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Ghinelli-Bottani. Foto Cosimo Maffione
Foto di Joe da PixabayDa Luca Mercalli in giù, sono anni che i climatologi ci dicono che siamo entrati in un territorio sconosciuto: non sappiamo quali reali conseguenze avranno i cambiamenti in corso. Da qui una diffusa ecoansia, neologismo certificato. D’altra parte, un sempre più insistente antispecismo invoca che l’essere umano smetta di sentirsi superiore a tutto e tutti. Quasi in risposta ad Amitav Ghosh, che ne La grande cecità denuncia come il cambiamento climatico non sia un tema molto attrattivo per gli scrittori, Lorenza Ghinelli e Silvia Bottani hanno provato a mettere in scena tutto questo (e molto altro) nel romanzo La roccia dalle radici di stelle (pp. 320, euro 18, Aboca 2026), dove niente si rivela per quello che sembra essere.
Uno scenario reale
La vicenda si apre su una collina dell’entroterra romagnolo, dove si abbatte una pioggia furiosa. Il lettore si ritrova in questo scenario apocalittico con il ricordo dell’alluvione reale del 2023 e cerca di interpretare i fatti con un immediato filtro razionale. Carla, una veterinaria, cerca di prestare soccorso a uomini e animali, incrociando la sua vita con quella di Mirco, imprenditore e padre di Elia, e di Agata, un’adolescente che subisce le conseguenze più terribili del cataclisma. Per necessità è costretta a riallacciare i rapporti con la sua ex, la madre e il figlio di questa, Nives e Tommaso, e poi Gëvle, misteriosa creatura che sembra sbucata da un’altra dimensione. E se l’alluvione apre le porte del vicino Bioparco, liberando dalla cattività tutti i suoi esotici ospiti, dal nulla la frana porta alla luce una strana pietra, che forse è una pianta, con uno strano colore. Cosa c’entra? Quando arriveranno i soccorsi? A poco, a poco tuttavia il lettore è costretto ad abbandonarsi allo smarrimento dei personaggi e all’immaginazione di queste due autrici e costruttrici di mondi, che di mestiere scrivono e insegnano a scrivere (e si vede quanto perfettamente dominino lo strumento), Ghinelli alla Holden, le due con lo studio associato Testarde fondato a Rimini, dove vivono insieme.
Un mondo che non riusciamo a comprendere
Uomini e animali si aggirano nella trama con la stessa resilienza, uniti da una sorte che si rivela sempre più improbabile: inaspettato, impossibile sono le parole più ricorrenti del romanzo, che si rifà all’ambito del weird e dell’eeire. Due generi letterari più difficili da pronunciare che da capire: al centro dell’uno si pone l’ossessione per lo strano, per ciò che è fuori posto e non torna, il secondo è attratto da paesaggi svuotati dalla presenza umana e sentieri interrotti, da ciò che c’è ma non dovrebbe esserci, spingendoci a chiederci chi o cosa lo abbia prodotto, ma soprattutto chi siamo davvero, se non siamo ciò che pensavamo di essere (per approfondire, si legga la teorizzazione che ne fa Mark Fischer in The weird and the eerie. Lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo, 2018). Richiama il weird un libro come La metamorfosi di Kafka, o Alice nel paese delle meraviglie di Carroll. È eeire un film come Shining di Kubrick, o lo psichedelico Mulholland Drive di David Lynch, per fare esempi molto noti.
Eppure, nessuna inquietudine abita le pagine: non c’è un lieto fine strettamente inteso, ma un futuro nuovo si apre, per chi avrà il coraggio di andargli incontro.
La visione delle autrici
Partiamo dal luogo e dal fatto scatenante della narrazione che è un’alluvione in un paesino di una valle della Romagna, dal nome parlante: Valle Fratta. “Fratta” come devastata, rotta. Vi siete ispirate all’alluvione del 2023? Che rapporto avete con il territorio di cui scrivete?
Ghinelli - Io sono nata a Cesena, però poi ho sempre vissuto a Rimini, salvo qualche periodo fuori per lavoro. L’alluvione a Rimini ci ha solo sfiorati, perché per fortuna erano stati fatti dei lavori molto importanti all’invaso del Marecchia, che tra l’altro è dietro casa nostra, altrimenti anche qui sarebbe venuta la devastazione che abbiamo visto altrove. Però tanti amici che abitano nell’entroterra, e non solo, sono stati sopraffatti da questa esperienza.
Bottani - Io sono milanese di nascita, di famiglia e anche di vita, mi sono trasferita a Rimini quattro anni fa ed è stato interessante per me cambiare completamente il paradigma. Avevo sempre vissuto in un territorio che ha un enorme problema di inquinamento, come Milano e la Pianura Padana, però rimane protetto da eventi meteorologici disastrosi. In un territorio come quello riminese mi sono sentita molto più esposta e vicina a una dimensione naturale. Ho dovuto lasciare un po’ da parte la mia sovrastruttura urbana e anche da questa nuova relazione col luogo in cui vivo è nato un interesse specifico per l’impatto territoriale che hanno gli eventi del cambiamento climatico.
Avevo sempre vissuto in un territorio che ha un enorme problema di inquinamento, come Milano e la Pianura Padana, però rimane protetto da eventi meteorologici disastrosi. In un territorio come quello riminese mi sono sentita molto più esposta e vicina a una dimensione naturale. (Silvia Bottani)
Emerge forte il tema della collina come spazio abitativo lussuoso e rilassante, dove però le persone non si conoscono, né conoscono davvero il posto in cui vivono, come il personaggio di Mirco. È una dinamica che si ritrova anche in città, ma che in luoghi meno urbanizzati si nota di più, soprattutto quando succede un evento che sconvolge la routine.
Ghinelli - Sicuramente ci sono due realtà che spesso convivono senza averne contezza: da una parte persone privilegiate che decidono di volere il loro rustico in collina o in montagna, senza però avere la più pallida idea di che cosa sia quel territorio. Dall’altra ci sono quelli come Gëvle che incarnano l’identità di luoghi in cui sono radicati, possedendo quindi anche le chiavi per sopravvivere anche dopo un disastro. Perché quel disastro è come se denudasse tutti i personaggi, che si ritrovano con la loro identità frammentata, “fratta”. L’alluvione è un fatto naturale, non un cataclisma che annichilisce le persone, ma noi siamo impreparati a questo e ci ritroviamo davanti ai nostri limiti, impotenti di fronte alla caduta di quello che pensavamo essere il progresso. A essere più preparati all’imprevisto, perché più vicini all’istinto, sono gli animali, per quanto alcuni di loro non siano nel loro habitat naturale (il Bioparco lo imita, ma non è la stessa cosa), e le nuove generazioni, ma anche gli anziani, che in quanto prossimi a varcare una soglia ci piaceva immaginare come più vicini al mistero.
Bottani - Credo che tutti noi, ma soprattutto chi vive in aree più urbanizzate, ci siamo concessi il lusso per decenni di vivere la natura come un paesaggio, di cui sostanzialmente eravamo spettatori, e questo è un grave errore. Il cambiamento climatico e tutte le trasformazioni velocissime che stiamo vedendo ci fanno riscoprire che invece siamo dentro a quell’ambiente, di cui però in genere non abbiamo più le coordinate.
L’alluvione è un fatto naturale, non un cataclisma che annichilisce le persone, ma noi siamo impreparati a questo e ci ritroviamo davanti ai nostri limiti, impotenti di fronte alla caduta di quello che pensavamo essere il progresso. (Lorenza Ghinelli)
Il romanzo in effetti lavora molto con il metodo del “what if”: cosa succederebbe se si realizzassero gli scenari peggiori? Il vostro romanzo è un tentativo di andare dentro a queste paure, rappresentandole. Come vi siete poste voi rispetto a questo tema?
Bottani - Veniamo da percorsi di scrittura differenti, ma sia il mistero che le paure sono da sempre al centro dei nostri interessi narrativi e già da un po’ abbiamo aggiunto il tema della natura e del cambiamento climatico, che guardiamo con il nostro filtro. Ci siamo chieste: noi, come scrittrici e come persone che stanno nel mondo, in che modo possiamo affrontare la paura che per prime viviamo e le domande che quotidianamente affrontiamo? La scelta di una storia che parte da un registro realistico e poi salta verso il fantastico ci ha permesso di costruire un’utopia: per noi era importante lavorare sull’immaginario, che riteniamo essere l’unica possibilità di affrontare quello che ad oggi è ancora incommensurabile e per alcuni versi ineffabile.
Ghinelli - Unire due immaginari mi ha fatto capire che forse quella è l’unica direzione per poter uscire dall’autoreferenzialità: immaginare insieme a Silvia è stato molto bello e mi ha aperto un nuovo modo di vedere certi fenomeni inquietanti non solo in maniera negativa, ma anche con la chiave della meraviglia. Per farlo ci siamo ispirate ad autori come Jeff VanderMeer e la sua Trilogia dell’Area X, ma anche La parete di Marlene Hausfoer (ne avevamo parlato qui) in cui il cambiamento è qualcosa con cui bisogna fare i conti e chi vuole sopravvivere deve essere disposto ad accoglierlo, non a farci la guerra. Volevamo anche scrivere un romanzo sociale che mette al centro la capacità di fare rete: volevamo creare un’utopia, perché la distopia la stiamo già vivendo, però non abbiamo le risposte e spesso neanche le domande.
La scelta di una storia che parte da un registro realistico e poi salta verso il fantastico ci ha permesso di costruire un’utopia: per noi era importante lavorare sull’immaginario, che riteniamo essere l’unica possibilità di affrontare quello che ad oggi è ancora incommensurabile e per alcuni versi ineffabile. (Silvia Bottani)
Volevamo creare un’utopia, perché la distopia la stiamo già vivendo, però non abbiamo le risposte e spesso neanche le domande. (Lorenza Ghinelli)
La scelta di scrivere a quattro mani dipende allora dalla necessità di aumentare la vostra potenza immaginifica?
Bottani – Ce lo ha in realtà proposto l’editore, e noi abbiamo accettato questa sfida, pur con mille dubbi, perché la scrittura è qualcosa di così privato, è un territorio selvaggio in cui uno sta veramente da solo. Io potrei farlo solo con Lorenza, con cui ho molto in comune.
Ghinelli – Anche per me è stato entusiasmante, una liberazione dell’immaginario, perché scrivere insieme non è una somma, nel senso che quello che esce non è il mio più il suo, ma è qualcosa di differente. Questo fa sì che, quando poi ritorniamo alle nostre scritture, qualcosa è cambiato davvero. Siamo una coppia nella vita, ora ci siamo scoperte anche coppia artistica, quindi replicheremo, stiamo già immaginando la prossima storia.
Un altro tema molto forte è quello dell’antispecismo e anche questo è un esercizio di what if?: ma se uomini e animali fossero veramente sullo stesso piano cosa succederebbe? L’espediente narrativo del Bioparco (a proposito, ce n’è uno a Ravenna), vi ha consentito di buttare sulla scena degli animali meno tranquillizzanti dei soliti cane, gatto, o cavallo, che ci portano a riflettere sul concetto di coesistenza e sulla paura del selvatico che dimora in noi.
Bottani - Al di là di come vediamo il rapporto con gli animali, se vogliamo affrontare una realtà che non capiamo più, perché non ne abbiamo i codici, è necessario cambiare punto di vista e prospettiva. Il primo passo per me è quello dell’uscire dall’antropocentrismo più stretto, immaginandoci animale, pianta, addirittura pietra (sto leggendo un libro bellissimo, al proposito: Essere pietra, di Federico Luisetti). Rappresenta un’idea narrativa che ci sembrava molto stimolante, una strada verso quell’utopia di cui parlavamo prima.
Ghinelli - Già nel Novecento alcune donne, con il loro lavoro di etologhe e biologhe, hanno avuto quasi il dono dell’iperstizione (un’idea fantastica capace di diventare reale, NdR), di saper vedere dove stavamo andando, e sono per noi delle stelle polari: per noi sono Rachel Carson, Simona Kossak, Jane Goodall, o Donna Haraway più di recente. Se davvero noi smettessimo di sentirci in diritto di accaparrarci tutte le risorse e di assoggettare tutti i viventi probabilmente potrebbe nascere un discorso nuovo.
Cosa simboleggia invece la misteriosa “roccia dalle radici di stelle”, antichissima entità indefinita a metà fra il vegetale e il minerale?
Bottani - Dovendo ragionare sul tema dell’albero, per ragioni di collana, abbiamo pescato da molte suggestioni e pensato che fosse interessante unire qualcosa di molto antico con qualcosa di proiettato nel futuro. Il tema dello spostamento temporale mi ha sempre affascinato e personalmente mi piaceva molto l’idea di raccontare un albero che però non è un albero, e ha questa condizione di creatura vivente però su una scala quasi geologica.
Ghinelli – C’è la storia con la S maiuscola che emerge dal passato per inserirsi in una storia con la s minuscola, che è la storia di ogni personaggio: come dire, possiamo fare rete, diventare comunità, solo se prendiamo contezza che intorno a questa storia ci dobbiamo tutti quanti riunire. Il “colore venuto dallo spazio” di queata roccia richiama l’omonimo racconto di Lovecraft (con Edgar Allan Poe, fra i massimi scrittori di letteratura horror statunitensi, NdR), ma con una visione che è profondamente nostra di intendere il cambiamento come qualcosa di generativo e di necessario.
Guerra agli stereotipi
Il personaggio di Gëvle incarna il legame profondo con il territorio, tant’è vero che è l’unico a parlare in dialetto, la “lingua della terra” come la chiama Valeria Tron, nello specifico il tredoziese (Tredozio si trova in provincia di Forlì, nell’Appennino Tosco-Emiliano, NdR). La terribile storia di violenza che ha subito ci fa riflettere su come sia difficile essere diversi in un piccolo comune dell’entroterra dalla mentalità molto chiusa.
Bottani – Né io, né Lorenza scalettiamo tutto di un libro che scriviamo, e Gëvle è un personaggio che è nato e a un certo punto noi abbiamo seguito, ci si è rivelato man mano. Ci sembrava interessante anche per raccontare la “queerness” della natura, anche se so che questa parola è ideologicamente orientata, ma riporta allo straordinariamente ricco e interessante del selvatico.
Ghinelli – Gëvle sembra coriaceo, poi in realtà rivela qualcos’altro, proprio come la roccia dalle radici di stelle, e sembrano entrambi così strani e così improbabili, ma sono a tutti gli effetti naturali. Non ci siamo ispirate a una figura in particolare, ma io e Silvia, siamo convinte di aver attinto a una memoria profonda che sta nelle nostre origini contadine, per me dell’entroterra riminese, per lei dalla campagna lombarda e friulana.
Bottani – Aggiungo che abbiamo voluto raccontare una comunità piccola ma al di fuori di quella romanticizzazione che spesso si fa sia del passato contadino, sia della vita bucolica, perché visto che abbiamo memorie familiari molto consistenti della mezzadria, sappiamo che era un vissuto brutale, dove certo c’era spazio anche per l’umanità, però era una vita durissima dove spesso i rapporti tra le persone erano molto violenti: la campagna, la terra non faceva sconti. Un libro che riesce a rompere ogni stereotipo in questo senso è La valle delle donne lupo di Laura Pariani, ambientato sulle montagne piemontesi.
Abbiamo voluto raccontare una comunità piccola ma al di fuori di quella romanticizzazione che spesso si fa sia del passato contadino, sia della vita bucolica, perché visto che abbiamo memorie familiari molto consistenti della mezzadria, sappiamo che era un vissuto brutale. (Silvia Bottani)
Nonostante la situazione rappresentata, il disastro dell’alluvione, la sospensione di ogni normalità, la morte, la rovina, il libro parla di speranza, dove la vedete voi?
Bottani - Io non sono un’ottimista, però ho speranza, un sentimento prezioso, perché è un sentimento attivo. Arriva proprio quando l’orizzonte sembra chiudersi, ed è ciò che ti permette di agire nel momento in cui ti sembra che non ci siano possibilità. Speranza la vedo nelle nuove generazioni, più consapevoli di noi over 40 di temi dirimenti. Il nostro è un tempo di cigni neri, ma ci sono anche elementi positivi, meno evidenti ma presenti. Non ho una particolare fiducia nel genere umano, ma ho speranza nei movimenti dal basso.
Ghinelli – Anche il personaggio di Mirko incarna sì una società patriarcale, ma non così consapevole di se stessa. Come se fosse dentro una serie di meccanismi che in qualche modo l’hanno preso e su cui non si interroga. Anche lui deve avere una sua possibilità di scoprirsi diverso, se vuole. Invece abbiamo pochi dubbi sui più giovani, su Tommaso e su Elia. Entrambe spesso lavoriamo con i ragazzi, anche nelle classi, e ci danno tanta speranza. Queste nuove generazioni bistrattate hanno delle cose da dire su questo trovarsi dentro la vita che non è non è un job title, non è la carriera, non è per forza quella che hai immaginato, ma è quella che arriva, che irrompe, è il presente. È come tu ti poni nel presente, come ti relazioni con le persone che lo abitano con te.
Queste nuove generazioni bistrattate hanno delle cose da dire su questo trovarsi dentro la vita che non è non è un job title, non è la carriera, non è per forza quella che hai immaginato, ma è quella che arriva, che irrompe, è il presente. (Lorenza Ghinelli)