instabile o un passaggio realmente esposto richiedono prudenza. In altre situazioni il contesto è sufficientemente sicuro, ma l’esperienza è nuova e genera comunque una forte attivazione. Esiste poi una paura più anticipatoria: in questi casi non è tanto il pericolo presente a dominare l’esperienza, quanto ciò che il bambino immagina possa accadere. Distinguere queste situazioni è fondamentale: non tutte le paure devono essere superate e non ogni rinuncia è un’occasione perduta.
Ascoltare senza amplificare
Riconoscere la paura non significa confermare che la situazione sia terribile. Una buona risposta contiene tre elementi: il primo è il riconoscimento: «Capisco che faccia paura»; il secondo è la valutazione del contesto: «Siamo fermi, possiamo guardarci intorno e capire come è fatto il passaggio»; il terzo restituisce al bambino una quota di possibilità: «Vediamo insieme quale potrebbe essere il prossimo passo».
In questo modo l’emozione non viene né negata né ingigantita ma viene nominata e collocata dentro una situazione che può essere osservata, compresa e affrontata.
Anche il tono dell’adulto conta moltissimo: i bambini non apprendono soltanto dalle parole, ma leggono il volto, la postura, il respiro e il modo in cui il genitore reagisce all’incertezza. La presenza più utile è quella di un adulto calmo e credibile: non finge che ogni cosa sia facile, ma mostra che una difficoltà può essere osservata e gestita.
Nei bambini molte paure sono parte del normale sviluppo e la loro comparsa cambia con l’età e con l’esperienza © Vitolda Klein - UnsplashIl coraggio non è non avere paura
Spesso definiamo coraggioso il bambino che affronta senza esitazioni un passaggio difficile, ma l’assenza di esitazione non coincide necessariamente con il coraggio. Potrebbe semplicemente indicare che il bambino non ha percepito il rischio o non ne ha ancora compreso le possibili conseguenze.
Un bambino che si ferma, osserva, ammette di essere spaventato chiede una mano e poi prova sta svolgendo un compito emotivo molto più complesso. Il coraggio non è il contrario della paura, ma è una delle possibili risposte alla paura. Questo cambio di prospettiva è importante anche per gli adulti. L’obiettivo non dovrebbe essere crescere bambini che non abbiano mai paura, ma bambini che sappiano ascoltarla senza consegnarle automaticamente ogni decisione.
Piccoli passi, non prove di carattere
Quando una situazione è realmente sicura, avvicinarsi in modo graduale a ciò che spaventa è generalmente più utile sia della fuga automatica sia della costrizione. Evitare sistematicamente ogni situazione temuta può offrire sollievo nell’immediato, ma rischia di rafforzare nel tempo l’idea che quella situazione fosse davvero impossibile da affrontare. La gradualità permette, invece, di acquisire nuove informazioni: la paura può salire e poi diminuire, l’esito catastrofico immaginato può non verificarsi e il bambino può scoprire di possedere risorse che non pensava di avere.
Imparare ad affrontare la paura è una conquista molto importante © Marjonorn Child - PixabyIl diritto di tornare indietro
Un bambino stanco, affamato, infreddolito o già molto agitato possiede meno risorse per regolare le proprie emozioni. Insistere proprio in quel momento può trasformare una difficoltà proporzionata in un’esperienza eccessiva. Inoltre, bisogna considerare anche il contesto: il brutto tempo, la fretta, l’affollamento, la pressione del gruppo o l’irritazione dell’adulto possono rendere molto più difficile affrontare una situazione che, in condizioni diverse, sarebbe stata gestibile. Rinunciare non significa necessariamente rinforzare la paura, ma significa riconoscere che non esistono, in quel momento, le condizioni adatte per affrontarla.
Naturalmente esistono paure che devono essere ascoltate perché segnalano correttamente un pericolo. La montagna non è uno scenario costruito appositamente per l’apprendimento: è un ambiente reale, variabile e talvolta severo. Non tutte le paure devono essere vinte. Alcune stanno svolgendo esattamente il compito per cui esistono: proteggerci.
La paura degli adulti
Quando un bambino ha paura, anche il genitore può essere messo alla prova.
A volte sono proprio le paure degli adulti a restringere eccessivamente lo spazio di esperienza dei bambini: anticipare ogni ostacolo, ripetere continuamente «attenzione», impedire qualsiasi movimento non perfettamente controllato può comunicare che il mondo sia pieno di minacce e che il bambino non possieda strumenti sufficienti per affrontarlo. Altre volte accade l’opposto: l’adulto desidera dimostrare che il figlio è capace, lo confronta con fratelli o coetanei e lo spinge oltre ciò che riesce a tollerare.
In entrambi i casi il centro dell’esperienza rischia di diventare il bisogno dell’adulto, non quello del bambino.
Il genitore, in tal senso, ha un compito difficile: deve decidere quando proteggere, quando accompagnare e quando lasciare uno spazio di prova. È un ruolo che richiede attenzione, flessibilità e la capacità di tollerare una piccola quota di incertezza e, quindi, di rischio.
La paura non è un difetto da correggere, ma uno dei più antichi sistemi di protezione dell’organismo. © Samuel Quek - UnsplashDalla paura all’autoefficacia
Quando un bambino affronta una situazione che riteneva difficile e riesce a gestirla, non impara soltanto che «non è successo nulla». Impara qualcosa di molto più importante, ovvero ad affrontare la paura.
Questo non elimina tutte le paure future e non rende invulnerabili, ma contribuisce a costruire autoefficacia: la convinzione di poter utilizzare le proprie risorse davanti a una difficoltà.
Le esperienze outdoor e di avventura sono state associate in diverse revisioni a possibili miglioramenti dell’autoefficacia, della fiducia e di alcune competenze sociali ed emotive, anche se gli studi sono eterogenei e invitano a evitare conclusioni troppo assolute. Non è quindi la montagna, da sola, a rendere più sicuri: è il modo in cui l’esperienza viene costruita, accompagnata e riletta insieme al bambino.
Quando la paura chiede aiuto
La maggior parte delle paure infantili è transitoria e fa parte dello sviluppo. In alcuni casi, tuttavia, l’intensità o la persistenza della risposta può richiedere maggiore attenzione. È opportuno confrontarsi con il pediatra o con un professionista quando la paura appare fortemente sproporzionata rispetto alla situazione, provoca crisi intense o sintomi fisici importanti, persiste a lungo, tende a estendersi ad altri contesti o limita in modo significativo sonno, scuola, relazioni e attività familiari. Un altro segnale è la necessità di organizzare costantemente la vita della famiglia intorno all’evitamento: non frequentare più determinati luoghi, rinunciare sistematicamente alle attività o costruire rituali sempre più complessi per impedire al bambino di provare ansia. In questi casi non servono prove di carattere né esposizioni improvvisate sul sentiero, ma serve una valutazione competente, capace di distinguere una normale paura dello sviluppo da una difficoltà che merita un sostegno specifico.
Non tutte le paure sono uguali e distinguerle è fondamentale © Ilias - Tsatsaronis - UnsplashCamminare accanto alla paura
Forse uno degli errori più frequenti degli adulti è pensare che il risultato desiderabile sia l’assenza di paura. Ma un bambino che cresce non ha bisogno di credere che il mondo sia sempre innocuo, semplice e completamente controllabile: ha bisogno di imparare che esistono pericoli reali, situazioni nuove e momenti in cui il corpo si attiva e chiede attenzione. Il nostro compito è offrirgli una presenza abbastanza sicura perché possa ascoltare quella paura, comprenderla e scoprire progressivamente che non deve sempre lasciarsi vincere da lei.