Nirmal Purja in cima al K2 d'inverno © Facebook Nirmal Purja
Nirmal Purja
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© IG Nirmal Purja
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Nirmal Purja © N. Purja
Nirmal Purja © Facebook Nirmal Purja
Con la tragica scomparsa sul Broad Peak di Nirmal "Nims" Purja, l'alpinismo perde una delle figure più influenti e discusse degli ultimi decenni. Purja non è stato soltanto un alpinista capace di imprese straordinarie: è stato un uomo che ha cambiato il modo di raccontare gli Ottomila, portando al centro della scena gli alpinisti nepalesi e rompendo una gerarchia che per decenni aveva visto i protagonisti delle spedizioni arrivare soprattutto dall'Occidente.
La storia di Nirmal Purja comincia lontano dalle grandi montagne. Nato in Nepal nel 1983 e cresciuto in una famiglia modesta di pianura, Purja entra nell'esercito britannico fino a diventare membro dei Gurkha, il corpo militare nepalese al servizio del Regno Unito, e successivamente delle forze speciali britanniche, nazione di cui ottiene la cittadinanza. Rimane nell'esercito per sedici anni, ed è proprio la disciplina maturata negli anni militari a diventare una delle basi del suo approccio all'alpinismo: preparazione estrema, velocità, capacità organizzativa e una determinazione ferrea.
"Project Possible", la sfida impossibile
Nel 2019 annuncia Project Possible, un progetto che molti considerano irrealizzabile: salire tutti i 14 Ottomila della Terra nel tempo record di sette mesi.
Il precedente primato apparteneva al coreano Kim Chang-ho, che aveva completato la salita dei quattordici giganti senza ossigeno supplementare in sette anni e dieci mesi. Purja decide di affrontare la sfida con un approccio completamente diverso: una campagna concentrata, logistica militare e una squadra dedicata.
Il risultato supera ogni aspettativa. In soli sei mesi e sei giorni, dal 23 aprile al 29 ottobre 2019, Purja completa la salita dei quattordici Ottomila, abbattendo il precedente record e trasformando la propria impresa in un evento globale.
La sua storia viene raccontata nel documentario Netflix 14 Peaks: Nothing Is Impossible, che contribuisce a renderlo una delle figure più conosciute dell'alpinismo contemporaneo.
Il K2 in inverno
Il 16 gennaio 2021 una squadra di dieci alpinisti nepalesi mette piede in cima al K2, salendolo in invernale per la prima volta. Dopo decenni di tentativi falliti, la seconda montagna più alta del mondo viene finalmente salita nella stagione più dura, ma a rendere questa impresa ancora più speciale è il fatto che i protagonisti siano tutti nepalesi. Così, gli abitanti delle regioni più alte della Terra smettono di apparire solo come gregari delle salite altrui, e si prendono il merito della più grande sfida ancora irrisolta.
A pochi metri dalla vetta il gruppo sceglie di aspettarsi. Nessuno arriva per primo: i dieci alpinisti raggiungono insieme la cima, cantando l'inno nazionale del Nepal. È un'immagine destinata a rimanere nella storia dell'alpinismo, mon solo per il valore tecnico della salita, ma per il suo significato simbolico.
La conquista del K2 in inverno ha riportato attenzione su una regione che rappresenta uno dei cuori dell'alpinismo mondiale. Il successo di Purja e dei suoi compagni ha dato nuova visibilità all'intero sistema himalayano, mostrando come le grandi imprese non fossero più soltanto il terreno degli alpinisti occidentali.
Un nome destinato a restare nella storia
La morte sul Broad Peak interrompe una carriera ancora in piena evoluzione. Purja stava inseguendo nuovi obiettivi e continuava a cercare una nuova dimensione dopo aver già fatto incetta di molti record sugli Ottomila. A giugno, l'alpinista nepalese aveva completato la salita concatenata di Everest e Lhotse senza ossigeno supplementare in 13 ore e 42 minuti, il tempo più veloce mai registrato e mentre si trovava con un gruppo di clienti. Pochi giorni dopo, Purja ha raggiuto anche la vetta del Makalu senza ossigeno, arrivando a quota 56 salite sugli Ottomila, di cui 28 senza l'utilizzo di ossigeno supplementare.
Purja e il suo modo di intendere l'alpinismo – fatto di velocità, comunicazione e grandi obiettivi dichiarati pubblicamente – hanno suscitato molte critiche nella comunità alpinistica internazionale. Alcuni hanno contestato l'utilizzo dell'ossigeno supplementare in molte delle sue salite sugli Ottomila e il rapporto con la commercializzazione dell'alta quota. Altri hanno sottolineato come il suo approccio abbia contribuito a cambiare la percezione delle spedizioni himalayane moderne.
Al di là delle opinioni, resta difficile negare che Purja ha portato una nuova generazione di alpinisti nepalesi sotto i riflettori del mondo, e ha dimostrato che il ruolo di protagonisti sulle montagne più alte della Terra non apparteneva più soltanto alle nazioni occidentali. Inoltre, Purja è stato anche protagonista di diversi interventi di soccorso in alta quota, mettendo spesso la propria esperienza al servizio di altri alpinisti in difficoltà. Non ci sono dubbi sul fatto che la sua eredità verrà raccolta dalle nuove generazioni di alpinisti nepalesi, che a lui si ispireranno per compiere imprese sempre più difficili.