La lettera di Angelo Ursella alla Rivista del CAI
Angelo Ursella durante la ripetizione dello Sperone Walker nel luglio 1969 © Samuele Scalet
Un giovanissimo Angelo Ursella calciatore © Archivio famiglia Ursella
Un'immagine dell'apertura della via Valerio Fontana sul Piccolo Dain, fra il 19 e il 22 aprile 1970
Uno dei chiodi utilizzati da Angelo Ursella per aprire la via Valerio Fontana sul Piccolo Dain, nella primavera del 1970 © Sass Baloss
La via Valerio Fontana al Piccolo Dain
Una delle ultime foto di Angelo Ursella, alla partenza del trenino a cremagliera per la Kleine Scheidegg © Sergio De InfantiBuia, 23 giugno.
Sono un giovane di ventidue anni, appassionato di montagna da almeno cinque anni; ma solo da due arrampico, ed ora ho all'attivo queste salite:
1968. Via Cassin alla Piccolissima; spigolo degli Scoiattoli (Tre Cime); direttissima Ivano Dibona, alla Punta Giovannina (Tofane). Queste ed altre di minore difficoltà, in arrampicata solitaria. In cordata, con compagni occasionali, ho salito: lo Spigolo Giallo e la Hasse-Brandler alla Nord della Grande.
1969. Via Miriam (Cinque Torri), via Maestri alla Roda di Vaèl, Spigolo Nord del M. Agnèr ed altre di minore difficoltà: tutte in solitaria, purtroppo!
Purtroppo, perché sono tremendamente solo. Ho iniziato ad arrampicare da solo, allenandomi con l'aiuto di un libro: ‘A scuola di roccia’ di Cesare Maestri. A questo libro, e naturalmente al suo autore, devo molto; il resto l'ho imparato a mie spese, a volte pagando a caro prezzo gli errori.
Ora, sono padrone della tecnica in arrampicata libera e artificiale. Se vado da solo, sento di non rischiare la vita perché sono preparato psicologicamente e fisicamente. Però, il mio grande dispiacere è di non avere compagni e soprattutto amici. Per questo vi ho scritto, sperando in un vostro aiuto.
Se è possibile, mandatemi qualche indirizzo, in modo da inserirmi nell'‘ambiente’.
Voglio fare le più grandi salite, sia nelle Dolomiti che nel Monte Bianco.
Spero in un vostro aiuto.
Saluti cordiali.
Angelo Ursella (di professione carpentiere, socio CAI della Sezione di Udine. Indirizzo: Angelo Ursella, Strambons n. 22, 33030 Buia - Udine)
Già soltanto leggendo questa lettera, pubblicata esattamente 57 anni fa sulle pagine de La Rivista del CAI, c'è abbastanza materiale per rimanere stupefatti. Salire vie quali la Maestri alla Roda di Vael, lo Spigolo Nord dell’Agner e la Cassin alla Piccolissima non era, nel 1969, impresa appannaggio di chiunque. Compiere queste salite in solitaria - esprimendo poi non tanto l’orgoglio di esservi riuscito quanto piuttosto il grande rammarico di chi si è arreso a farlo perché, appunto, “tremendamente solo” - spinge a riflettere, oltre che intenerire.
Quella di Angelo Ursella, friulano di Buia classe 1947, è la storia di un ragazzo solo, ma non per scelta. La storia di un arrampicatore tormentato che trovava la sua pace nelle pareti scalate e vinte, ma che al contempo cercava il vero calore nella difficile arte delle amicizie autentiche, seppure occasionali.
“Per Angelo non è il sesto grado il limite delle possibilità umane, ma l’incontro con i propri simili” scrive Marcello Rossi nella prefazione al libro ‘Il ragazzo di Buia’, una raccolta dei diari tenuti da Ursella stesso e pubblicata da Vivalda nel 1995. Angelo era già morto da 25 estati, un anno dopo quella lettera indirizzata alla Rivista del CAI, divorato dall’orribile maltempo della parete Nord dell’Eiger, che stava affrontando in cordata con Sergio De Infanti, miracolosamente sopravvissuto.
“Per Angelo non è il sesto grado il limite delle possibilità umane, ma l’incontro con i propri simili” Marcello Rossi
Tre anni brevi ma dirompenti
Quelli di Ursella furono dunque tre anni appena di attività, ma intensi e dirompenti. Un dato che lo fa assomigliare alla tormentata figura del chitarrista inglese Nick Drake: tre soli dischi all’attivo, altrettanto intensi e dirompenti, accompagnati dalla malinconia di sentirsi abbandonato ed incompreso, oltre che da una morte giovane ed ingiusta.
Tre anni, quelli di Angelo, iniziati con gli esperimenti solitari alle Tre Cime di Lavaredo e nell’Ampezzano, proseguiti fra le Tofane, la Civetta e l’Agner, con qualche sporadica galoppata nelle Alpi Occidentali, per testare se stesso su problemi ancora più affascinanti. Lo Sperone Walker di Cassin alle Grandes Jorasses, per esempio, ascesa compiuta nel luglio 1969 in compagnia di un ragazzo incontrato casualmente l’anno prima alle Tre Cime: il trentino Samuele Scalet.
Alla città di Trento, d’altronde, la storia di Angelo si lega a doppio filo, partendo dalla risposta che ricevette alla lettera con cui abbiamo iniziato questo articolo. Arrivò da una ragazza di nome Graziella, appassionata di montagna e originaria di Cavedine, borgo lontano appena una ventina di minuti dal capoluogo trentino. Fu una simpatia, un amore, durato poco meno di un anno, ma così determinante nel rendere raggiante Ursella e, assieme a lui, le sue ultime – e forse più ricordate – realizzazioni.
La prima via sul Piccolo Dain
Fra queste, il primo vero itinerario tracciato sulla verticalissima parete del Piccolo Dain. È il 19 marzo 1970, insieme a Angelo ci sono i nuovi amici trentini Tarcisio Pedrotti, Andrea Andreotti e Marcello Rossi. Scherzo del destino, proprio l’anno precedente e nello stesso numero della Rivista che ospitava la lettera di Ursella, il diciottenne Pedrotti aveva scritto un articolo-apologia dell’arrampicata artificiale, di cui la via che si apprestavano quel giorno a percorrere costituirà un esempio classico e magnifico, visto che per aprirla furono utilizzati esclusivamente chiodi tradizionali e cunei di legno ad incastro.
Ci vollero quattro giorni per vincere le difficoltà di quella linea diedrosa, a tratti strapiombante e friabile, che segue comunque la logica di un’esile ed elegante fessura ininterrotta. 250 metri di sviluppo in V+, A1 e A2: per la prima salita in libera si dovette aspettare il nuovo millennio e la caparbietà di Celva e Antenhofer, che la valutarono di VIII grado. L’itinerario fu dedicato a Valerio Fontana, morto sulla Carlesso alla Torre Trieste l’estate precedente. “Ho passato come in un sogno questi quattro giorni” scrisse Ursella nel suo diario il 22 aprile 1970, “Vorrei tanto che questa felicità durasse mille anni!”.
“Ho passato come in un sogno questi quattro giorni” Valerio Ursella
La Valerio Fontana al Piccolo Dain fu però il canto del cigno per Angelo Ursella. Nel luglio di quell’anno, convinse il friulano Sergio De Infanti ad accompagnarlo su una montagna che sognava da tempo. Tre anni prima infatti, nell’estate del 1967 e agli arbori della sua frequentazione alpinistica delle Dolomiti, Angelo aveva incontrato al rifugio Locatelli, durante una delle sue tante scorribande solitarie in Lavaredo, due ragazzi: Beppe e Giuliano. “Al momento della partenza ci siamo scambiati gli indirizzi” ricorda Ursella nel suo diario, “Mi hanno dato un bel libro che parla dell’Eiger e la cosa mi ha commosso. Non ho mai avuto un vero e proprio amico e ora ne ritrovo due addirittura. È il premio dopo tanta solitudine e tante delusioni”.
La scomparsa, sulla Nordwand dell'Eiger
Era il 1964 quando un infortunio al ginocchio aveva costretto Angelo ad abbandonare la sua prima passione sportiva: il calcio. Nel 1970, una caduta analoga ma diversa, sui quasi 4.000 metri dell’Eiger e nel bel mezzo della sua repulsiva e terribile parete nord, ne decretò la tremenda fine, precoce ed ingiusta.
Volò, Ursella, per trenta metri, oltre l’amico che lo assicurava e che subito provvide a rassicurare. “Ti sei fatto male?” “No, niente, e tu?” “Niente anch’io”. Evidentemente, il sapere che una frattura o una ferita sarebbe costata la vita di entrambi, specie nelle condizioni di meteo avverso in cui si trovavano, faceva mentire con più facilità: stavano bene, non poteva che essere così.
“Angelo mi grida ‘Tira che risalgo’, io tiravo la corda fino ad allungare oltre il mezzo metro, ma Angelo non veniva!” ha raccontato De Infanti, “Il pensiero che avesse potuto avere qualcosa di rotto non mi sfiorava nemmeno in lontananza e continuavo a tirare con tutte le mie forze”. Ad un certo punto, De Infanti decide di mandargli una staffa. “Fai un prusik e l’attacchi sulla corda, così ti aiuti meglio”. E poi giù a tirare di nuovo, senza logica né pensiero.
A un certo punto Ursella chiese a De Infanti, con inconsueta calma, di mandargli il sacco da bivacco. Dopo aver ubbidito, Sergio si guardò per la prima volta le mani. “Vedo una roba giallastra mista a sangue che me le ricopre tutte e, come se mi risvegliassi da un incubo, capisco la situazione: Angelo non risalirà mai più. Con la forza che aveva, anche con il bacino rotto, sarebbe riuscito a tirarsi su con le mani. Invece ero riuscito a tirarlo solo io, solo per pochi metri, a costo di sforzi terribili”.
Ursella abbandonò la vita così, stretto nel suo sacco da bivacco in un momento che non è dato sapere, compreso fra quel 16 luglio del 1970 e tre giorni dopo, quando i soccorritori riuscirono a raggiungere la cordata, traendo in salvo De Infanti. Ursella abbandonò la sua vita stretto nel suo sacco da bivacco, ma – finalmente – con un amico al suo fianco.