Rifugio Massimo Rinaldi sulla cima del Terminilletto 2108 metri
Segnaletica CAI © Filippo Del Vecchio
L'attacco ripido del sentiero. Terminilluccio a sx, Terminillo poi e Monte Elefante a dx © Filippo Del Vecchio
Il sentiero che sale, il Terminilluccio sotto a sinistra e il paese di Terminillo © Filippo Del Vecchio
La vecchia costruzione. © Filippo Del Vecchio
Le prime pietre posate. © Filippo Del Vecchio
Foto originale all'interno del rifugio. © Filippo Del Vecchio
Il rifugio Massimo Rinaldi e la sua terrazza panoramica. © Filippo Del Vecchio
Rifugio Massimo Rinaldi in inverno. © Filippo Del Vecchio
Inizio del sentiero verso la vetta del Terminillo (vetta sulla sinistra). © Filippo Del VecchioAlla località Campoforogna, si arriva quando il paese del Terminillo sembra ancora lontano. Siamo a 1.674 metri, circondati da edifici che raccontano un'altra stagione della montagna: alberghi, strutture ricettive e costruzioni che riportano agli anni sessanta e settanta, quando il Terminillo era una delle grandi destinazioni sciistiche dell'Italia centrale. La cosiddetta montagna di Roma.
Anche qui, come spesso accade sulle montagne diventate turistiche, il paesaggio conserva tracce di epoche diverse. All'ingresso di Campoforogna, una colonna bianca di travertino ricorda invece un passato ancora precedente. È il monumento inaugurato nel 1935, conosciuto anche come Erma dei Caduti fascisti, realizzato dall'artista reatino Arduino Angelucci. Un segno della presenza del regime in una montagna che, proprio in quegli anni, cominciava a essere trasformata in una destinazione per il tempo libero.
Poi ci si lascia tutto alle spalle.
La salita verso il Rinaldi
Salutato il piazzale di Campoforogna, in direzione della provinciale verso la Sella di Leonessa, si trova sulla sinistra il segnavia CAI del sentiero 401. È quello che porta verso il Terminilletto e il Rifugio Massimo Rinaldi a 2.108 metri. La montagna comincia subito a mettere le cose in chiaro: la salita parte decisa, il fondo è sassoso e il fiato si spezza quasi subito. È un modo efficace per ricordare una regola semplice, che in montagna vale sempre: la quota di partenza può essere alta, ma la fatica non fa sconti.
Il sentiero sale lasciando progressivamente alle spalle il bosco di faggi. Dopo circa dieci minuti si raggiunge la Sella Cinzano, intorno ai 1.818 metri, un primo punto in cui vale la pena fermarsi e guardare.
Davanti si apre la Piana Reatina, a sinistra il Terminilluccio, con le strutture e i resti dell'antico sistema di risalita; a destra il Terminilletto, ancora più alto e dominato dalla sagoma del rifugio. Poi il panorama continua ad allargarsi.
Lo sguardo corre verso il Monte Elefante (2.015), quindi verso il Gran Sasso (2912) con le sue cime, la Maiella (2793) nelle giornate più limpide, il Velino (2487) e il suo gruppo, fino ai Simbruini con il Monte Viglio (2156). Più lontano ancora, il Monte Navegna (1508). È uno di quei punti in cui il Terminillo smette di essere soltanto una montagna da salire e diventa una terrazza sull'Appennino centrale.
Il sentiero prosegue
Dalla sella il sentiero cambia ancora. La traccia, puntellata di vernice rossa e bianca quando necessario, si fa più ripida e comincia a seguire in parte quella che un tempo era una pista da sci. La montagna che oggi si attraversa a piedi conserva così il segno della stagione in cui il Terminillo cercava la propria vocazione turistica soprattutto attraverso gli impianti.
Si sale per diagonali e tornanti. Alcuni tratti sono più esposti, senza però presentare particolari difficoltà tecniche in condizioni normali. Il sentiero prende quota rapidamente e, tornante dopo tornante, la cima del Terminilletto diventa sempre più vicina.
È una salita breve ma che restituisce bene il carattere del massiccio: non servono grandi dislivelli per avere la sensazione di essere davvero in montagna.
Dopo circa un'ora e un quarto di salita complessiva, eccolo lassù. A 2.108 metri, sulla cima del Terminilletto, compare il tetto rosso del Rifugio Massimo Rinaldi.
La costruzione è piccola, quasi appoggiata alla montagna ma la sua storia è molto più grande delle sue dimensioni.
Il rifugio che andò a Parigi
Prima di essere il Rinaldi, questo era il Rifugio Umberto I. E prima ancora di arrivare quassù, nel 1901, era stato a Parigi. La storia comincia nel 1900, quando la sezione di Roma del Club Alpino Italiano decide di realizzare il primo rifugio alpino del massiccio del Terminillo. Il progetto viene affidato all'ingegnere Carlo Ignazio Gavini, che immagina una struttura prefabbricata in legno.
La scelta non è soltanto pratica. Il rifugio viene presentato all'esposizione internazionale di Parigi del 1900, dove ottiene una medaglia d'oro. Non è esposto da solo ma intorno alla costruzione vengono allestiti gli acquerelli e manichini vestiti da alpinisti, con abbigliamento e attrezzature dell'epoca.
Per qualche tempo, insomma, il Terminillo arriva a Parigi prima ancora che siano i parigini ad arrivare sul Terminillo.
Il piccolo edificio diventa una dimostrazione dell'abilità costruttiva alpina dell'inizio del Novecento. Il costo complessivo, arredi compresi, raggiunge circa 7.000 lire, sostenuto dal CAI, dal Governo, dal re Umberto I e dai comuni pedemontani. Nell'estate del 1901 la struttura viene smontata, trasportata in quota e rimontata sulla cima del Terminilletto, già preparata con muratura e metallo. È una storia che racconta bene anche la trasformazione del Terminillo.
La costruzione del rifugio rende possibile un modo nuovo di frequentare la montagna: si può salire, fermarsi, e dormire in quota. Per gli alpinisti di allora, con attrezzature molto lontane da quelle di oggi, non era certo una passeggiata.
Un rifugio, due vite
La prima struttura non arriverà intatta fino a noi. La guerra la danneggia gravemente e nel dopoguerra vengono effettuati interventi di riparazione che non riescono a risolvere definitivamente i problemi dell'edificio. Nel 1966, sul cumulo delle macerie, comincia la costruzione del nuovo rifugio.
L'intenzione è conservare l'aspetto dell'originale, restituendo alla cima una presenza che ormai apparteneva alla storia stessa del Terminillo.
Il nuovo edificio viene inaugurato nel 1969 e intitolato a Massimo Rinaldi, nel centenario della nascita del vescovo di Rieti.
Anche il nome porta con sé una storia di montagna.
Il vescovo con gli scarponi
Massimo Rinaldi, nato a Rieti nel 1869, fu sacerdote, missionario in Brasile e dal 1924 vescovo della diocesi reatina. Ma nella memoria della sua terra è rimasto soprattutto come il “vescovo scarpone”, per le lunghe visite pastorali compiute a piedi nei paesi più isolati della diocesi, attraversando boschi, vallate e montagne.
Il suo nome è così legato naturalmente al rifugio che oggi porta il suo nome. Un legame rafforzato dalla famiglia: i fratelli Domenico e Alberto furono entrambi presidenti del CAI di Rieti; il primo contribuì alla fondazione della sezione nel 1933.
Sul rifugio, dal 2002, un busto bronzeo ricorda Rinaldi. Ma c'è un altro dettaglio, meno evidente: ai quattro angoli della struttura sono state collocate pietre provenienti dai quattro santuari francescani della Valle Santa Reatina, Greccio, Fonte Colombo, Poggio Bustone e La Foresta. Quattro frammenti della valle portati a 2.108 metri, a legare simbolicamente la cima del Terminilletto alla terra reatina. Da lassù, il legame con il territorio si fa ancora più concreto: nelle giornate limpide lo sguardo attraversa l'Appennino centrale fino al Tirreno.
La leggenda della pianta che portava fortuna, amore e guerra
Il Terminillo ha però anche una storia più antica, fatta di racconti popolari e di piante alle quali venivano attribuiti poteri quasi soprannaturali. Un'antica tradizione parla dell'antimonio, una pianta rarissima, leggendaria, che sarebbe cresciuta sulla vetta più alta del massiccio.
Secondo il racconto, bisognava cercarla di notte, durante la fioritura, perché il suo fiore avrebbe brillato nell'oscurità. Le venivano attribuite virtù medicinali straordinarie, capaci di guarire ogni male. Ancora più curiosa è la storia di due orchidee conosciute come erba della concordia ed erba della sconcordia. La forma dei loro tuberi, simile a quella di una mano, aveva alimentato la fantasia popolare.
Quella con cinque appendici era associata alla concordia, all'amore e alla pace; l'altra, dalla forma ritenuta anomala, all'odio e alla guerra.
Sono racconti che appartengono a un'epoca in cui la montagna non era soltanto un luogo da attraversare o una cima da conquistare. Era anche un mondo da interpretare.
La cima può aspettare
Dal Rinaldi, per chi vuole proseguire, il sentiero 401 continua verso la vetta principale del Terminillo, a 2.216 metri, seguendo la cresta. L'escursione può quindi diventare un itinerario più lungo, collegando le due principali cime del massiccio.
Ma arrivati quassù si può anche decidere di fermarsi.
Perché il senso di questa salita è forse proprio nel rifugio che la conclude. Si è partiti da Campoforogna, tra gli edifici del turismo del Novecento e le tracce ancora visibili di una storia che ha lasciato il proprio segno sulla montagna. Poi il sentiero ha attraversato il bosco, le vecchie piste, le praterie e le rocce fino alla cima. Qui, a 2.108 metri, si incontra una costruzione che aveva già guardato al futuro quando il Terminillo era ancora una montagna da scoprire.
Un rifugio nato a Roma, esposto a Parigi, trasportato sulla cima del Terminilletto e poi ricostruito dopo la guerra. Questo è il modo migliore per conoscere il Terminillo: non cercando soltanto la vetta, ma seguendo le tracce lasciate da chi, prima di noi, ha immaginato che anche qui si potesse costruire una storia di montagna.
Una storia da raggiungere, ancora oggi, semplicemente camminando.