La via Donato Zeni in Corna Rossa, la sfida al vuoto di Maestri e Claus

Nel giugno 1965, la fortissima cordata aprì sulle Dolomiti di Brenta un nuovo itinerario dedicato all'amico Donato Zeni, allora recentemente scomparso. Il quasi centenario alpinista trentino è stato festeggiato dal gruppo orientale del Club Alpino Accademico Italiano il mese scorso, a Cles

A Cles, nella trentina Val di Non, durante lo scorso convegno primaverile del gruppo orientale del Club Alpino Accademico Italiano, c’è stato un momento che – più di tutti – ha ridestato la curiosità e l’ammirazione dei presenti: i festeggiamenti per i (quasi) cent’anni dell’accademico Carlo Claus, la cui attività è stata rievocata da amici e compagni quali Sergio Martini, Almo Giambisi ed Ezio Alimonta

Le prime avventure in montagna

Nato il 6 dicembre del 1926, Claus legò la propria corda ai più forti alpinisti trentini dell’epoca, affiancandoli nelle loro salite maggiormente ricordate. Fra questi, spicca anzitutto il nome di Marino Stenico, dieci anni più vecchio di Carlo e punto di riferimento per un’intera generazione di scalatori trentini. L’attività di Claus, dal 1948 al 1960, si svolse quasi esclusivamente in cordata con lui: un sodalizio forte e produttivo, che si spostava in treno e in bicicletta per raggiungere i massicci dolomitici più prestigiosi.

D’altronde Claus aveva appena sedici anni quando, proprio assieme a Stenico, partì da Lavis per affrontare le Dolomiti di Brenta, nella fattispecie Cima Tosa, allora vetta più alta del gruppo (sarebbe stata surclassata nel 2015 da Cima Brenta, per via del diradamento della sua calotta sommitale). Era il giorno in cui al Rifugio Pedrotti veniva inaugurata la cappella. E si trattò della prima vera avventura di Claus, alla quale ne seguirono, nel corso degli anni, innumerevoli altre. 

L'amicizia con il Ragno delle Dolomiti

L’incontro con un altro gigante, Cesare Maestri, avvenne nel 1962, proprio in seguito ad un forfait di Stenico. Una storia di amicizia capace di superare il tempo e le polemiche che, già in quegli anni immediatamente successivi alla presunta salita di Maestri al Cerro Torre, infuriavano sul fortissimo scalatore trentino. “Quell’estate arrampicai per la prima volta con Carlo Claus” leggiamo nell’autobiografia di Cesare, 'E se la vita continua…' “Un po’ più alto di me, ossatura robusta, torace possente, occhi chiari e un viso aperto che esprime bontà. Ci trovammo subito bene e fui subito affascinato dalla sua resistenza, dalla sicurezza, dalla calma, dal coraggio, dalla sua ingegnosità e dalla prudenza”. Fra il 3 e il 6 agosto di quell’anno Maestri e Claus aprirono una nuova via sulla strapiombante e inviolata parete del Naso dei Massodi, sempre nel Gruppo di Brenta: un’ininterrotta serie di tetti che tennero impegnati i due per ben quattro giorni.

Un po’ più alto di me, ossatura robusta, torace possente, occhi chiari e un viso aperto che esprime bontà". Cesare Maestri su Carlo Claus

L’arrampicata artificiale su pareti considerate inaccessibili fu d'altronde l’attività che impegnò maggiormente Maestri nella prima parte degli anni Sessanta. “Quel lavoro di alpinista muratore, che amavo meno dell’arrampicata libera o solitaria, mi dava grosse soddisfazioni ma mi esponeva a feroci critiche” ricorda Cesare, sempre nel suo libro. “A chi mi dava del manovale rispondevo che mi ero imposto un codice personale: i problemi di arrampicata libera li avrei risolti arrampicando senza l’uso assoluto di chiodi; quelli dell’arrampicata artificiale li avrei risolti con l’ausilio di moschettoni, staffe e chiodi tradizionali; mentre quelli relativi a pareti lisce senza fessure, li avrei affrontati usando il trapano e i chiodi a pressione”.

La via Donato Zeni in Corna Rossa

In ciascuna di queste modalità, ad affiancarlo come fedele sodale, c’era molto spesso Carlo. Ed è il caso di uno strabiliante itinerario – anche se non largamente conosciuto, specie fra le giovani generazioni – aperto lungo l’affascinante parete sud-ovest della Corna Rossa in Dolomiti di Brenta, che chiude a nord la conca di Vallesinella ed è caratterizzata, proprio al centro, da un tetto sporgente di una quindicina di metri. Ci vollero anche qui ben quattro giorni di scalata per vincerne le difficoltà: 380 metri di sviluppo fra V e VI grado, con passaggi strapiombanti superabili in A1 e A2. La via venne aperta proprio in questi giorni, fra il 26 e il 29 giugno 1965, e dedicata a Donato Zeni, medico-arrampicatore di appena trent’anni venuto a mancare all’inizio del mese lungo lo spigolo Steger della Prima Torre del Sella.

Ci vollero più di cinquant’anni prima che la via fosse salita in libera, fra l’estate e l’autunno del 2017, da Manuel Bontempelli e Silvestro Franchini. “Non ho mai provato così tanto il senso di vuoto durante un'arrampicata” aveva dichiarato quest’ultimo al tempo, commentando il superamento del tiro chiave dell’itinerario – ovvero la terza lunghezza, valutata dai due come 8a+. 

Il Compressore e le ultime spedizioni

La calda, verticale e – talvolta – strapiombante roccia del Brenta avrebbe accompagnato Maestri e Claus anche al Cerro Torre, nel 1970, lungo l’itinerario artificiale forse più ricordato nella carriera di entrambi: la via del compressore. “Ogni mattina, uscendo dal bivacco, sognavo le Dolomiti” avrebbe raccontato infatti Maestri. Con Claus e Alimonta, invece, Cesare si preparava allora ad entrare nella storia per una delle spedizioni più controverse di sempre, caratterizzata non soltanto da 360 chiodi ad espansione e 100 kg di compressore, ma anche dalla fatica – tutta umana – di dover trasportare l’intera attrezzatura in parete. Una fatica cui Carlo Claus si prestò per puro spirito d’amicizia, dimostrando quella resistenza, sicurezza ed ingegnosità che Maestri gli aveva riconosciuto sin dal loro primo incontro.

Nell’ultima parte della carriera, Claus s’impegnò in altre spedizioni sulle maggiori vette del mondo, quali Annapurna, Makalu e Nanga Parbat, ma le Dolomiti di Brenta occuparono sempre un posto speciale nel suo cuore. Montagne di casa che Carlo non manca mai di visitare, con mezzi diversi, ancora oggi. E alle cui pendici continua ad abitare.